Papa Francesco e la Luce del Santo Natale di Gesù

“L’Avvento è un cammino verso Betlemme. Lasciamoci attrarre dalla luce di Dio fatto uomo. Cerchiamo di vivere il Natale in maniera coerente col Vangelo, accogliendo Gesù al centro della nostra vita”(Papa Francesco). Natale Hilare Et Annum Faustum. Lux Mundi Fulgebit Super Nos Quia Natus Est Dominus. L’Angelo di Dio proclama ai pastori di Betlemme la […]

christmas-nativity-story“L’Avvento è un cammino verso Betlemme. Lasciamoci attrarre dalla luce di Dio fatto uomo. Cerchiamo di vivere il Natale in maniera coerente col Vangelo, accogliendo Gesù al centro della nostra vita”(Papa Francesco). Natale Hilare Et Annum Faustum. Lux Mundi Fulgebit Super Nos Quia Natus Est Dominus. L’Angelo di Dio proclama ai pastori di Betlemme la nascita di Gesù con queste parole: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoria”(Vangelo di Luca 2, 10-12). Papa Francesco, alla preghiera dell’Angelus, Domenica 22 Dicembre 2013, augura a tutti “un Natale di speranza, di giustizia e di fraternità”. In Piazza San Pietro, il Santo Padre eleva un appello alle autorità di qualsiasi livello e responsabilità perché sia “difeso il diritto alla casa per ogni famiglia” e perché “chi lotta per la giustizia sociale respinga le tentazioni della violenza”. Il pensiero spirituale di Papa Bergoglio è dedicato alla figura di San Giuseppe “uomo buono che accolse la volontà di Dio senza lasciarsi avvelenare dai dubbi e dall’orgoglio”. Tutta la vita di San Giuseppe si riassume in una costante adesione al piano divino, sia pure di fronte a situazioni per lui assai misteriose ed oscure. L’Altissimo ama operare in modo nascosto, segreto, nei confronti di tutti. Degli umili in particolare. La Sua azione è sempre impenetrabile al nostro povero intelletto umano. Con lo sguardo della fede, della semplice fiducia totale di un bambino verso il suo papà, facendo leva sull’infinita bontà di Dio, tutti a Natale, di fronte all’umile mangiatoia che accolse il Salvatore del mondo, il Re dei Re, possiamo logicamente renderci conto che Egli, sempre, vuole il nostro bene e tutto dispone a tal fine. Solo con questa fiducia possiamo, come San Giuseppe, dire sempre il nostro umile e pronto sì alla volontà divina. San Matteo presenta la figura meravigliosa di San Giuseppe (Mt 1, 18-24) padre di Gesù e sposo verginale di Maria Santissima, che in silenzio si affianca a loro, nel mistero della salvezza, profetizzato da Isaia (Is 7, 10-14) sette secoli prima, realizzato attraverso la Incarnazione del Verbo di Dio. La paternità di San Giuseppe nei confronti di Gesù anche se non è di natura terrestre, è paternità vera a tutti gli effetti, perché San Giuseppe è il vero sposo verginale di Maria. La paternità, come la maternità, è commisurata all’amore. Non è precaria. Non è a tempo determinato. È incondizionata. Tra Maria Santissima e San Giuseppe, l’amore puro reciproco, sublimemente soprannaturale, si espande con la castità perfetta, non discendendo ai sensi, ma elevandosi in Dio. Un particolare fondamentale “azzeccato” da poche trasposizioni cinematografiche. La paternità di San Giuseppe fu immensamente più perfetta della paternità naturale terrestre. Solo così l’Emmanuele, il “Dio con noi”, poteva incarnarsi sulla Terra nel seno verginale di Maria tutta Santa e tutta Pura, prima, durante e dopo la nascita di Gesù, come ricorda S. Gregorio Nazianzeno: “Concepito dalla Vergine, già purificata in precedenza nell’anima e nel corpo per opera dello Spirito Santo, il Verbo nasce Dio, anche dopo l’assunzione della carne. Egli è uno per la fusione che compie in sé di dure realtà opposte, la carne e lo spirito: l’uno divinizza, l’altra viene divinizzata. O fusione inaudita, o compenetrazione paradossale! Colui che è, viene nel tempo; l’increato si fa oggetto di creazione”. Questo è il Santo Natale. Ulteriori particolari li troviamo nel libro di Benedetto XVI, L’Infanzia di Gesù (Rizzoli, Libreria Editrice Vaticana, 2012) dove vengono studiati i particolari dell’Incarnazione del Verbo durante l’Impero Romano di Cesare Ottaviano Augusto del quale ricorrono nel 2014 i primi duemila anni dalla scomparsa. Immergersi nel Mistero dell’Incarnazione di Dio, è il Santo Natale. Non il consumismo e l’ipocrisia folli. Gesù è davvero il Dio che si fa vicino all’Uomo, lo incontra, parla con lui, si fa Maestro e Pastore, lo guida, piange con lui, condivide le sue sofferenze e non disdegna di allietarsi con lui nell’intimità della mensa familiare. Lavoro, matrimonio, casa e famiglia procedono all’unisono da sempre, secondo il Diritto sacrosanto di Dio. Non sempre secondo la legge degli Uomini. I segni del cielo per i nostri Presepi ci sono tutti: la cometa C/2013 R1 Lovejoy e il grande pianeta Giove. “Che ogni famiglia abbia una casa – è la preghiera di Papa Francesco – che questo ed altri diritti fondamentali per la vita siano difesi, ma senza usare la violenza. Che il prossimo Natale sia giusto, sia fraterno, porti speranza”. Come spesso accade con Papa Bergoglio, ciò che delle sue parole colpisce è il superamento del testo ufficiale messo da parte davanti a decine di migliaia di persone. Nell’Angelus prenatalizio il pensiero del Santo Padre, prima della preghiera mariana, è tutto su San Giuseppe, sulla sua grandezza d’animo, perché dapprima pensa di ripudiare Maria “in segreto”, avendone appreso della sua gravidanza, e poi è capace di allargare il cuore alla “missione più grande” che Dio gli chiede, perché è un uomo che cerca prima di tutto la volontà di Dio. “Non si è ostinato a perseguire quel suo progetto di vita, non ha permesso che il rancore gli avvelenasse l’animo – rivela Papa Francesco – ma è stato pronto a mettersi a disposizione della novità che, in modo sconcertante, gli veniva presentata. E questo fa male. Non permettere mai: lui è un esempio di quello. E così, Giuseppe è diventato ancora più libero e grande”. La riflessione su San Giuseppe, sulla sua capacità di essere un uomo giusto secondo Dio, è il prologo a quanto Papa Bergoglio sceglie di dire dopo aver recitato l’Angelus. Il primo spunto viene da un grande cartellone, leggibile in Piazza San Pietro dalla finestra del palazzo apostolico. “Leggo lì, scritto grande: I poveri non possono aspettare. È bello! E questo mi fa pensare che Gesù è nato in una stalla, non è nato in una casa. E io penso oggi, anche leggendo quello, a tante famiglie senza casa, sia perché mai l’hanno avuta, sia perché l’hanno persa per tanti motivi. Famiglia e casa vanno insieme – proclama Papa Francesco – è molto difficile portare avanti una famiglia senza abitare in una casa. In questi giorni di Natale, invito tutti – persone, entità sociali, autorità – a fare tutto il possibile perché ogni famiglia possa avere una casa”. Ma la riflessione del Papa si allarga ulteriormente all’orizzonte delle cronache italiane di questi giorni: le proteste e gli scontri di piazza in Italia, persone che invocano quel lavoro e quelle sicurezze quotidiane che, al pari di una casa, servono per una vita dignitosa ma che una spaventosa illogica crisi politica infinita ha tolto e disintegrato per troppi, conducendo molti al suicidio. Un gruppo di queste persone annuncia di voler essere all’Angelus e Papa Francesco non delude le loro attese. “A quanti dall’Italia si sono radunati oggi per manifestare il loro impegno sociale, auguro di dare un contributo costruttivo, respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza, e seguendo sempre la vita del dialogo, difendendo i diritti”. È il “la” per una benigna Rivoluzione di Velluto made in Italy che faccia finalmente davvero Giustizia, secondo la Legge, di coloro che hanno tradito e violato la Legge fondamentale? L’augurio di Papa Francesco è intonato ai pensieri ispirati, fluiti e orientati alla solidarietà, sentimento che più di altri affonda la sua ragion d’essere nello spirito delle feste natalizie. “Auguro a tutti una buona Domenica e un Natale di speranza, di giustizia e di fraternità”. Una visita segnata dalle emozioni è quella di Papa Francesco all’Ospedale Bambin Gesù di Roma, Sabato 21 Dicembre 2013. Il Pontefice, arrivato poco prima delle ore 16, si ferma con i piccoli pazienti, con le loro famiglie e con tutti coloro che ogni giorno lavorano nell’ospedale. Il discorso ufficiale del Papa al Bambin Gesù è raccolto nelle parole, negli sguardi che scambia con i piccoli malati. L’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, sul Gianicolo, di proprietà della Santa Sede, è il più grande Policlinico e Centro di ricerca pediatrico in Europa, collegato ai maggiori centri internazionali del settore. Al suo interno lavorano quasi 2600 tra medici, ricercatori, infermieri, tecnici ospedalieri e impiegati. Oltre 1 milione, ogni anno, le prestazioni ambulatoriali, 27mila ricoveri, 25mila interventi chirurgici, 71mila accessi al dipartimento di emergenza, 607 i posti letto complessivi nelle sedi del Gianicolo, di Palidoro e Santa Marinella. Nato nel 1869 come primo ospedale pediatrico italiano per la generosa iniziativa dei duchi Arabella e Scipione Salviati, donato alla Santa Sede nel 1924, il Bambin Gesù è conosciuto dalle famiglie come “l’Ospedale del Papa”. La visita di Papa Francesco rinnova una tradizione cara ai suoi predecessori, inaugurata da Papa Giovanni XXIII nel Natale del 1958. Papa Bergoglio visita cinque reparti, ma poi si è ferma con i tanti che lo attendono lungo i corridoi, al Castello dei giochi, lungo il vialone Pio XII. Saverio, con la distrofia muscolare di Duchenne, apre le braccia quando vede il Papa. Che si intrattiene da solo con i piccoli malati. I medici lo seguono durante il percorso, non si intromettono nei momenti più intimi. E il Pontefice ha parole anche per loro. Il dialogo con i genitori è una richiesta di preghiera. La frase che il Papa rivolge ai medici è: “Non state perdendo tempo, l’importante è seminare. Non sappiamo cosa, non sappiamo quando raccoglieremo, ma stiamo seminando”. Poi, il passaggio in cappella dove incontra una trentina di pazienti prima del ritorno in Vaticano, con i piccoli nel cuore. È stata una festa oltre la visita: un lungo viaggio tra il Papa e i bambini, secondo lo stile di Padre Bergoglio. Tutto il resto, tutta la formalità, passa in secondo piano giustamente: ciò che conta è il rapporto tra il Papa, i bambini e le loro famiglie. I bambini malati, la loro fragilità, sono il suo pensiero costante. Oggi, i medici sanno di poter contare su una “medicina” in più: la visita del Santo Padre, da somministrare con gioia. Negli ospedali pubblici e privati dell’Italia e dell’Europa, alla luce del necessario contenimento della spesa pubblica nazionale, nella razionalizzazione delle risorse e nell’ottica dell’Assistenza Sanitaria Integrata. Si sente parlare spesso di “Fare Rete”! Non è soltanto un concetto vuoto, un’espressione letterale. Se in Europa ci si crede, lo si fa veramente e indubbiamente si ha un impiego migliore delle risorse. Tutto questo, applicato in ambito regionale e nazionale, vuol dire: la capacità di un Sistema Sanitario Europeo, pubblico e privato, in grado di rispondere con la massima solidarietà, tempestività ed efficienza nel luogo più proprio dove la domanda di assistenza ha ragion d’essere. La bassa patologia può essere affrontata giustamente in ambito locale. Man mano che si sale di complessità e quindi il numero dei casi locali diminuisce, è opportuno concentrarli per far sì che sostanzialmente si abbia anche un’efficacia clinica del trattamento della complessità. E quindi, centri via via più grandi di Medicina Rigenerativa. Centri di riferimento regionali e centri nazionali perfettamente integrati a livello europeo. Se funziona in questo modo, in cui ogni punto di risposta di questa Rete ha un ruolo diverso nell’affrontare la patologia, il Sistema Sanitario lavora in maniera ottimale senza sprechi, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche nel dare la risposta giusta al tipo di bisogno che la persona (piccoli e grandi) cerca e di cui ha il sacrosanto inalienabile diritto. I medici cattolici sono chiamati ad operare questa Rivoluzione di Velluto in Italia e in Europa. Professionalità, servizio e santità. Sono queste le tre caratteristiche che dovrebbe avere chi è cattolico. A sottolinearlo è Papa Francesco nel suo primo discorso proprio alla Curia Romana, in occasione degli auguri natalizi. Il Papa mette in guardia dalla chiacchiere che, avverte, “danneggiano la qualità delle persone, del lavoro e dell’ambiente. Non siate una “dogana burocratica” che non permette l’azione dello Spirito Santo”. L’indirizzo d’omaggio al Papa è rivolto dal cardinale decano, Angelo Sodano. Riconoscenza e gratitudine. Il discorso di Papa Francesco alla Curia Romana inizia con l’espressione di questi sentimenti per chi lavora ogni giorno al servizio della Chiesa. Il Santo Padre rivolge un saluto speciale a Monsignor Pietro Parolin, neo-segretario di Stato. “Ha bisogno delle nostre preghiere – rivela il Papa – mentre ci avviciniamo al Natale, è bello dare spazio anche alla gratitudine tra noi. E io sento il bisogno, in questo mio primo Natale da Vescovo di Roma, di dire un grande ‘grazie’ a voi, sia a tutti come comunità di lavoro, sia a ciascuno personalmente. Vi ringrazio per il vostro servizio di ogni giorno: per la cura, la diligenza, la creatività; per l’impegno, non sempre agevole, di collaborare nell’ufficio, di ascoltarsi, di confrontarsi, di valorizzare le diverse personalità e qualità nel rispetto reciproco. In modo particolare, desidero esprimere la mia gratitudine a coloro che in questo periodo terminano il loro servizio e vanno in pensione. Sappiamo bene che come sacerdoti e vescovi non si va mai in pensione, ma dall’ufficio sì, ed è giusto, anche per dedicarsi un po’ di più alla preghiera ed alla cura delle anime, incominciando dalla propria!”. Il grazie speciale di Papa Bergoglio va a “chi ha lavorato in Curia per tanti anni e con tanta dedizione, nel nascondimento: questo è veramente degno di ammirazione. Io ammiro tanto questi monsignori che seguono il modello dei vecchi curiali, persone esemplari. Ma anche oggi ne abbiamo! Persone che lavorano con competenza, con precisione, abnegazione, portando avanti con cura il loro dovere quotidiano. Da questo modello e da questa testimonianza – osserva Papa Francesco – ricavo le caratteristiche dell’officiale di Curia, e tanto più del Superiore, che vorrei sottolineare: la professionalità e il servizio. La professionalità, che significa competenza, studio, aggiornamento. Questo – ricorda il Papa – è un requisito fondamentale per lavorare nella Curia. Naturalmente la professionalità si forma, e in parte anche si acquisisce; ma penso che, proprio perché si formi, e perché venga acquisita, bisogna che ci sia dall’inizio una buona base”. La seconda caratteristica è il servizio. “Servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale e alle Chiese particolari. Nella Curia Romana – afferma il Papa – si respira in modo speciale proprio questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra universale e particolare”. Parole corredate da un avvertimento. “Quando non c’è professionalità – fa notare il Santo Padre – lentamente si scivola verso l’area della mediocrità. Le pratiche diventano rapporti di cliché e comunicazioni senza lievito di vita, incapaci di generare orizzonti di grandezza. D’altra parte, quando l’atteggiamento non è di servizio alle Chiese particolari e ai loro Vescovi, allora cresce la struttura della Curia come una pesante dogana burocratica, ispettrice e inquisitrice, che non permette l’azione dello Spirito Santo e la crescita del popolo di Dio”. A queste due qualità, professionalità e servizio, Papa Francesco aggiunge una terza. “La santità della vita. Sappiamo bene che questa è la più importante nella gerarchia dei valori. In effetti, è alla base anche della qualità del lavoro, del servizio. Santità significa vita immersa nello Spirito, apertura del cuore a Dio, preghiera costante, umiltà profonda, carità fraterna nei rapporti con i colleghi. Significa anche apostolato, servizio pastorale discreto, fedele, portato avanti con zelo a contatto diretto con il Popolo di Dio. Questo – ribadisce il Papa – è indispensabile per un sacerdote. E vorrei direi qui – prosegue a braccio il Santo Padre – che nella Curia Romana ci sono stati e ci sono Santi! E l’ho detto pubblicamente più di una volta per ringraziare il Signore”. Quindi ne spiega il senso. “Santità nella Curia significa anche obiezione di coscienza alle chiacchiere! Noi giustamente insistiamo molto sul valore dell’obiezione di coscienza, ma – confessa il Papa – forse dobbiamo esercitarla anche per difenderci da una legge non scritta dei nostri ambienti che purtroppo è quella delle chiacchiere. Allora facciamo tutti obiezione di coscienza; e badate che non voglio fare solo un discorso morale! Perché le chiacchiere danneggiano la qualità delle persone, danneggiano la qualità del lavoro e dell’ambiente”. Il Papa volge lo sguardo a San Giuseppe “così silenzioso e così necessario accanto alla Madonna. Pensiamo a lui, alla sua premura per la sua Sposa e per il Bambino. Questo ci dice tanto sul nostro servizio alla Chiesa! Allora viviamo questo Natale spiritualmente vicini a san Giuseppe. Vi ringrazio tanto per il vostro lavoro e soprattutto per le vostre preghiere. Davvero mi sento ‘portato’ dalle preghiere, e vi chiedo di continuare a sostenermi così. Anch’io vi ricordo al Signore e vi benedico, augurando un Natale di luce e di pace a ciascuno di voi e ai vostri cari. Buon Natale!”. Papa Francesco invia un video messaggio ai raccoglitori di cartone e riciclatori della sua amata Argentina, incoraggiandoli a continuare a sviluppare forme di lavoro dignitoso nell’ambito ecologico e chiedendo di aumentare la consapevolezza di cosa significhi gettare gli alimenti, come risultato della “cultura dello scarto”. Secondo la nota inviata da Aica all’Agenzia Fides, Papa Bergoglio ha registrato il video messaggio durante un’udienza privata, il 5 Dicembre, con un leader del Movimento dei Lavoratori Esclusi. Video che è stato poi presentato in una riunione della Federazione dei Cartoneros y Recicladores. Il Pontefice invita a riflettere su questo tipo di lavoro. “Pensate come si va avanti in questo mestiere di riciclare – scusate la parola – quello che avanza. Ma è ciò che avanza dai ricchi. Oggi non possiamo permetterci il lusso di disprezzare ciò che avanza. Viviamo in una cultura dello scarto, dove facilmente facciamo in modo che ‘avanzino’ non solo le cose ma anche le persone. Con il cibo che viene gettato – rivela Papa Bergoglio – siamo in grado di sfamare tutti gli affamati del mondo. Quando voi riciclate, fate due cose: un lavoro ecologico necessario e una produzione che fraternizza e dà dignità a questo lavoro. Siete creativi nella produzione e siete anche creativi nella cura del pianeta in questa visione ecologica”. Il Papa segue da vicino la situazione di questo gruppo di lavoratori. Il 15 Dicembre Juan Grabois, membro del Movimiento de Trabajadores Excluidos, è stato convocato da Papa Francesco per partecipare al colloquio su “La emergencia de la exclusión” in Vaticano. Il Papa ha incontrato i ragazzi dell’Azione Cattolica Italiana. “Vi ringrazio di essere venuti a portarmi gli auguri di Natale a nome dell’A.C.R. e di tutta l’Azione Cattolica Italiana, che qui è rappresentata dai responsabili adulti che vi hanno accompagnato. Anch’io faccio tanti auguri a voi, ai vostri cari, ai vostri amici e all’intera Associazione. L’Azione Cattolica Ragazzi – osserva il Papa – è una bella realtà, diffusa e operante in quasi tutte le diocesi d’Italia. Vi incoraggio ad essere sempre nella Chiesa ‘pietre vive’, per edificare la Chiesa, unite a Gesù. L’Azione Cattolica senza Gesù non serve. È una ong; ce ne sono tante. Occorre essere pietre vive unite a Gesù. Ho sentito che il vostro cammino di quest’anno vuole farvi scoprire Gesù come presenza amica nella vostra vita. Lo slogan lo dice bene: ‘Non c’è gioco senza Te’. Ecco, il Natale è proprio la festa della presenza di Dio che viene in mezzo a noi per salvarci. La nascita di Gesù non è una favola! È una storia realmente accaduta, a Betlemme, duemila anni fa. La fede ci fa riconoscere in quel Bambino, nato da Maria Vergine, il vero Figlio di Dio, che per amore nostro si è fatto uomo. Nel volto del piccolo Gesù contempliamo il volto di Dio, che non si rivela nella forza, nella potenza, ma nella debolezza e nella fragilità di un neonato. Così è il nostro Dio; si avvicina tanto in un bambino. Questo Bambino mostra la fedeltà e la tenerezza dell’amore sconfinato con cui Dio circonda ciascuno di noi. Per questo facciamo festa a Natale, rivivendo la stessa esperienza dei pastori di Betlemme e insieme a tanti papà e mamme che si affaticano ogni giorno affrontando parecchi sacrifici; insieme ai piccoli, ai malati, ai poveri facciamo festa. Ma perché è la festa dell’incontro di Dio con noi in Gesù”. Il Vescovo di Roma ricorda ai ragazzi che Gesù vuole loro bene, “vuole essere amico di tutti i ragazzi! Se ne siete convinti – osserva il Papa – sicuramente saprete trasmettere la gioia di questa amicizia dappertutto: a casa, in parrocchia, a scuola, con gli amici”. Poi, a braccio il Papa domanda: “E con i nemici, con quelli che non ci vogliono bene? Cosa si deve fare? Chi me lo sa dire? Cosa si deve fare? Fare la guerra? Forte, forte. Ecco: pregare per loro! Perché sia vicino a Gesù; essere buono con loro. E si deve fare quello! La vicinanza. E saprete testimoniarlo comportandovi da veri cristiani: pronti a dare una mano a chi ha bisogno”. Poi, il Santo Padre chiede: “E se quello che non ti vuole bene ha bisogno di qualcosa, tu gli darai una mano? Eh, non siete sicuri, no? Sì! Senza giudicare gli altri, senza parlare male. È brutta la gente che parla male dell’altro. Le chiacchiere sono cristiane o no? No! Chiacchierare è una preghiera? No! Chiacchierare è una cosa cattiva. Mai si deve fare. E dobbiamo cominciare da adesso: mai chiacchierare. Avanti così! Allora buon cammino, sempre uniti a Gesù. Vi affido alla Madonna. Vi benedico insieme con i vostri familiari, gli educatori, gli assistenti e tutti gli amici dell’Azione Cattolica. Ragazzi, buon Natale e pregate per me!”. Il mistero del rapporto tra Dio e l’Uomo “non cerca la pubblicità, perché non lo renderebbe veritiero. Richiede piuttosto lo stile del silenzio. Sta poi a ciascuno di noi scoprire, proprio nel silenzio, le caratteristiche del mistero di Dio nella vita personale”. Papa Francesco propone una forte riflessione sul valore del silenzio, e invita ad amarlo e a cercarlo così come ha fatto Maria Santissima, la cui testimonianza è esemplare per ogni cristiano. Una riflessione fondata sul passo del Vangelo di Luca (1, 26-38) iniziando da “quella frase che ci dice tanto rivolta dall’Angelo alla Madonna: ‘La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Lo Spirito Santo scenderà su di te’ e che richiama anche il passo del Libro di Isaia. “È l’ombra di Dio – spiega Papa Francesco – che nella storia della salvezza sempre custodisce il mistero. È l’ombra di Dio che accompagnò il popolo nel deserto. Tutta la storia della salvezza mostra che il Signore ha avuto sempre cura del mistero. E ha coperto il mistero. Non ha fatto pubblicità del mistero. Infatti il mistero che fa pubblicità di sé non è cristiano, non è mistero di Dio. È una finta di mistero. Proprio il passo evangelico lo conferma: infatti quando la Madonna riceve dall’Angelo l’annuncio del Figlio, il mistero della sua maternità personale rimane nascosto. E questa è una verità che riguarda anche tutti noi. Quest’ombra di Dio in noi, nella nostra vita – insegna Papa Bergoglio – ci aiuta a scoprire il nostro mistero dell’incontro col Signore, il nostro mistero del cammino della vita col Signore. Infatti ognuno di noi sa come misteriosamente opera il Signore nel suo cuore, nella sua anima. E qual è la nube, la potenza, com’è lo stile dello Spirito Santo per coprire il nostro mistero. Questa nube in noi, nella nostra vita, si chiama silenzio. Il silenzio è proprio la nube che copre il mistero del nostro rapporto col Signore, della nostra santità e dei nostri peccati. È un mistero che – osserva il Papa – non possiamo spiegare. Ma quando non c’è silenzio nella nostra vita, il mistero si perde, va via. Ecco, allora, l’importanza di custodire il mistero con il silenzio: quella è la nube, quella è la potenza di Dio per noi, quella è la forza dello Spirito Santo”. Papa Francesco ripropone la testimonianza della Madonna che “ha vissuto fino in fondo questo silenzio in tutta la sua vita. Penso a quante volte ha taciuto, quante volte non ha detto quello che sentiva per custodire il mistero del rapporto con suo Figlio. Paolo VI nel 1964 a Nazareth ci diceva a tutti che abbiamo la necessità di rinnovare e rinforzare, di irrobustire il silenzio, proprio perché il silenzio custodisce il mister”. Papa Bergoglio ricorda “il silenzio della Madonna ai piedi della croce”, ciò che “le passava per la sua mente”, come aveva fatto anche il Beato Giovanni Paolo II del Totus Tuus. “In realtà – osserva il Papa – il Vangelo non riporta alcuna parola della Madonna: Maria era silenziosa, ma dentro il suo cuore quante cose diceva al Signore in quel momento cruciale della storia. Probabilmente Maria avrà ripensato alle parole dell’Angelo che abbiamo letto nel Vangelo riguardo a suo Figlio: ‘Quel giorno m’hai detto che sarà grande! Tu mi ha detto che gli darai il trono di Davide suo padre e che regnerà per sempre! Ma adesso lo vedo lì, sulla croce’. Maria con il silenzio ha coperto il mistero che non capiva. E con il silenzio ha lasciato che il mistero potesse crescere e fiorire portando a tutti una grande speranza. ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra’: le parole dell’Angelo a Maria – spiega il Pontefice – ci assicurano che il Signore copre il suo mistero. Perché il mistero del nostro rapporto con Dio, del nostro cammino, della nostra salvezza non può essere messo all’aria, pubblicizzato. Il silenzio lo custodisce. Che il Signore ci dia a tutti la grazia di amare il silenzio, cercarlo, di avere un cuore custodito dalla nube del silenzio. E così il mistero che cresce in noi darà tanti frutti”. L’Uomo “non si salva da solo e chi ha avuto la superbia di provarci, anche tra i cristiani, ha fallito. Perché solo Dio può dare vita e salvezza”. È questa la meditazione di Papa Francesco che ricordare come “la vita, la capacità di dare vita e la salvezza vengono soltanto dal Signore e non dall’Uomo che non ha l’umiltà di riconoscerlo e di chiedere aiuto. Tante volte nella Scrittura si parla della donna sterile, della sterilità, dell’incapacità di concepire e dare vita». Ma sono anche tante le volte in cui avviene il miracolo del Signore, che fa che queste donne sterili possano avere un figlio”. Papa Francesco si riferisce alla mamma di Sansone, la cui storia è contenuta nel passo del Libro dei Giudici (13, 2-7.24-25a), e ricorda ciò che “accade alla moglie del nostro padre Abramo, Sara, lei non poteva credere di avere un figlio a causa dell’età avanzata e sorrideva dietro la finestra da dove spiava di cosa parlava il marito. E sorrideva perché non poteva crederlo. Ma ha avuto un figlio. Il Vangelo di Luca (Lc 5-25) ricorda anche quanto è accaduto a Elisabetta. Tutte storie bibliche di donne che mostrano come dall’impossibilità di dare vita, viene la vita. Ed è accaduto anche a donne non sterili ma che non avevano più alcuna speranza per la loro vita. Pensiamo a Noemi che, alla fine, ha avuto un nipotino. Il Signore interviene nella vita di queste donne per dirci: io sono capace di dare vita!”. Papa Francesco osserva che “nelle parole dei profeti c’è l’immagine del deserto: la terra deserta, incapace di far crescere un albero, un frutto, di far germogliare qualcosa. Eppure proprio il deserto sarà come una foresta. Dicono i profeti: sarà grande, fiorirà!”. È tutto vero: Israele ha effettivamente trasformato il deserto i campi coltivabili. “Dunque il deserto può fiorire e la donna sterile può avere la vita soltanto nella prospettiva della promessa del Signore: io posso! Io posso dalla vostra secchezza far crescere la vita, la salvezza! Io posso dall’aridità far crescere i frutti!. La salvezza – rileva Papa Bergoglio – è l’intervento di Dio che ci fa fecondi, che ci dà la capacità di dare vita, che ci aiuta nel cammino della santità. Una cosa è certa: noi non possiamo salvarci da noi soli. In tanti ci hanno provato anche alcuni cristiani”. Il Santo Padre ricorda i pelagiani. “Ma solo l’intervento di Dio ci porta la salvezza”. Da qui la domanda del Pontefice: “ma da parte nostra cosa dobbiamo fare? Innanzitutto – è la risposta del Papa – riconoscere la nostra secchezza, la nostra incapacità di dare vita. Poi chiedere”. E formula così la richiesta che si fa preghiera di fecondità: “Signore, io voglio essere fecondo; io voglio che la mia vita dia vita, la mia fede sia feconda e vada avanti e possa darla agli altri. Signore, io sono sterile; io non posso, tu puoi. Io sono un deserto; io non posso, tu puoi. Questa sia la preghiera di questi giorni prima del Natale. Fa pensare come i superbi, quelli che credono che possono fare tutto da sé, sono colpiti”. Il Santo Padre si riferisce in particolare “a quella donna che non era sterile, ma era superba e non capiva cosa fosse lodare Dio: Micol, la figlia di Saul. Rideva della lode. È stata punita con la sterilità. L’umiltà è una dote necessaria per essere fecondi. Quante persone – rimarca il Papa – credono di essere giuste, come lei, ed alla fine sono poveracci! Invece è importante l’umiltà, il dire: ‘Signore sono sterile, sono un deserto’. Com’è importante ripetere in questi giorni quelle belle antifone che la Chiesa ci fa pregare: ‘o figlio di David, o Adonai, o Sapienza, o Radice di Iesse, o Emmanuel, vieni a darci vita, vieni a salvarci perché Tu solo puoi, io da solo non posso’. Con questa umiltà, umiltà del deserto, umiltà di anima sterile, dobbiamo ricevere la grazia: la grazia di fiorire, di dare frutto e di dare vita”. Allora, cos’è il Natale? “Il Natale è il segno che Dio si è schierato con l’Uomo, con le sue miserie, ed è l’esempio che invita ogni cristiano a fare altrettanto con i più poveri, a chinarsi verso di loro per alleviarli dalle loro sofferenze”. È il pensiero centrale di Papa Francesco all’Udienza generale di Mercoledì 18 Dicembre 2013. “Questo nostro incontro si svolge nel clima spirituale dell’Avvento, reso ancor più intenso dalla Novena del Santo Natale, che stiamo vivendo in questi giorni e che ci conduce alle feste natalizie. Perciò oggi vorrei riflettere con voi sul Natale, il Natale di Gesù, festa della fiducia e della speranza, che supera l’incertezza e il pessimismo. E la ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi e Dio si fida ancora di noi! Ma, pensate bene a questo: Dio è con noi, e Dio si fida ancora di noi! Ma, è generoso questo Padre Dio, eh? Dio viene ad abitare con gli uomini, sceglie la Terra come sua dimora per stare insieme all’uomo e farsi trovare là dove l’uomo trascorre i suoi giorni nella gioia e nel dolore. Pertanto, la Terra non è più soltanto una ‘valle di lacrime’, ma è il luogo dove Dio stesso ha posto la sua tenda, è il luogo dell’incontro di Dio con l’uomo, della solidarietà di Dio con gli uomini. Dio ha voluto condividere la nostra condizione umana al punto da farsi una cosa sola con noi nella persona di Gesù, che è vero uomo e vero Dio. Ma – osserva Papa Francesco – c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale, segnato da tante cose buone e cattive, segnato da divisioni, malvagità, povertà, prepotenze e guerre. Egli ha scelto di abitare la nostra storia com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi. Così facendo ha dimostrato in modo insuperabile la sua inclinazione misericordiosa e ricolma di amore verso le creature umane. Egli è il Dio-con-noi; Gesù è Dio-con-noi: credete questo, voi?”. Il popolo dei fedeli risponde di sì! “Ma, facciamo insieme questa confessione: Gesù è Dio-con-noi. Tutti: Gesù è Dio-con-noi. Un’altra volta”. Il popolo proclama: Gesù è Dio-con-noi. “Ecco, bene. Grazie. Gesù è Dio-con-noi, da sempre e per sempre con noi nelle sofferenze e nei dolori della storia. Il Natale di Gesù è la manifestazione che Dio si è ‘schierato’ una volta per tutte dalla parte dell’uomo, per salvarci, per risollevarci dalla polvere delle nostre miserie, delle nostre difficoltà, dei nostri peccati. Da qui viene il grande ‘regalo’ del Bambino di Betlemme: un’energia spirituale ci porta Lui, un’energia che ci aiuta a non sprofondare nelle nostre fatiche, nelle nostre disperazioni, nelle nostre tristezze, perché è un’energia che riscalda e trasforma il cuore. La nascita di Gesù, infatti, ci porta la bella notizia che siamo amati immensamente e singolarmente da Dio, e questo amore non solo ce lo fa conoscere, ma ce lo dona, ce lo comunica!”. Dalla contemplazione gioiosa del mistero del Figlio di Dio nato per noi, Papa Bergoglio rivela due considerazioni. “La prima è che se nel Natale Dio si rivela non come uno che sta in alto e che domina l’Universo, ma come Colui che si abbassa: Dio si abbassa, discende sulla Terra piccolo e povero, significa che per essere simili a Lui noi non dobbiamo metterci al di sopra degli altri, ma anzi abbassarci, metterci al servizio, farci piccoli con i piccoli e poveri con i poveri. Ma, è una cosa brutta quando si vede un cristiano che non vuole abbassarsi, che non vuole servire, un cristiano che si pavoneggia dappertutto: è brutto, eh? Quello non è cristiano: quello è pagano! Il cristiano serve, si abbassa. Facciamo in modo che questi nostri fratelli e sorelle non si sentano mai soli! La nostra presenza solidale al loro fianco esprima non solo con le parole ma con l’eloquenza dei gesti che Dio è vicino a tutti. La seconda: se Dio, per mezzo di Gesù, si è coinvolto con l’uomo al punto da diventare come uno di noi, vuol dire che qualunque cosa avremo fatto a un fratello e una sorella l’avremo fatta a Lui. Ce lo ha ricordato lo stesso Gesù: chi avrà nutrito, accolto, visitato, amato uno dei più piccoli e dei più poveri tra gli uomini, avrà fatto ciò al Figlio di Dio. Al contrario, chi avrà respinto, dimenticato, ignorato uno dei più piccoli e più poveri tra gli uomini, avrà trascurato e respinto Dio stesso (cfr Mt 25,35-46). Come scrive l’apostolo Giovanni: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). Affidiamoci alla materna intercessione di Maria, Madre di Gesù e nostra, perché ci aiuti in questo Santo Natale, ormai vicino, a riconoscere nel volto del nostro prossimo, specialmente delle persone più deboli ed emarginate, l’immagine del Figlio di Dio fatto uomo. Maria ci sostenga nel nostro proposito di donare a tutti il nostro amore, la nostra bontà e la nostra generosità. In questo modo saremo un riflesso e un prolungamento della luce di Gesù, che dalla grotta di Betlemme continua ad irradiarsi nei cuori delle persone, offrendo la gioia e la pace, a cui aspiriamo dal profondo del nostro essere”. Fra i partecipanti all’Udienza Generale, anche una delegazione della squadra di calcio San Lorenzo de Almagro di Buenos Aires, di cui Padre Bergoglio è socio tesserato numero 88235N-0. I “cuervos” (i corvi), cioè i membri e i tifosi del San Lorenzo, hanno portato al Papa una replica della Coppa del Campionato Inicial e il vice presidente del Club, Marcelo Tinelli, gli ha donato una maglia della squadra per il suo 77° compleanno, che il Santo Padre Francesco ha festeggiato il 17 Dicembre. Già da bambino Jorge Mario Bergoglio si recava con suo padre allo stadio San Lorenzo. Divenuto Arcivescovo di Buenos Aires andava al club per celebrare la messa e confessare i giocatori. La squadra fu fondata da un salesiano, Don Lorenzo Massa, che dopo l’ordinazione, fu destinato al difficile quartiere di Almagro: vedendo che a molti giovani piaceva il pallone, decise di riunirli in una squadra, salvando alcuni di loro dalla delinquenza. L’appellativo “cuervos” era stato dato dagli abitanti del quartiere che esclamavano: “”Ah, vengono i cuervos”, alludendo alla nera veste talare di Don Massa che era con loro durante i campionati. E così, all’Udienza generale, Papa Francesco ha detto: “Saluto in modo speciale la squadra di calcio San Lorenzo, che Domenica scorsa ha vinto il campionato e che ha portato qui la Coppa. Molte grazie”. Il Mistero dell’Incarnazione, contemplato con gli occhi di San Francesco d’Assisi, è stato al centro dell’ultima predica d’Avvento nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, per il Papa e la Curia Romana, a cura del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa. Non accoglie pienamente Cristo “chi non è disposto ad accogliere il povero con cui Egli si è identificato”. È dedicata alla povertà, attraverso il Mistero dell’Incarnazione, la riflessione di padre Raniero. “Non importa solo sapere che Dio si è fatto uomo, importa anche sapere che tipo di uomo si è fatto. Per San Francesco, Cristo si è fatto povero, il Verbo ha assunto il povero, l’umile, il sofferente, al punto da identificarsi con essi. I poveri sono i piedi di Gesù. Il povero è anch’esso un ‘vicario di Cristo’, uno che tiene le veci di Cristo. Vicario s’intende in senso passivo, non attivo; cioè, non nel senso che quello che fa il povero è come se lo facesse Cristo, ma nel senso che quello che si fa al povero è come se lo si facesse a Cristo. Non a caso Giovanni XXIII – ricorda padre Cantalamessa – in occasione del Concilio Vaticano II coniò l’espressione Chiesa dei poveri: in un certo senso, tutti i poveri del mondo, siano essi battezzati o meno, le appartengono. La loro povertà e sofferenza è il loro battesimo di sangue. La Chiesa di Cristo è dunque immensamente più vasta di quello che dicono le statistiche correnti. Ne deriva che il Papa, vicario di Cristo, è davvero il ‘padre dei poveri’, il pastore di questo immenso gregge, ed è una gioia e uno stimolo per tutto il popolo cristiano vedere quanto questo ruolo è stato preso a cuore dagli ultimi Sommi Pontefici, con le varie lettere sociali, e in modo tutto particolare dal pastore che siede oggi sulla cattedra di Pietro”. In effetti Papa Francesco e la sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium hanno suggerito al predicatore della Casa Pontificia un’immagine della società contemporanea: “oggi tendiamo a mettere tra noi e i poveri dei doppi vetri. Noi vediamo i poveri muoversi, agitarsi, urlare dietro lo schermo televisivo, oppure esporre sulle riviste missionarie quei lori occhi che dicono tutto, ma il loro grido ci giunge come da molto lontano. Non ci penetra nel cuore. Lo dico a mia stessa confusione e vergogna. La parola: ‘i poveri’ o ‘gli extracomunitari’ provoca, nei Paesi ricchi, quello che provocava nei romani antichi il grido ‘i barbari, i barbari’: lo sconcerto, il panico”. Infatti il mondo ha paura dei poveri. Chi ha il potere teme i poveri. “Come piangiamo e protestiamo – e giustamente! – per i bambini a cui si impedisce di nascere o come protestiamo – e più che giustamente! – per gli anziani, i malati, i malformati aiutati, a volte spinti, a morire con l’eutanasia – dichiara padre Raniero – così dovremmo fare per i milioni di bambini nati e fatti morire per fame, malattie, bambini costretti a fare la guerra e uccidersi tra loro per interessi a cui non siamo estranei noi dei Paesi ricchi, oppure per gli anziani che muoiono assiderati di freddo o abbandonati soli al loro destino. Noi cristiani, insomma, non possiamo pensare che sia lo Stato con le sue leggi a dover cambiare i costumi della gente. La prima cosa da fare, nei confronti dei poveri, è dunque rompere i doppi vetri, superare l’indifferenza, l’insensibilità. Dobbiamo, come ci esorta appunto il Papa nell’Esortazione Apostolica, ‘accorgerci’ dei poveri, lasciarci prendere da una sana inquietudine per la loro presenza in mezzo a noi: già questo sarebbe qualcosa. Quello che dobbiamo fare in concreto per essi, lo si può riassumere in tre parole: amarli, soccorrerli, evangelizzarli. Amare i poveri significa anzitutto rispettarli e riconoscere la loro dignità – sottolinea padre Cantalamessa – in essi brilla di luce più viva la radicale dignità dell’essere umano. Ma i poveri non meritano soltanto la nostra commiserazione; meritano anche la nostra ammirazione. Sono i veri campioni dell’umanità. Come ci ha insegnato San Francesco, sono nostri fratelli. Questo della fraternità è il contributo specifico che la fede cristiana può dare per rafforzare nel mondo la pace e la lotta alla povertà, come suggerisce il tema della prossima Giornata mondiale della pace: ‘Fraternità, fondamento e via per la pace’. Al dovere di amare e rispettare i poveri, segue quello di soccorrerli. Oggi però – osserva il frate cappuccino – non basta più la semplice elemosina. Il problema della povertà è divenuto planetario: eliminare o ridurre l’ingiusto e scandaloso abisso che esiste tra ricchi e poveri del mondo è il compito più urgente e più ingente che il secondo millennio ha lasciato in eredità al terzo; speriamo che il terzo non lo lasci tale e quale in eredità al nuovo millennio che verrà. Gesù riconobbe come sua missione quella di evangelizzare i poveri che hanno il sacrosanto diritto di udire il Vangelo che parla di amore ai poveri, ma non di odio ai ricchi. Non dobbiamo permettere che la nostra cattiva coscienza ci spinga a commettere l’enorme ingiustizia di privare della buona notizia coloro che ne sono i primi destinatari. ‘Beati voi poveri, perché vostro è il Regno dei Cieli!’.
Per questo, per San Francesco d’Assisi il Natale non era solo l’occasione per piangere sulla povertà di Cristo; era anche la festa che aveva il potere di fare esplodere tutta la capacità di gioia che c’era nel suo cuore, ed era immensa”. Nella Chiesa tutti devono imparare che “il servizio al Vangelo deve essere spogliato di ogni gloria o tornaconto personali”. Uno dei pilastri del magistero di Papa Francesco spicca anche tra le righe del suo lungo Messaggio inviato all’Ordine della SS. Trinità, che festeggia gli 800 anni della morte del fondatore, S. Juan de Mata, e i 400 del riformatore S. Giovanni Batista della Concezione. Entrambi “protagonisti di una vita religiosa rispettabile, anche se forse un po’ tranquilla e sicura, ricevettero da Dio – scrive Papa Bergoglio – una chiamata che ribaltò la loro esistenza, spingendoli a spendersi in favore dei più bisognosi”. Per Papa Francesco, “questo è l’esempio da imitare: i due Santi seppero accettare la sfida e dunque se oggi noi celebriamo la nascita del vostro fondatore e del riformatore, lo facciamo proprio perché furono in grado di rinnegare se stessi, di portare con semplicità e docilità la croce di Cristo e di essere totalmente, senza condizioni, nelle mani di Dio, perché Egli costruisse la sua opera. E come loro, tutti sono chiamati a sperimentare la gioia che scaturisce dall’incontro con Gesù, per superare il nostro egoismo, uscire dalla nostra comodità e andare con coraggio verso tutte le regioni che hanno bisogno della luce del Vangelo”. Il Santo Padre ricorda come, attraverso i secoli, quella della Santissima Trinità sia stata “casa del povero, un luogo dove guarire le ferite del corpo e dell’anima, con la preghiera prima di tutto e con l’impegno incondizionato e il servizio disinteressato e amorevole. In effetti i Trinitari hanno chiaro – e tutti dobbiamo impararlo – che nella Chiesa ogni responsabilità o autorità devono essere vissute come servizio. Da qui, la nostra azione deve essere spogliata di qualsiasi desiderio di guadagno personale o di promozione e deve sempre cercare di condividere tutti i talenti ricevuti da Dio, per orientarli, come buoni amministratori, allo scopo per cui ci sono stati concessi, l’aiuto per i poveri. Poveri – insiste il Papa – che ci sono anche oggi e sono molti. Li vediamo ogni giorno e non possiamo girare al largo, accontentandoci di una buona parola. Cristo non l’ha fatto”. Il Messaggio del Vescovo di Roma si chiude con una richiesta, quella di “pregare per il Papa. Mi piace pensare che voi, nella preghiera, mettiate il Vescovo di Roma assieme ai poveri, perché questo mi ricorda che non posso dimenticarmi di loro, come non li dimenticò Gesù che li teneva nel profondo del suo Cuore, inviato a portare loro una buona notizia e che, per mezzo della sua povertà, ha arricchito tutti noi”. Nel giorno del suo compleanno, il Santo Padre ha voluto che alla Messa mattutina nella Casa Santa Marta fosse presente il personale della stessa Casa, in modo da vivere la celebrazione in un clima particolarmente familiare. Il Vangelo della genealogia, ricco dei nomi degli antenati di Gesù, offre l’occasione al Papa di ricordare affettuosamente nel corso dell’omelia anche i nomi di alcuni dei dipendenti presenti. Agli auguri si è unito l’elemosiniere, Mons. Konrad Krajewski, che ha presentato al Papa tre persone senza fissa dimora che soggiornano nel quartiere vicino al Vaticano. “Dio mai ci lascia soli, ma sempre cammina con noi”. Papa Francesco prende spunto dal Vangelo per soffermarsi sulla presenza del Signore nella nostra vita. “Qualcuno una volta ho sentito che diceva: ‘Ma questo brano del Vangelo sembra l’elenco telefonico!’ E no – avverte il Papa – è tutt’altra cosa: questo brano del Vangelo è pura storia e ha un argomento importante. È pura storia, perché, come diceva San Leone Papa, Dio ha inviato il suo Figlio. E Gesù è consustanziale al Padre, Dio, ma anche consustanziale alla Madre, una donna. E questa è quella consustanzialità della Madre. Dio si è fatto storia. Dio ha voluto farsi storia. È con noi. Ha fatto il cammino con noi. Dopo il primo peccato nel Paradiso – ricorda Papa Bergoglio – Lui ha avuto questa idea: fare il cammino con noi. Ha chiamato Abramo, il primo nominato in questa lista e lo ha invitato a camminare. E Abramo ha incominciato quel cammino. E poi Isacco, Giacobbe, Giuda. E così va questo cammino nella storia. Dio cammina con il suo popolo. Dio non ha voluto venire a salvarci senza la storia”. Non è venuto a fare una passeggiata sulla Terra. “Lui ha voluto fare la storia con noi. Una storia – rileva il Santo Padre – che va dalla santità al peccato. In questo elenco ci sono santi, ma ci sono anche i peccatori. I peccatori di alto livello, che hanno fatto peccati grossi. E Dio ha fatto la storia con loro. Peccatori, che non hanno risposto a tutto quello che Dio pensava per loro. Pensiamo a Salomone, tanto grande, tanto intelligente, e finì, poveraccio, lì, che non sapeva come si chiamava! Ma Dio era con lui. E questo è il bello, no? Dio è consustanziale a noi. Fa la storia con noi. Di più: quando Dio vuol dire chi è, dice: ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe’. Ma qual è il cognome di Dio? Siamo noi – spiega Papa Francesco – ognuno di noi. Lui prende da noi il nome per farlo il suo cognome. ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Pedro, di Marietta, di Armony, di Marisa, di Simone, di tutti!’. Da noi prende il cognome. Il cognome di Dio è ognuno di noi. Lui, il nostro Dio ha fatto la storia con noi, ha preso il cognome dal nostro nome, si è lasciato scrivere la storia da noi. Noi – ribadisce il Papa – scriviamo questa storia di grazia e peccato e Lui va dietro a noi. Questa è l’umiltà di Dio, la pazienza di Dio, l’amore di Dio. È nostro! E questo fa commuovere. Tanto amore, tanta tenerezza, di avere un Dio così. La sua gioia è stata condividere la Sua vita con noi. Il Libro della Sapienza dice che la gioia del Signore è fra i figli dell’uomo, con noi. Avvicinandosi il Natale, viene da pensare: se Lui ha fatto la Sua storia con noi, se Lui ha preso il Suo cognome da noi, se Lui ha lasciato che noi scrivessimo la Sua storia, almeno lasciamo, noi, che Lui ci scriva la nostra storia. E quella è la santità: ‘Lasciare che il Signore ci scriva la nostra storia’. E questo è un augurio di Natale per tutti noi. Che il Signore ti scriva la storia e che tu lasci che Lui te la scriva. Così sia!”. Perché “quando manca la profezia nella Chiesa, manca la vita stessa di Dio e ha il sopravvento il clericalismo. Il profeta – spiega il Papa – è colui che ascolta le parole di Dio, sa vedere il momento e proiettarsi sul futuro. Ha dentro di sé questi tre momenti: il passato, il presente e il futuro”. Il passato. “Il profeta è cosciente della promessa e ha nel suo cuore la promessa di Dio, l’ha viva, la ricorda, la ripete. Poi guarda il presente, guarda il suo popolo e sente la forza dello Spirito per dirgli una parola che lo aiuti ad alzarsi, a continuare il cammino verso il futuro. Il profeta è un uomo di tre tempi: promessa del passato; contemplazione del presente; coraggio per indicare il cammino verso il futuro. E il Signore sempre ha custodito il suo popolo, con i profeti, nei momenti difficili, nei momenti nei quali il popolo era scoraggiato o era distrutto, quando il Tempio non c’era, quando Gerusalemme era sotto il potere dei nemici, quando il popolo si domandava dentro di sé: ‘Ma Signore tu ci ha promesso questo! E adesso cosa succede?’. È quello che è successo nel cuore della Madonna – osserva Papa Francesco – quando era ai piedi della Croce. In questi momenti è necessario l’intervento del profeta. E non sempre il profeta è ricevuto, tante volte è respinto. Lo stesso Gesù dice ai Farisei che i loro padri hanno ucciso i profeti, perché dicevano cose che non erano piacevoli: dicevano la verità, ricordavano la promessa! E quando nel popolo di Dio manca la profezia – avverte il Santo Padre – manca qualcosa: manca la vita del Signore!. Quando non c’è profezia la forza cade sulla legalità, ha il sopravvento il legalismo. Così, nel Vangelo, i sacerdoti sono andati da Gesù a chiedere la cartella di legalità: ‘Con quale autorità fai queste cose? Noi siamo i padroni del Tempio!’. Non capivano le profezie. Avevano dimenticato la promessa! Non sapevano leggere i segni del momento, non avevano né occhi penetranti né udito della Parola di Dio: soltanto avevano l’autorità! Quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia quello, viene occupato dal clericalismo: è proprio questo clericalismo che chiede a Gesù: ‘Con quale autorità fai tu queste cose? Con quale legalità?’. E la memoria della promessa e la speranza di andare avanti vengono ridotte soltanto al presente: né passato, né futuro speranzoso. Il presente è legale: se è legale vai avanti. Ma quando regna il legalismo – rivela il Papa – la Parola di Dio non c’è e il popolo di Dio che crede, piange nel suo cuore, perché non trova il Signore: gli manca la profezia. Piange come piangeva la mamma Anna, la mamma di Samuele, chiedendo la fecondità del popolo, la fecondità che viene dalla forza di Dio, quando Lui ci risveglia la memoria della sua promessa e ci spinge verso il futuro, con la speranza. Questo è il profeta! Questo è l’uomo dall’occhio penetrante e che ode le parole di Dio. La nostra preghiera in questi giorni, nei quali ci prepariamo al Natale del Signore, sia: ‘Signore, che non manchino i profeti nel tuo popolo!’. Tutti noi battezzati siamo profeti. Signore, che non dimentichiamo la tua promessa! Che non ci stanchiamo di andare avanti! Che non ci chiudiamo nelle legalità che chiudono le porte! Signore, libera il tuo popolo dalla spirito del clericalismo e aiutalo con lo spirito di profezia”. Papa Bergoglio ricorda che “essere profeti è una vocazione di tutti i battezzati”, in forza anche delle parole del libro dei Numeri (24, 2-7.15-17b) che dipingono la figura del profeta, “oracolo di Balaam figlio di Beor e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante; oracolo di chi ode le parole di Dio”. Esemplare, in proposito, la storia del giovane Samuele che “mentre dormiva, aveva sentito la chiamata del Signore ma non sapeva cos’era. E la Bibbia lo dice: in quei tempi ‘la parola del Signore era rara e le visioni non erano frequenti’(1 Libro di Samuele 3,1). Era un tempo in cui Israele non aveva profeti. Così nel tempo di Samuele, quando la parola del Signore era rara e le visioni non erano frequenti, era lo stesso. La legalità e l’autorità. Signore, libera il tuo popolo dallo spirito del clericalismo e aiutalo con lo spirito di profezia”. Papa Francesco, in occasione della preghiera dell’Angelus, Domenica della Gioia, il 15 Dicembre, terza di Avvento, del “Gaudete”, richiama la liturgia dove “risuona più volte l’invito a gioire, a rallegrarsi, perché? Perché il Signore è vicino. Il Natale è vicino. Il messaggio cristiano si chiama ‘evangelo’, cioè ‘buona notizia’, un annuncio di gioia per tutto il popolo; la Chiesa non è un rifugio per gente triste, la Chiesa è la casa della gioia! E coloro che sono tristi trovano in essa la gioia, trovano in essa la vera gioia! Ma quella del Vangelo – spiega il Papa – non è una gioia qualsiasi. Trova la sua ragione nel sapersi accolti e amati da Dio. Come ci ricorda oggi il profeta Isaia (cfr 35,1-6a.8a.10), Dio è colui che viene a salvarci, e presta soccorso specialmente agli smarriti di cuore. La sua venuta in mezzo a noi irrobustisce, rende saldi, dona coraggio, fa esultare e fiorire il deserto e la steppa, cioè la nostra vita quando diventa arida. E quando diventa arida la nostra vita? Quando è senza l’acqua della Parola di Dio e del suo Spirito d’amore. Per quanto siano grandi i nostri limiti e i nostri smarrimenti, non ci è consentito essere fiacchi e vacillanti di fronte alle difficoltà ed alle nostre stesse debolezze. Al contrario, siamo invitati ad irrobustire le mani, a rendere salde le ginocchia, ad avere coraggio e non temere, perché il nostro Dio ci mostra sempre la grandezza della sua misericordia. Lui ci dà la forza per andare avanti. Lui è sempre con noi per aiutarci ad andare avanti. È un Dio che ci vuole tanto bene – osserva Papa Bergoglio – ci ama e per questo è con noi, per aiutarci, per irrobustirci e andare avanti. Coraggio! Sempre avanti! Grazie al suo aiuto noi possiamo sempre ricominciare da capo. Come? Ricominciare da capo? Qualcuno può dirmi: ‘No, Padre, io ne ho fatte tante. Sono un gran peccatore, una grande peccatrice. Io non posso rincominciare da capo!’ Sbagli! Tu puoi ricominciare da capo! Perché? Perché Lui ti aspetta, Lui è vicino a te, Lui ti ama, Lui è misericordioso, Lui ti perdona, Lui ti dà la forza di ricominciare da capo! A tutti! Allora siamo capaci di riaprire gli occhi, di superare tristezza e pianto e intonare un canto nuovo. E questa gioia vera rimane anche nella prova, anche nella sofferenza, perché non è una gioia superficiale, ma scende nel profondo della persona che si affida a Dio e confida in Lui. La gioia cristiana, come la speranza – insegna Papa Francesco – ha il suo fondamento nella fedeltà di Dio, nella certezza che Lui mantiene sempre le sue promesse. Il profeta Isaia esorta coloro che hanno smarrito la strada e sono nello sconforto, a fare affidamento sulla fedeltà del Signore, perché la Sua salvezza non tarderà ad irrompere nella loro vita. Quanti hanno incontrato Gesù lungo il cammino, sperimentano nel cuore una serenità e una gioia di cui niente e nessuno potrà privarli. La nostra gioia è Gesù Cristo, il Suo amore fedele inesauribile! Perciò, quando un cristiano diventa triste, vuol dire che si è allontanato da Gesù. Ma allora non bisogna lasciarlo solo! Dobbiamo pregare per lui, e fargli sentire il calore della comunità. La Vergine Maria ci aiuti ad affrettare il passo verso Betlemme, per incontrare il Bambino che è nato per noi, per la salvezza e la gioia di tutti gli uomini. A lei l’Angelo disse: ‘Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te’ (Lc 1,28). Lei ci ottenga di vivere la gioia del Vangelo in famiglia, al lavoro, in parrocchia e in ogni ambiente. Una gioia intima, fatta di meraviglia e di tenerezza. Quella che prova una mamma quando guarda il suo bambino appena nato, e sente che è un dono di Dio, un miracolo di cui solo ringraziare!”. È il senso della tradizionale benedizione dei Bambinelli, quest’anno sotto la pioggia, subito dopo l’Angelus. “Cari fratelli e sorelle, mi spiace che voi siate sotto la pioggia! Ma io sono con voi, di qua. Siete coraggiosi! Grazie! Oggi il primo saluto è riservato ai bambini di Roma, venuti per la tradizionale benedizione dei Bambinelli, organizzata dal Centro Oratori Romani. Cari bambini, quando pregherete davanti al vostro Presepe, ricordatevi anche di me, come io mi ricordo di voi. Vi ringrazio, e Buon Natale!”. Ma il Papa rileva che “ci sono cristiani che hanno una certa allergia per i predicatori della parola: accettano la verità della rivelazione ma non il predicatore, preferendo una vita ingabbiata. È accaduto ai tempi di Gesù e purtroppo continua ad accadere ancora oggi in coloro che vivono chiusi in se stessi, perché hanno paura della libertà che viene dallo Spirito Santo”. Nel vangelo di Matteo (11, 16-19) Gesù paragona la generazione dei suoi contemporanei a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: “vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto”. Il Papa ricorda che “Cristo nei Vangeli parla sempre bene dei bambini, offrendoli come modello della vita cristiana e invitando a essere come loro per entrare nel regno dei cieli. Invece nel brano in questione è l’unica volta che non parla tanto bene di loro”. Chissà, forse tra queste piccole “pesti” del mondo antico sono da annoverare anche quelle dei tempi moderni che oggi nelle nostre famiglie cristiane pretendono regali di Natale fin troppo costosi dai loro genitori e parenti, paghette non meritate, finanche “ricattando” i propri educatori e familiari per fare la comunione e la cresima dietro lauto compenso e non certamente per autentica espressione di fede! Per il Papa si tratta di un’immagine di “fanciulli un po’ speciali: maleducati, malcontenti, screanzati pure; bambini che non sanno essere felici mentre giocano e che rifiutano sempre l’invito degli altri: nessuna cosa va loro bene”. In particolare “Gesù usa questa immagine per descrivere i dirigenti del suo popolo”, definiti da Papa Bergoglio “gente che non era aperta alla parola di Dio”. Per il Santo Padre c’è un aspetto interessante in questo atteggiamento. “Il loro rifiuto non è per il messaggio, è per il messaggero. Basta proseguire nella lettura del brano evangelico per averne conferma. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve e hanno detto: ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ecco è un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. In pratica, da sempre gli uomini trovano motivi per delegittimare il predicatore. Basti pensare alla gente di quel tempo che preferiva rifugiarsi in una religione un po’ elaborata: nei precetti morali, come i Farisei; nel compromesso politico, come i Sadducei; nella rivoluzione sociale, come gli Zeloti; nella spiritualità gnostica, come gli Esseni. Tutti – osserva il Papa – con il loro sistema ben pulito, ben fatto, ma che non accetta il predicatore. Ecco perché Gesù rinfresca loro la memoria ricordando i profeti, che sono stati perseguitati e uccisi. Accettare la verità della rivelazione e non il predicatore – rivela Papa Francesco – è segno di una mentalità frutto di una vita ingabbiata nei precetti, nei compromessi, nei piani rivoluzionari, nella spiritualità senza carne”. Il riferimento è a quei cristiani “che si permettono di non ballare quando il predicatore ti dà una bella notizia di gioia, e si permettono di non piangere quando il predicatore ti dà una notizia triste. A quei cristiani, cioè, che sono chiusi, ingabbiati, che non sono liberi. E il motivo è la paura della libertà dello Spirito Santo, che viene tramite la predicazione. Del resto, questo è lo scandalo della predicazione del quale parlava San Paolo; lo scandalo della predicazione che finisce nello scandalo della croce. Infatti scandalizza che Dio ci parli tramite uomini con limiti, uomini peccatori; e scandalizza di più – insiste il Papa – che Dio ci parli e ci salvi tramite un uomo che dice di essere il Figlio di Dio, ma finisce come un criminale. Così si finisce per coprire la libertà che viene dallo Spirito Santo, perché in ultima analisi questi cristiani tristi non credono nello Spirito Santo; non credono in quella libertà che viene dalla predicazione, che ti ammonisce, ti insegna, ti schiaffeggia pure, ma è proprio la libertà che fa crescere la Chiesa”. Dunque l’immagine del Vangelo, con “i bambini che hanno paura di ballare, di piangere, che hanno paura di tutto, che chiedono sicurezza in tutto – insegna il Papa – fa pensare a questi cristiani tristi, che  criticano sempre i predicatori della verità, perché hanno paura di aprire la porta allo Spirito Santo”. Da qui l’esortazione di Papa Bergoglio a pregare per loro, a pregare anche per noi stessi, “affinché non diventiamo cristiani tristi, di quelli che tolgono allo Spirito Santo la libertà di venire a noi tramite lo scandalo della predicazione”. Per questo il 14 Febbraio 2014, Festa di San Valentino, protettore degli innamorati, Papa Francesco incontrerà i fidanzati, per celebrare insieme “La gioia del Sì per sempre”. L’iniziativa è promossa dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. All’incontro con il Santo Padre, che si terrà nell’Aula Paolo VI in Vaticano alle ore 11, sono invitati i fidanzati che hanno frequentato, o stanno vivendo, i percorsi di preparazione al Matrimonio. Per le iscrizioni, entro il 30 Gennaio 2014, è necessario recarsi negli Uffici per la Famiglia, delle Diocesi o delle Segreterie dei Movimenti ed Associazioni laicali, oppure inviare una e-mail all’indirizzo events@family.va. “Il Santo Padre – afferma il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia – ha più volte esortato gli innamorati e i giovani sposi a vivere la gioia dell’amore fedele e fecondo, che cresce nella santità seguendo il modello della Santa Famiglia ed accogliendo Cristo nella vita familiare, in cui si rinnova ogni giorno e per sempre il dono pieno e libero di sé nell’amore sacramentale, che riceve la grazia del mistero pasquale”. Nell’incontro ad Assisi con i giovani dell’Umbria, il 4 Ottobre scorso, Papa Francesco ha detto: “Che cos’è il Matrimonio? È una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa. Due cristiani che si sposano hanno riconosciuto nella loro storia di amore la chiamata del Signore, la vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita. E il Sacramento del Matrimonio avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso. Con questo dono, con la certezza di questa chiamata, si può partire sicuri, non si ha paura di nulla, si può affrontare tutto, insieme! L’amore di Dio non è generico. Dio posa il suo sguardo d’amore su ogni uomo e ogni donna, con nome e cognome”. Pro Fausto Anno Domini MMXIV Opulento Et Gaudioso.

Nicola Facciolini

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