Congresso Nazionale della CGIL, Fiammata: “Sarebbe un onore, per me, poter parlare”

Sono nella CGIL dal 27 ottobre 1987. Non ho mai avuto la possibilità di intervenire ad un Congresso Nazionale della CGIL. Allora, immagino di poter salire sul palco, oggi 6 maggio,  dopo la relazione del Segretario Generale Susanna Camusso, e prendere la parola. Se fosse vero, quel che immagino, direi questo. Il grande storico Eric […]

fiammataSono nella CGIL dal 27 ottobre 1987. Non ho mai avuto la possibilità di intervenire ad un Congresso Nazionale della CGIL. Allora, immagino di poter salire sul palco, oggi 6 maggio,  dopo la relazione del Segretario Generale Susanna Camusso, e prendere la parola. Se fosse vero, quel che immagino, direi questo.

Il grande storico Eric J. Hobsbawm raccontava di suo padre, ebreo austriaco, che, a metà degli anni ’30 dello scorso secolo, guardando a quel che accadeva in Germania, decise di trasferire tutta la famiglia da Vienna a Londra. Una scelta che salvò la famiglia dello storico dalle persecuzioni razziali, che di lì a qualche anno si sarebbero abbattute sugli ebrei d’Europa, fino al Genocidio.

Nella realtà di tutti i giorni, quella che abbiamo dinanzi agli occhi ogni mattina nella quale abbiamo la fortuna di svegliarci, vi sono i segnali del futuro. Magari confusi dentro assordanti rumori di fondo, ma vi sono. E forse, dalla loro corretta interpretazione, può dipendere la nostra vita. Ieri, è passata davanti alla mia scrivania, una donna. Madre e moglie. Laureata. Appena licenziata dall’agenzia di lavoro interinale, dopo oltre un anno di contratti a termine presso un call center della mia città, L’Aquila. Alla lavoratrice, però, il call center ha proposto un nuovo contratto, per un mese, come collaboratrice a progetto, secondo quanto stabilito da un recente accordo sindacale nazionale,  per il lavoro cosiddetto di “outbound”, quello cioè che riguarda chi telefona a casa delle famiglie, proponendo contratti o abbonamenti. E’ un modo di restare in contatto con una speranza di lavoro.
Accetterà.

A L’Aquila, e in provincia, operatori e operatrici di call center, sono oltre tremila persone. Tutte diplomate o laureate, quasi tutte assunte con regolari contratti a tempo indeterminato. Uno dei Settori più importanti della nostra Provincia. Sarebbe essenziale, immaginare una politica che qualifichi il Settore, ne innalzi e diversifichi  i livelli tecnologici e di servizio. Altrimenti, la concorrenza resterà, come oggi, solo sul costo del lavoro; sulle condizioni delle persone, sui loro diritti: questo è il quadro nazionale di un Settore, che, a livello locale, il Sindacato è spesso costretto a subire. Ed è una condizione difficilissima, simbolo di un intero mondo del lavoro, destrutturato in ogni sua regola e garanzia, ed in cui la crisi economica e il ricatto occupazionale spingono sovente  i Lavoratori al consenso verso le aziende, scaricando sul sindacato,  lasciato solo, ogni contraddizione.

E poi, davanti alla mia scrivania, è passato un uomo di cinquanta anni, italiano, da tre anni in “mobilità in deroga”, a cinquecento euro al mese, più o meno. Padre, con moglie e figli a carico. Lavorava in una carrozzeria, chiusa dal terremoto; licenziato dopo due anni di “cassa integrazione in deroga”. Lavora in nero, ogni volta che può. Qualche giorno fa, CGIL-CISL-UIL hanno organizzato un presidio davanti la Prefettura de L’Aquila, appena riaperta in un edificio del centro storico della città, per chiedere che venissero sbloccati i pagamenti dei cosiddetti “ammortizzatori sociali in deroga” ( da dicembre, i Lavoratori non percepiscono nulla ). Ma nessun Lavoratore, o Lavoratrice,  in quella condizione, è stato informato dell’iniziativa, o gli è stato chiesto di parteciparvi. Eppure, di centinaia tra questi, la CGIL ha nomi, cognomi, indirizzi e numeri di cellulare. Perché, ogni tre mesi, essi devono chiedere il rinnovo della loro indennità attraverso una procedura telematica che fanno i Patronati sindacali. Senza una vera politica attiva del lavoro, chi è espulso dai luoghi di lavoro rischia una reale e progressiva emarginazione sociale; una corsa verso la povertà e l’esclusione. Verso l’assenza.

L’altro giorno, è passato davanti alla mia scrivania, un muratore macedone, che mi ha detto di essere “cliente della CGIL”, da tanti anni. Molti muratori aquilani sono disoccupati, e molti tra loro, chiedono misure che diano “lavoro agli aquilani”. Tra il 2009 e il 2013, il numero degli iscritti al Centro per l’Impiego de L’Aquila è cresciuto di 6980 unità, un aumento del 42% circa, impossibile, se lo considerassimo frutto dei soli andamenti demografici, in un comprensorio di 106.000 abitanti; comprensibile, se lo mettessimo  in relazione con la crisi economica, e con fortissimi incrementi migratori, attratti dalla ricostruzione post-sisma.

La competizione sul mercato del lavoro, tra aquilani e “non-aquilani”; tra italiani e “non-italiani”, produce, intanto, ad esempio, aziende al cui interno figurano assunti soltanto “manovali edili”: nessun operaio specializzato, ma tutti generici. E vi è un incremento assai consistente delle partite IVA tra i lavoratori edili, che vengono convinti dalle imprese a mettersi in proprio, per farsi affidare fasi del lavoro, in una sorta di subappalto a cottimo. Sono solo alcuni dei modi con cui si abbatte il costo del lavoro e si ricattano le persone, se vogliono lavorare. Ma la competizione produce anche chiare forme di xenofobia, in alcuni casi razzismo dichiarato, che si saldano con l’allarme sociale, enormemente accresciuto, rispetto alla sicurezza individuale e ai reati contro la persona o il patrimonio, a prescindere dal loro incremento o decremento percentuale e assoluto. Dopo il terremoto, nel senso comune della città, la criminalità, etnicamente connotata, è diventata un dato culturale, prima ancora che una constatazione empirica. E un problema reale.

E nulla importa del fatto che centinaia di migliaia di Lavoratori e Lavoratrici non italiani partecipino con i loro contributi ai conti dell’INPS, pur sapendo che, date le attuali regole pensionistiche, pochissimi tra loro otterranno un qualche trattamento pensionistico degno. Ci stanno regalando i loro soldi, e di certo, come Sindacato, non ci preoccupiamo a sufficienza di assicurare loro una vecchiaia all’altezza almeno di quello che hanno pagato. Anche loro, insieme ai precari italiani , saranno i vecchi poveri del futuro.

E quel muratore macedone, percepisce l’organizzazione sindacale, come una agenzia di servizi, di cui è cliente. E’ una percezione assai raffinata. La sua è una constatazione. Una definizione della sua esperienza concreta. Di anni. Mi è capitato di conoscere una anziana signora novantaduenne. Il terremoto l’ha allontanata dalla sua casa nel centro della città e portata in una casa provvisoria in un paese, a circa quindici chilometri da L’Aquila. La signora non ha parenti che si occupino di lei, ed è invalida totale con indennità di accompagnamento. Percepisce una pensione superiore alla media, frutto di una lunga vita lavorativa. Ma non ha più alcun legame sociale. Quando si reca al parrucchiere, o in ospedale, o al cimitero per una visita ai suoi cari defunti, deve pagare le persone che la accompagnino. Quando ha bisogno di assistenza per vestirsi, lavarsi o cucinare, deve pagare una persona; e se l’assumesse regolarmente, non le resterebbe nulla della propria pensione. Non può essere assistita dal Comune dell’Aquila, perché vive fuori dai confini comunali (dove il Comune stesso l’ha inviata), e nessuno paga per inviare, da L’Aquila , una persona dei servizi sociali, assicurandola per di più dagli infortuni. E non può essere assistita dal Comune dove ha domicilio, perché è comunque una cittadina aquilana. Dovrebbe solo morire. Ma si ostina a non farlo, e a volere una vita dignitosa.

Noi parliamo di contrattazione territoriale, o di Stato Sociale locale, ma la condizione concreta delle persone è da giungla ferina; con una burocrazia che trae potere e alimento dall’assenza di risorse, e una politica impegnatissima nei clientelismi con il cosiddetto Terzo Settore. Come può testimoniare chiunque abbia bisogno di una assistenza notturna in ospedale, o di badanti. L’allungamento della vita media delle persone è divenuta un disastro. Economico, sociale, familiare e relazionale.

La crisi economica, politica, civile del nostro Paese, nasce anche nelle città. Nasce nella corruzione diffusa del cambiamento di destinazione d’uso di immobili e terreni, al di fuori di ogni strumento urbanistico pianificatorio; nasce nell’investimento, economico e spesso criminale, sulla rendita fondiaria, sostenuto da banche compiacenti, che invece non finanziano l’impresa e l’innovazione. Nasce nel folle consumo di suolo, che deturpa il paesaggio, la bellezza e la storia dei luoghi; rendendoli fragili prede del dissesto idrogeologico. E senza alcuna seria prevenzione sismica. Nasce nella tolleranza alla illegalità diffusa dell’abusivismo. A destra, come a sinistra. Nasce nella pratica, e nella teoria, della “urbanistica contrattata”, di cui troppo spesso si è culturalmente subalterni, in nome di presunte scelte di sviluppo.

E quando, come a L’Aquila, accade che un sisma devasti una città capoluogo di regione, il sindacato avrebbe dovuto chiedere a se stesso molto di più. Per essere rappresentante di una Città. E in piena autonomia dalla politica. L’oggettiva difficoltà del momento, l’isolamento, la difficoltà a mobilitare, avrebbero dovuto, comunque, spingerci a non accontentarci di un ruolo “istituzionale” di interlocutore nei Tavoli, con la Protezione Civile, i Commissari, o gli Enti Locali.

Il Sindacato continua a dire che la più grande opera pubblica del Paese, in grado di rilanciarne anche l’economia, dovrebbe essere la messa in sicurezza del suo territorio e delle sue città; la trasformazione dei luoghi e dell’esistente nel senso della manutenzione, dell’innovazione nei materiali e nelle tecniche; la riconversione ecologica dell’energia e il risparmio; l’investimento sulla sicurezza, sui beni comuni, su nuove possibilità di rendere “intelligenti” le città:  ma, trascorsa l’emergenza, L’Aquila, che di questi temi dovrebbe essere paradigma, scompare dai documenti delle priorità che, a livello nazionale,  il Sindacato indica ai governi che si succedono.

L’intervento emergenziale su L’Aquila ha prodotto cambiamenti strutturali e definitivi nel suo profilo urbano, le cui conseguenze si riverbereranno sulle future generazioni. A partire dalla sostenibilità economico-finanziaria dell’apparato pubblico del Comune e delle Municipalizzate che si trovano di fronte una realtà profondamente mutata. Già oggi, ci si dovrebbe porre il problema di come sarà utilizzato in futuro, impostata tecnicamente tutta la ricostruzione,  il personale assunto con il cosiddetto “concorsone”.

Oppure, di qui a un certo periodo di tempo, L’Aquila sarà, inevitabilmente, una città in dissesto economico-finanziario. Mentre si prorogano i contratti dei precari, e non si sa come far fronte alla manutenzione e al futuro del Progetto C.A.S.E. La pubblica amministrazione, stretta nella oscillazione tra spreco politico/clientelare, e continua valorizzazione del lavoro che non è mai correttamente riconosciuto nei suoi contenuti di professionalità/responsabilità ( e con i contratti di lavoro bloccati da anni ), resta, anche a L’Aquila, il perfetto capro espiatorio per la cancellazione di ogni senso del servizio pubblico, della terzietà dello Stato; la perfetta macchina che trasforma il diritto in favore. L’inutilità e anti-economicità per eccellenza, che solo la privatizzazione può redimere. E sono nodi reali, comunque, cui rispondere. Prima che nuove emergenze contribuiscano a cancellare definitivamente l’idea della utilità di uno Stato. Altro che ridefinizione di Province, o Unioni di Comuni.

Racconto solo queste, poche, tra le tante storie che ogni giorno incontro, perché avrei voluto partecipare ad un altro Congresso della CGIL. Un Congresso in cui non ci fossero documenti nazionali, difficilissimi da leggere per tanti Lavoratori, o pensionati, o donne migranti. Impossibili da discutere seriamente in Assemblee nei luoghi di lavoro che possono essere solo di un’ora. Ma dove ogni luogo di lavoro, ogni territorio, avrebbe dovuto proporre una propria riflessione, generale o particolare, che le Camere del Lavoro avrebbero avuto il compito di comporre in sintesi, discusse con Associazioni, Movimenti, con le Città, da trasmettere poi per le sintesi successive ai livelli regionali e nazionali.

Questa, avrebbe dovuto essere la partecipazione richiesta, la democrazia reale praticata in una organizzazione sindacale. Molto di più delle ventennali discussioni sulla Democrazia, che si fanno perché non c’è più, da tempo, semplicemente, unità tra i Lavoratori. E allora si pensa che le regole della Democrazia, fondamentali per carità, possano supplire esse alla drammatica perdita di potere contrattuale, derivante da una riorganizzazione su base planetaria del modo di produzione, dentro il più grande sconvolgimento tecnologico, dal secondo dopoguerra ad oggi, determinato dalla rivoluzione radicale nelle comunicazioni.

Quello che vedo, è un Sindacato sempre più marginale e marginalizzato, nella sua natura di soggetto politico generale. La ridefinizione della distribuzione internazionale del lavoro, la planetarizzazione degli impieghi finanziari, e, da ultimo, le scelte politiche che non si ha più la forza di contrastare e che inseguono un impossibile tentativo di soddisfare la bramosia del profitto, stanno azzerando la storia dell’Europa e del suo tentativo di operare un compromesso storico tra capitale e lavoro umano, attraverso la forma della Democrazia e del conflitto pacifico e regolato. Stanno azzerando il tentativo di emancipare le masse popolari attraverso una istruzione che diviene di elìte in forme nuove, sancendo nuove e più profonde diseguaglianze, che sono culturali oggi, prima ancora di essere economiche e sociali. Incolmabili. Stanno preparando nuove guerre. E nuove forme di guerra.

In Italia, sono sufficienti ancora pochi interventi legislativi, mirati, per cancellare l’esperienza storica del sindacalismo confederale. Già oggi l’intervento contrattuale del Sindacato è troppo spesso limitato a quanto la Legge ancora prescrive in termini di necessità di “consultazione”, e ad un perimetro sempre più ristretto e svuotato di significato nel confronto con le varie articolazioni dello Stato. Di un sindacato vi sarà bisogno. Ma di fabbrica, di territorio; spezzettato, subordinato alle ragioni di impresa, in crisi o in espansione. Attore concreto della competizione sul mercato a fianco dell’azienda.

Già  è così, in larghissima misura, per un sindacato espulso dalla contrattazione aziendale che non sia quella delle crisi; che ha abbandonato del tutto la contrattazione dell’organizzazione del lavoro. Per un sindacato che non si confronta con il tema dell’alienazione dal lavoro e nel lavoro. Oggi, chi lavora è interessato al salario, non certo a cambiare il proprio modo di lavorare, o, addirittura a cambiare il modo di produzione o il tipo di prodotti. Non è interessato alla coerenza e alla organicità di una posizione sindacale su questioni di carattere generale, e/o specifiche. E’ interessato solo, spesso giustamente, alla risoluzione immediata del proprio problema concreto. Comunque sia. E non si pone la questione se la sua condizione materiale sia determinata da accordi nazionali, da leggi, o pattuizioni locali.

Sto generalizzando un po’, naturalmente. Ma, tra gli altri, questo mi sembra, da tempo, il segnale più chiaro della “inutilità” del Sindacato Confederale nei luoghi di lavoro. Oltre che, una parte, della spiegazione del perché il sindacato confederale sia in larghissima misura assente da una pluralità di luoghi di lavoro. Il Sindacato Confederale italiano, è nato con l’esperienza storica del fordismo in Italia. E con il tramonto del fordismo è tramontata quella forma organizzativa, quei riferimenti. E’ notte alta, ormai.

Bruno Trentin era giunto a parlare, per il Sindacato, della necessità anche di una contrattazione individuale. Intendendo con ciò, che un soggetto collettivo, generale, deve diventare capace di rispondere ad un mondo che ha centrato sull’individuo, la propria forma giuridica, economica, sociale, valoriale. E deve farlo dentro un sistema che ha atomizzato la posizione lavorativa, o per converso, ne ha esaltato in massimo grado la specializzazione, la professionalità, la formazione.

E deve farlo dentro un sistema che ha tolto ogni ragione d’essere “insieme”, alle miriadi dei calpestati e degli sfruttati. Siano essi cinesi in uno scantinato del tessile a Prato, o insegnanti di sostegno precari a L’Aquila. Oggi il Sindacato, per avere un futuro, come soggetto politico generale, dovrebbe investire nei ventenni che immaginano una nuova Università; nei trentenni che lavorano da provvisori; nei quarantenni che hanno conosciuto licenziamenti continui e contratti sempre a termine. Deve liberare risorse il sindacato, e non chiudersi nella arrogante debolezza di classi dirigenti che troppo spesso discutono solo di se stesse. Rendendo persino il sindacato, un posto di lavoro irrespirabile.

Compito del sindacato, dovrebbe essere quello di ricucire lo sprawl urbano dei disperanti muri e cancelli di villette e palazzi di periferie aquilane o italiane, senza forma e sostanza. Senza piazze e marciapiedi. Senza comunicazione e contatto reale tra le persone, le culture, i generi. Dovrebbe essere quello di ricostruire connessione tra i saperi dispersi di un artigiano, di un contadino o di un metalmeccanico del tornio, con l’innovazione dell’informatico, o del ricercatore molecolare o d’una ingegnere ambientale; esattamente come andrebbe ricostruita la connessione tra una scuola ridotta dentro un MUSP ( Modulo ad Uso Scolastico Provvisorio ) aquilano, e le aree sportive e ludiche per bambini e ragazzi, o anziani.

Dovrebbe essere quello di curare la formazione, professionale e non, quale strumento che renda effettivamente libere le scelte lavorative individuali. Dovrebbe essere quello di sperimentare le forme dell’integrazione e del confronto tra popoli, etnie e religioni, a partire dalla rigorosa laicità dello Stato e delle sue Leggi, prima di essere travolto dalla impossibilità di conciliare interessi che poteri fortissimi hanno tutta l’intenzione di mantenere stridenti e contrastanti. Compito del Sindacato, dovrebbe essere quello di assumere in modo radicale il limite della sostenibilità ambientale, in ogni scelta da compiere. Se vogliamo che esista ancora un pianeta abitabile per i nostri figli.

Dovrebbe il Sindacato, in sostanza, spiegare ai propri iscritti che pagano la tessera, che, o si investe e si lavora per quelli che un lavoro stabile non ce l’hanno, oppure , coerentemente, sarebbe molto meglio attrezzare una più efficiente ed efficace agenzia di servizi. Naturalmente anche qualificando di più il proprio personale. E’ solo così, forse, iniziando un viaggio che conosca e intervenga nelle contraddizioni presenti sul territorio; che ne interpreti le connessioni locali, regionali, nazionali, globali, che potrebbe essere possibile una stagione di contrattazione delle variabili generali che riguardano la vita delle persone. Nei luoghi di lavoro e nel Paese. A partire da una qualche idea di seria politica industriale e della ricerca, possibili. Il tempo storico del ‘900, per Eric J. Hobsbawm, si è concluso con il triennio tra il 1989 e il 1992. Per noi, come CGIL, è ora di entrare nel nuovo secolo. Se ci riusciamo. Siamo in ritardo.

 

Luigi Fiammata

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