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	<title>L&#039;Impronta L&#039;Aquila &#187; Giornalismo di Pace</title>
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	<description>Quotidiano on-line dell&#039;Associazione Culturale L&#039;Impronta</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Feb 2012 15:49:20 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Che cosa è la politica?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 13:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Top 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo è l’interrogativo di un parlamentare in uno dei diversi talk-shows dove si agitava il grave problema – così si sente sempre dire con toni allarmati – dell’antipolitica. Protagonisti almeno di superficie i giovani, gli indignati, i contestatori tranquilli e quelli che tranquilli davvero non sono(vedasi i soliti innocenti cassonetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Questo è l’interrogativo di un parlamentare in uno dei diversi <em>talk-shows</em> dove si agitava il grave problema – così si sente sempre dire con toni allarmati – dell’antipolitica. Protagonisti almeno di superficie i giovani, gli indignati, i contestatori tranquilli e quelli che tranquilli davvero non sono(vedasi i soliti innocenti cassonetti sfasciati, macchine bruciate, vetri infranti, tutti oggetti il cui costo ricade su i loro stessi genitori, uno sciocco sciupio di denaro che poi vai a vedere è quello che questi giovani soprattutto agognano), non è esatto, non tutti i giovani, molti però mi sembra di sì, smaniosi di poter comprare l’ultima trovata pubblicitaria sopratutto tecnologica e, così loro credono, di immagine. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il deputato ha introdotto l’argomento come premessa per spiegare l’assurda pericolosità della disaffezione politica. “Intanto stabiliamo che cosa è la politica”, così ha esordito, poi non so fino a quale punto abbia svolto il tema, dopo poche battute non l’ho più seguito perché &#8211; forse sbagliando &#8211; quel che andava dicendo mi sembrava del tutto inadeguato a spiegare la stringente necessità della politica e della sua antica dignità. Continuando forse a sbagliare ho scelto di svolgere per conto mio il tema ritenendo la mia intelligenza del tutto conforme a quella di chiunque altro, deputati compresi. Anche qui forse sbagliando perché loro, i deputati, la politica la vivono come creta che modellano con le loro mani, mentre gli altri, i cittadini &#8211; quindime compresa – siamo la creta che essi lavorano. Noi, votando, diamo il diritto ad altri di modellarci come fossimo creta, in questo, solo in questo sta la nostra tanto strombazzata sovranità.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Da come parlo sembra che io faccia parte degli indignati, mi preme quindi di chiarire che non è così e per chiarirlo anche io mi affido a una premessa, questa: la politica non è, la politica deriva o si adegua ma soprattutto è in continua metamorfosi, anche se protesa sempre a compiacere dunque a modellarsi ma apparentemente sulle richieste popolari o a schiacciarle con la violenza ora fisica ora culturale. Il tutto anche se a volte o sempre, sembra essere statica, cosa che sotto un certo profilo, un mastodontico profilo, risponde alla realtà.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Lo è statica perché i mali di cui soffre l’umanità continuano ad essere sempre gli stessi, nonostante la grande messe di apporto non solo teorico politico. E cioè la fame che patisce gran parte degli esseri umani, la condizione di “schiavitù” dei più deboli (donne, bambini e anziani, più gli handicappati), la necessità delle nazioni di difendersi, quindi di armarsi, l’insoluto sottaciuto dibattito sul se un’etica che non sia di facciata si addice alla politica o le è estranea fino ad esserle nemica.E qui entra nell’analisi in pompa magna la religione, unico antidoto alla disperazione di esistere di ogni essere vivente che si sa condannato a morte solo nascendo, se non crede nell’aldilà.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Antidoto purtroppo dall’alto costo, visto le guerre di religione che infestano la storia del mondo.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">A me sembra rispondere al vero che la politica oggi sia del tutto superata, e lo è perché pervicacemente abbarbicata a vecchi schemi, e cioè alla necessità di allevare aspiranti politici già in partenza secondo appartenenze ideologiche, pur essendo consapevole del declino definitivo delle ideologie. Quel che in realtà si è trasformato sono i soggetti di cui la politica si occupava e cioè l’invasione di campo dei derivati tecnologici, la velocizzazione dell’informazione, il conflitto tra il progresso scientifico e l’etica come superiore esigenza laica dell’evoluzione umana. Tutto questo è dimostrato abbondantemente dalla cosiddetta trasversalità che in Parlamento si manifestata frequentemente &#8211; anche se sottovalutata forse in essenza di alternative &#8211; perché gli ambiti dibattuti investono problemi di coscienza e la coscienza è qualcosa di squisitamente individuale …anche se la politica ha sempre mirato a formare una coscienza collettiva. Io stessa mi sentirei in grande imbarazzo nel dover appoggiare in tutto uno schieramento, mentre mi sarebbe agevole e confortante sostenereod osteggiare ora l’uno ora l’altro non per questioni di appartenenze ma per condivisione o non condivisione d’ogni singola problematica. Da ciò si deduce che oggi a fare da battistrada protagonista è l’agenda e l’ordine delle molte sollecitazioni politiche interne ed esterne al Paese. Ma chi e come le raccoglie e ne scandisce la giusta sequenza temporale?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Non mi sfugge che il mio argomentare mi pare ricadere probabilmente nella politica tradizionale con tutti i suoi collaudati rituali che formano il tecnicismo del funzionamento di un contesto democratico. Ma lo considero inevitabile e non una ricaduta in quanto saggia misura da sottoscrivere non ritenendo possibile creare alcunché da una<em> tabula rasa.</em> Quel che occorre è lavorare sulle vecchie esperienze arricchendole e aprendole a ben diverse e nuove visioni d’indole politica. Insomma utilizzare il passato senza rimanerne imbrigliati e crescere in consapevolezza. Ritorno dunque alle poche ma chiare considerazioni iniziali sul ”Che cosa è la politica”, ma aggiungo, tenterò di enumerarle in forma di interrogativi per rimarcare il vizio sterile d’essere tutti bravissimi nelle analisi critiche e del tutto muti quanto a effettivi rinnovamenti e progettualità:</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">1) perché non si riesce a debellare la fame nel mondo nonostante il cosiddetto progresso e il fiume di denaro speso per esso?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">2) perché non si dà inizio nelle università nei corsi attinenti la politica a strategie finalizzate alla prevenzione delle guerre?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">3) perché non si mette in cima alle priorità politiche l’esigenza irrinunciabile dell’Etica quale percorso e traguardo di un’evoluzione umana?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">4) perché la società dell’uomo nelle sue diversità sembra coincidere nella soggiacenza culturale alla sua particolare condizione quale vertice della scala biologica e non come eccezione in grado di superare per l’appunto i crudeli condizionamenti biologici?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">5) perché tutta la cultura politica quindi storica è narrazione di guerre raccontate ovunque con grande enfasi e non di ricerca sulla pace?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">6) perché si accetta supinamente il termine Guerra come lemma fondamentale cui si riferisce tutta la cultura umana, mentre il termine Pace è secondario e riducibile a trattati di pace e a meri intervalli tra una guerra e l’altra?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">7) perché non si lavora su un piano di grande priorità sul principale diritto umano quello della Pace nel mondo?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">8)perché non si comprende a sufficienza che tutto quanto sopra non può essere reificato se</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">non è coltivato fin dalla scuola materna e mantenuto vivo dal mondo della Comunicazione in tutte le diverse civiltà ?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">9) perché infine non si tiene costantemente presente che la politica non è in grado di promettere nulla se non riesce a conciliare l’emergenza con il futuro cioè con l’utopia?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">10) perché non ci si sente fortemente consapevoli che un globalismo privo di un’etica dei diritti</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">umani si è rivelato un sistema di pirateria disumana priva di qualsiasi regola?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">11) perché non ci si rende conto che l’umanità prosegue a scosse urtoni sanguinose zuffe reciproche sopraffazioni, come dadi impazziti in un contenitore, senza una bussola comune che ne indichi direzioni e finalità a dispetto di uno scialo di vanagloria?</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Questi solo alcuni dei quesiti cui dovrebbero rispondere gli intenti degli attuali politici. Non credo che né gli atenei né i docenti dalla scuola materna fino alle lauree siano pronti a una trasformazione di questa fatta, essendo viceversa ancora chiusi nel sistema antagonistico pro o contro e non come onesta espressione estemporanea ma come obbedienza a schemi precostituiti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Quindi, così dicendo penso d’essermi dichiarata contro i partiti. Sì, se come ho già detto precedentemente i partiti continuano ad essere brodi di coltura delle antinomie tradizionali, no, se i partiti scelgono ben diversi criteri di coesione e di confronto. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Per concludere nello spazio obbligato di un articolo mi limito a dire che chiunque voglia essere iniziato alla carriera politica, di un assioma deve esseresincero divulgatore, quello cioè che il legittimo concetto di difesa non debba di forza necessitare di una sempre maggiore deterrenza bellica. Questo è lo scoglio più ostico da superare e da qui dobbiamo ricominciare tutto da capo, ma come? Di certo non da soli, ma tutti insieme e contemporaneamente. Già ma in concreto come? Muovendo almeno i primi passi verso una speciale comunicazione che capillarmente in ogni parte del mondo induca a privilegiare i sentimenti e la solidarietà sulle ragioni e sulle passioni o fanatismi che dir si voglia, e non come aneliti volatili ma con realistici progetti. E’ tassativo però essere consapevoli che si tratta di una strada lunghissima quanto forse l’esistenza dell’umana società.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Io ci provo, con il mio Progetto di un Giornalismo di Pace.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: right;">Gloria Capuano</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: right;">Giornalista di Pace</p>
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		<title>Gli Italiani del futuro?!</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 11:21:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[TOP]]></category>

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		<description><![CDATA[Presidente Napolitano, questa è una Sua espressione, più volte ripetuta. E con Lei mi trovo a considerare i sostenitori della cittadinanza italiana degli immigrati in virtù dello ius soli. Ma Presidente, mi perdoni &#8211; non è una provocazione ma un attestato di modestia &#8211; posso chiederLe perché non ce lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presidente Napolitano, questa è una Sua espressione, più volte ripetuta. E con Lei mi trovo a considerare i sostenitori della cittadinanza italiana degli immigrati in virtù dello ius soli.<br />
Ma Presidente, mi perdoni &#8211; non è una provocazione ma un attestato di modestia &#8211; posso chiederLe perché non ce lo spiega?<br />
I fatti di cronaca nera compiuti da Italiani non rappresentano un modello d’italianità ma sciagurate eccezioni, anche se lo sconsiderato protagonismo che la TV gli riserva li offre non volendo ma di fatto come tali ( ciò che spiega in buona parte l’eccesso e l’ agghiacciante tipologia della attuale criminalità). Ma la cronaca nera compiuta da immigrati mi sembra essere in molti casi tutt’altra cosa. Quando un immigrato musulmano integrato schiavizza la figlia perché colpevole di vestire all’occidentale o semplicemente di non coprirsi il capo con il velo e di avere e frequentare amici italiani non rappresenta una eccezione perché deliberatamente disattende le nostre regole che egli ben conosce. Se osserviamo le diverse proporzioni numeriche tra i crimini degli Italiani in rapporto al totale della popolazione e i crimini dei musulmani in rapporto alla presenza musulmana nel nostro Paese, si staglia ancora di più l’ipotesi che della seconda si tratti non di eccezione ma di eloquente manifestazione di fedeltà a precise regole in netto contrasto con le nostre. Se un padre o un fratello musulmani uccidono una figlia o una sorella colpevole di amare un Italiano, cioè un “infedele”, non possono rappresentare una eccezione ma la prova del nove di regole alle quali non si è mai rinunciato (anche se di certo non sottoscritte dai musulmani cosiddetti moderati).<br />
Non basta, tali accadimenti denunciano un altro aspetto ancora più preoccupante e cioè che in Italia non sia esistito e non esista tuttora – che io sappia &#8211; alcun filtro per l’accoglimento di questo tipo di immigrazione. Eppure si tratta di una immigrazione che si trasferisce da noi con tutte le loro tradizioni con tutta la loro cultura e i loro costumi anche quando dette tradizioni e culture e costumi confliggono con le nostre tradizioni e culture e costumi.<br />
Si noti inoltre che non si è verificata un’assenza di attenzione su questi problemi dovuti all’accoglimento di persone da noi troppo differenti, al contrario molto acceso è stato il dibattito che ne è scaturito e si è anzi specificato che tutte le tradizioni eccetera devono essere da noi accettate e rispettate e se ci si azzarda ad avanzare dei distinguo si viene tacciati di razzismo, quando invece è l’esatto contrario.<br />
Purtroppo il correttivo ”a condizione che non siano in contrasto con le nostre leggi” è detto in pratica sommessamente perché senza strumenti di seria verifica. Non mi risulta infatti che all’atto della richiesta di autorizzazione a vivere in Italia disponendo di un’abitazione e di un lavoro, e di averne la cittadinanza essendoci nato, al futuro cittadino italiano non mi risulta sia stato fatto firmare un documento che lo vincola a comportamenti ben precisi non in contrasto con le nostre leggi. Non mi risulta l’obbligo di firmare un documento del seguente tenore:<br />
1) E’ vietata la poligamia<br />
2) Sono vietati interventi chirurgici limitanti la sessualità nei soggetti femminili<br />
3) E’ vietato impedire con autorità e/o con violenza la libera partecipazione alla vita sociale delle figlie secondo i costumi italiani. Naturalmente parliamo dei buoni costumi e non delle deviazioni ingigantite dalla TV.<br />
Ovvia l’obiezione: ma tutto ciò lo si evince dalle nostre leggi e dalla nostra Costituzione.<br />
Risposta: è vero ma solo in teoria visto che non sono mancati giudici che hanno ritenuto ineccepibile la richiesta al ricongiungimento familiare (con 4 mogli) di un immigrato da questi motivata dal diritto conferitogli dalla sua religione.<br />
Per queste assurde discrepanze mi pare inevitabile che il suaccennato documento dovrebbe rivestire un valore legale ineludibile.<br />
Ebbene, non solo mi pare che tutto ciò non si sia verificato, ma al contrario correnti di opinioni, ad esempio quanto alla poligamia, opponevano l’argomento che in Italia non si contano i bigami né manca mai il riferimento al dissoluto costume degli occidentali che consente agli uomini libertà senza limiti dato che il regime monogamico non impedisce loro rapporti con amanti, donne occasionali, segretarie, escort e prostitute. Come possono certi opinionisti ignorare o tenere in assoluto non cale che certi comportamenti sono sottoposti al vaglio di quel tribunale particolare caratterizzante la libertà che si chiama coscienza?<br />
Presidente non le sembra pericoloso lasciare indecifrato il Suo messaggio che a me pare molto importante?<br />
Ai sostenitori della cittadinanza ius soli, dico, non vi sembra avventato dare diritti di cittadinanza ai figli d’immigrati dei quali non sia stato comprovato il giusto adeguamento alle nostre leggi alle nostre tradizioni al nostro attuale stadio d’evoluzione sociale? Non si pensa che i loro figli al diciottesimo anno potrebbero ancora essere ossequenti alle regole paterne? Non esigere da loro un impegno non di facciata a conformarsi alle nostre regole di quali futuri Italiani possiamo parlare se non di un ibrido magari anche interessante che però di italiano non avrebbe assolutamente nulla?<br />
E come pensa Presidente che questi futuri Italiani possano partecipare agli anniversari dell’Unità d’Italia? Con quale spirito, con quale coinvolgimento patriottico?<br />
Non sarà per caso che anche noi Italiani stiamo slittando nel deprecabile e pericoloso malinteso criterio di eccesso democratico immettendo in parallelo alle nostre leggi le regole della Sharia come è già accaduto in molta parte dell’Europa?<br />
Il mio timore è che l’epoca della civiltà occidentale stia volgendo alla sua conclusione, purtroppo senza che rimanga più alcuna traccia di un nostro stesso superamento di tante pervicaci nostre arretratezze grazie alle nostre conquiste codificate.<br />
Infatti l’obiezione è scontata, ma gli Occidentali non hanno… regalato al mondo l’orrore del comunismo del nazismo e di certo fascismo? Come possono mettersi in cattedra?<br />
E’ vero, ma se la storia mondiale c’insegna qualche cosa, suppongo che nessuno dovrebbe potersi mettere in cattedra, non solo gli Occidentali. Piuttosto perché non proviamo a pensare che è dell’umanità globalmente intesa la facoltà d’imparare da altri il bene che essi sono in grado d’offrire e non di lasciare che si aggiunga al male altro male?<br />
( Quando ci convinceremo che la civiltà di un popolo la si deduce dalla condizione femminile?)</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano</p>
<p style="text-align: right;">Giornalista di Pace</p>
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		<title>Gloria Capuano: Charlie Chaplin e Mario Monti</title>
		<link>http://www.improntalaquila.org/2011/11/16/articolo30468/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 19:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Pulviscolo Atmosferico]]></category>
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		<description><![CDATA[Provate a immaginare l’ometto alla catena di montaggio del film di Charlie Chaplin “Tempi moderni”, ai nostri tempi. La Borsa si blocca? la catena anche e l’ometto segue; la Borsa va a picco? è l’ometto che ha incrociato le braccia; la Borsa fa un balzo avanti? è l’ometto che lavora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Provate a immaginare l’ometto alla catena di montaggio del film di Charlie Chaplin “Tempi moderni”, ai nostri tempi. La Borsa si blocca? la catena anche e l’ometto segue; la Borsa va a picco? è l’ometto che ha incrociato le braccia; la Borsa fa un balzo avanti? è l’ometto che lavora di più forsennatamente finché nel tumultuoso su e giù della Borsa, l’ometto come impazzito si ferma poi accelera, poi rallenta poi ancora lavora a velocità incalcolabile, fino alla follia.</p>
<p>Così immagino quel film.</p>
<p>La realtà è invece un’altra: l’ometto lavora sempre allo stesso modo con il medesimo impegno e la stessa capacità, la Borsa ne prescinde totalmente, da protagonisti giocano altri. Ma giocavano e giocano tutt’ora gli umori degli informatori, a seconda delle cordate pro o contro. Contro chi? Mi pare di capire secondo certi nazionalismi contro altri nazionalismi, ma non solo, anzi, ma di questo mastodontico “anzi” ne parleremo a parte.</p>
<p>Come è noto i suddetti umori si trascinano una folta clientela di speculatori essa stessa trascinatrice, da questo rapido rimbalzo borsistico gli esperti sanno ricavare lauti guadagni nello spazio di attimi, investi quando i titoli sono bassi e incassi alla prima impennata. Chi è fuori dell’agone borsistico invece passa i guai suoi.</p>
<p>C’è di più, oggi. La Borsa sembra essere diventata una pagella dell’operato politico, se va in alto vorrebbe  dire che certe crisi stanno per essere superate, se precipita, vuol dire che un contesto politico sarebbe prossimo al fallimento. “Vorrebbe” e “sarebbe” perché pare che le cose non stiano così, ma di sicuro c’è solo una gran confusione tra i diversi traballanti e saccenti pareri.</p>
<p>Fin qui siamo nella “norma” ma ora c’è da chiedersi che ne è dei colossi che volteggiano come rapaci sul mondo finanziario, ignorando totalmente l’ometto alla catena di montaggio e i piccoli risparmiatori? Essi sono al settimo cielo perché accumulano grandi ricchezze nel pieno del loro diritto grazie a una evoluzione scapigliata della finanza. Colpa del capitalismo secondo alcuni, colpa di una malata superfetazione del capitalismo dovuta alla globalizzazione secondo altri.</p>
<p>Comunque stiano le cose sta di fatto che le realtà tradizionali, le nazioni, ivi compresi gli assemblaggi di più nazioni, vedasi l’Europa, non possono difendersi da questa dannosissima anomalia perché hanno a loro disposizione soltanto strumenti che non prevedevano la globalizzazione.</p>
<p>Ma allora c‘è da chiedersi “di chi è la responsabilità della gobalizzazione?</p>
<p>Io, dalla mentalità deformata dall’essere una giornalista di Pace, ritengo che non trattasi di responsabilità intesa come colpa ma dell’irrisolto quesito se l’umanità sia dotata della capacità di decidere il suo destino di specie.</p>
<p>Allora rimettiamo i pezzi nel più acconcio dei puzzle. Se nutro di questi dubbi mi si può dire come mai insisto a lavorare per un Giornalismo di Pace che di per sé vuole dire che non solo si dispone di un libero arbitrio di specie ma che si crede possibile addirittura di potersi comportare al di sopra delle condizioni imposteci dalla natura? (natura che di tutto parla meno che di pace vista l’ossessionante lunga catena alimentare per la quale ognuno è cibo per altri con al  top l’uomo in senso peggiorativo visto che è stato responsabile dell’antropofagia, non so se del tutto scomparsa).</p>
<p>Risposta: Io, coltivando la splendida utopia della Pace, non appartengo al presente, anche se sono costretta a viverlo perché esisto, appartengo al futuro. Ma così affermando non vuol dire che sono o che siamo (non sono davvero sola) fuori dalla gestione delle idee e delle azioni attuali. Al contrario ne partecipiamo forse a maggior titolo perché non subiamo i trascinamenti tradizionali ripetitivi di cui è tessuta la storia per i quali non è necessario pensare e scegliere, si agisce come di consueto, ad esempio il rito sempre onorato della vittima sacrificale.</p>
<p>L’attualità è Mario Monti. Il solito “straniero” calato a risolvere i conflitti tra gli abitanti del tanto litigioso stivale, come la storia ci insegna.</p>
<p>Non mi soffermo a giustificare l’appellativo di straniero salvo che a indicare la sua formazione culturale nei luoghi del maggiore potere mondiale e quindi la sua tipologia.</p>
<p>A questo punto non so che cosa pensa Monti del gravoso debito che ci incombe, ma da incompetente quale sono, cosa arcinota, un elemento mi convince e cioè che tale debito per sua stessa natura non è esigibile. Neppure se l’Italia mettesse ai lavori forzati tutti gli Italiani, uomini e donne adulti e bambini giovani e anziani, e li mettesse a testa in giù per far cadere dalle loro tasche fino all’ultimo spicciolo, questo debito potrebbe essere onorato. Allora il quesito si fa più interessante. Mi pare essere un quesito matematico, non più un quesito a cavallo tra il mercato, il liberismo e forse la socioeconomia.</p>
<p>La cosa mi stupisce perché ritrovo depositato nel lontano bagaglio delle mie acquisizioni l’idea che la matematica fosse una scienza esatta, quindi indenne per sua natura da errori. Non mi ero mai permessa, all’epoca non mi si era prospettata affatto il sospetto che viceversa anche la matematica potesse essere sì scienza esatta ma oltre certi limiti solo nei confronti di se stessa. Mi spiego: per una mentalità umana di un non matematico, un’operazione ineccepibile qual è il computo degli interessi che maturano durante  l’iter di un debito che esige di essere estinto e di fatto invece non lo consente, potrebbe dimostrare che tale operazione è errata perché sterile, inidonea al fine che si prefigge, oltre che immorale visto che questa sete di moneta inesorabilmente insaziabile riduce una massa di persone a una totale perdita del proprio io; (cioè della conoscenza e consapevolezza della propria storia individuale quindi vite come non vissute, sacrificate come ora appaiono, ai piedi dell’altare di una mera astrattezza quale può apparire l’estremismo matematico).</p>
<p>Conclusione, quel debito dovrebbe essere messo in discussione con pari o più urgenza della richiesta di sacrifici a chi di quel debito tra l’altro non è davvero responsabile.</p>
<p>Qui almeno per ora mi fermo: se quanto ho scritto ha un minimo di attendibilità non sarebbe di buon senso chiedersi se la scelta di Mario. Monti sia stata la scelta opportuna e utile in questo tragico frangente e non piuttosto di ulteriore danno?</p>
<p>(continua)</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano</p>
<p style="text-align: right;">Giornalista di Pace</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Voce di popolo</title>
		<link>http://www.improntalaquila.org/2011/11/01/articolo29740/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 16:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[TOP2]]></category>

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		<description><![CDATA[Premetto che certamente il popolo ne sa più di me se penso (ma non solo) alle generazioni più recenti. Tuttavia poiché il cosiddetto popolo, meglio dire i cittadini, non hanno davvero molto  tempo per scrivere, io che per vocazione scrivo, dico la mia sul marasma politico nel quale annaspiamo, supponendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Premetto che certamente il popolo ne sa più di me se penso (ma non solo) alle generazioni più recenti. Tuttavia poiché il cosiddetto popolo, meglio dire i cittadini, non hanno davvero molto  tempo per scrivere, io che per vocazione scrivo, dico la mia sul marasma politico nel quale annaspiamo, supponendo nella migliore delle ipotesi di dare voce a chi non scrive.</p>
<p>Comincio con il rimandare chi vuole leggermi alla nona fino alla sedicesima lezione del Giornalismo di Pace riguardanti i rapporti tra Giornalismo di Pace e Economia  pubblicate nel sito<em> www.ildialogo.org</em> tra il 2002 e il 2005. La singolarità sta nel fatto che una lezione, che tale sarebbe dovuta essere, cioè una sola lezione, si è dilatata in otto lezioni come se il Giornalismo di Pace si fosse come bloccato vuoi  in quanto Giornalismo vuoi in quanto Pace, come a volermi dire che le due cose sono o sarebbero inconciliabili. O al contrario, che il blocco sia dipeso dall’aver io dovuto soccombere all’idea che la Pace dipenda soprattutto dall’Economia e che il comune giornalismo, pur non dichiarandosi in merito, sembra considerarlo normale.</p>
<p>Ma per me che sono una giornalista di Pace, normale non è.</p>
<p>Andiamo per gradi, quelle “lezioni” altro non sono che una disperato tentativo di capire e, piuttosto, una richiesta di spiegazioni. Ebbene, giunte alla voce “Giornalismo di Pace ed economia” esse si sono moltiplicate fino a dilatarsi da una a otto, appunto perché cercavo, e cercavo perché non accettavo quella supremazia e quella dipendenza.. Che mi apparivano altresì strane in quanto non di economia vera e propria si parlava ma di finanza. Anzi si parlava delle misteriose connessioni tra economia e finanza.</p>
<p>A distanza di anni, cioè dal 2002 ad oggi 2011, i fatti mi hanno dato ragione, e cioè che la realtà preminente dell’umanità di questa epoca non era, e non è l’economia <em>sic et simpliciter,</em> ma i suoi rapporti con la finanza. E già dicevo a me stessa con grande imbarazzo che l’economia mi pareva una povera servitorella presa a pretesto (oggi neppure a pretesto, viene ignorata) dalla finanza.</p>
<p>Feci molta fatica a scriverli gli articoli perché era giocoforza leggere molti libri sull’argomento.</p>
<p>Quel che capivo ma che non osavo dirmi d’aver capito era proprio che la finanza aveva schiacciato l’economia fino al punto di ostentare di poterne fare a meno. La finanza, ora lo dicono più o meno tutti, produce profitti al di sopra dell’economia reale. E’ insomma autonoma, indipendente da tutto e tutti. Mentre l’economia reale è &#8211; lo dico agli inesperti come me &#8211; la fabbrica, gli operai e gli impiegati che in essa operano, è, in una parola che oggi è d’uso comune, l’impresa.</p>
<p>Da tempo si è elevato un coro quasi unanime di condanna di questa diaspora tra economia e finanza, fatta salva forse la compagine governativa che ha avuto la gran brutta ventura di essere alla vetta delle responsabilità proprio in questo periodo.</p>
<p>Quel che a dir poco mi sconcerta è l’intreccio di tutta l’ingarbugliata matassa delle tante e diverse postazioni mentali della società e ancora di più le certezze di non pochi censori del sistema capitalistico, secondo loro, ideale brodo di cultura del malefico strapotere finanziario e della corruzione in genere. Cosa del resto anche verosimile ma fors’anche inevitabile o ancora forse insostituibile.</p>
<p>Ma proviamo a enumerarne qualcuna di queste postazioni e di queste certezze tenendo come comune rapporto differenziale la Finanza e la oramai subordinata Economia.</p>
<p>-          <strong>Le ideologie delle sinistre.</strong></p>
<p>Premetto che ho finito per non riconoscerle più; intendo dire che non individuo le loro idee per non dire la loro ideologia. Oltre la colpevolizzazione delle idee liberiste, ritenute responsabili di questo abnorme vizio della società dell’uomo, non sono riuscita a identificare i rimedi, non idealistici ma realistici che le sinistre offrono, dopo la tragica sventura del Comunismo staliniano (ma qual è il comunismo non sconfessato?).</p>
<p>-          <strong>Le religioni. </strong></p>
<p>Purtroppo le conosco poco anche se ho tentato di farmi delle opinioni almeno sul Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam. Cioè sulle religioni dette del Libro, in quanto avrebbero (spero di non sbagliare) l’identica origine in Mosè e nel Vecchio testamento, e mai si è staccata da me la meraviglia che proprio da questa unità originaria sia scaturito tanto odio.</p>
<p>Pur sapendo d’indulgere nel semplicismo mi pare che il Cristianesimo oggi si limiti agli appelli contro il profitto e a favore dei valori dello spirito. L’Ebraismo non solo israeliano è probabilmente costretto a non impoverirsi per una questione di sopravvivenza di autodifesa. L’Islam è più facile da decifrare perché non trattasi di una semplice religione, ma di una Religione-Stato dove per l’appunto la teocrazia, in più luoghi ma non in tutti, si rivela una vera e propria dittatura, dittatura religiosa densa di buoni valori ma dittatura. Ebbene non so se il costume, cioè la gente tutta, nell’Islam, governanti e governati, vi si comportano  veramente secondo i dettami del Corano a proposito del profitto o è anche lì d’obbligo distinguere il popolo dai governanti, o se solo alcuni corrotti tra questi.</p>
<p>Comunque sia non mi pare che tra i Musulmani  sia emerso un progetto di recupero dell’economia a disfavore della finanza o, addirittura, un progetto che miri a cancellare questa superfetazione del profitto. C’è da chiedersi, se dietro, altro non ci sia che la qualità dell’uomo e chiedersi quindi se anche nell’Islam esista la corruzione che sappiamo nei Paesi non islamici. Tutto questo equivale a chiedersi se esistano o non, grandi finanzieri islamici drasticamente osservanti dei dettami del Corano, ciò che sarebbe una contraddizione in termini essendo Corano e Finanza incompatibili, o così a me sembra.</p>
<p>La mia opinione sulla quale vorrei poi riflettere è che lo svolgersi della società umana parta da un dinamismo mentale del tutto casuale, che poi segue per intrinseco automatismo.</p>
<p>La stessa scienza, le stesse ideologie &#8211; siano politiche o d’altra natura &#8211; tessono mentalmente sistemi a tela di ragno dai quali è difficile poi uscire. O meglio non conviene uscire per via degli enormi investimenti in ricerca e in risorse, insomma per tutte le sovrastrutture culturali. Vedasi la scelta nucleare, che poteva essere evitata ma solo dal suo inizio, ma non lo fu per volontà e opportunità politica e sollecitata come urgenza bellica, l’unica in grado di sopravanzare il “progresso” tecnologico nazista.</p>
<p>Gli scienziati con assai poche eccezioni &#8211; per loro natura mentalmente curiosi di ogni tipo di ricerca –  portarono a segno in tempo utile quella funesta ricerca, funesta anche se non mancano coloro che affermano essere stato il male minore  a confronto di una guerra che sarebbe durata molto più a lungo con dovizia dei micidiali bombardamenti tradizionali.</p>
<p>Non so gli attuali “indignati” che cosa avrebbero detto o pensato all’epoca. Forse esattamente quel che pensano e dicono oggi. E cioè che l’essere umano è tenuto in assoluto non cale di fronte alla ragione politica. E non so se avrebbero aggiunto &#8211; e non so se l’hanno aggiunto  oggi stesso -  che la ragione politica deriva da quella economica perché solo la supremazia economica garantisce la sopravvivenza politica.</p>
<p>Ma in quale modo i misteriosi burattinai della grande finanza potrebbero essere indotti a tirare i fili delle sorti umane secondo regole che non facciano precipitare nel totale fallimento aree fin qui consolidate secondo canoni che almeno aspirano alla giustizia e alla fratellanza? In quale modo un sistema economico che ha partorito questa abnorme superfetazione finanziaria può disinnescarsi dalla logica del profitto visto che nessuna altra logica che non sia purtroppo vanamente onirica  o meglio spirituale è emersa a sostituirla?</p>
<p>Se ora non si sente altro dire che manca il lavoro per tutti o che è scomparso il lavoro sicuro o persiste solo il lavoro sottopagato leggi sfruttamento, ma che non si sente parimenti dire di quali lavori trattasi, cioè di lavori a  favore dell’uomo  e non a scapito dell’uomo, che altro è se non caccia a un profitto che si differenzia solo dai grandi profitti per la sua eventuale &#8211; meglio dire generalizzata &#8211; esiguità?</p>
<p>(continua)</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano</p>
<p style="text-align: right;">Giornalista di Pace</p>
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		<title>Linciaggio o vittima sacrificale? Ora Gheddafi</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 16:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Pulviscolo Atmosferico]]></category>
		<category><![CDATA[TOP2]]></category>

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		<description><![CDATA[Sì, potrei liquidare il tema in poche parole e cioè col dire che non accaduto nulla di nuovo, l’umanità non offre innovazione quanto a comportamento, che è o dovrebbe essere il vero significato di cultura. So d’invadere campi specialistici, ma lo faccio non perché appartengo alla nutrita schiera dei tuttologi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, potrei liquidare il tema in poche parole e cioè col dire che non accaduto nulla di nuovo, l’umanità non offre innovazione quanto a comportamento, che è o dovrebbe essere il vero significato di cultura.</p>
<p>So d’invadere campi specialistici, ma lo faccio non perché appartengo alla nutrita schiera dei tuttologi, leggi giornalisti, ma come persona tra persone che osserva e s’interroga nel tentativo di capire e di parlarne al medesimo livello più o meno di chi mi legge.</p>
<p>Quale la differenza tra linciaggio e vittima sacrificale?</p>
<p>Do per scontato che il linciaggio è attuato dalla gente e che viceversa il sacrificio di una “vittima”- tra virgolette perché può essere vittima colpevole o innocente &#8211; è compiuto dalle autorità quand’anche la vittima fosse un re o un eroe o perfino un dio: i racconti mitologici non sono forse storie di sacrifici? Sacrifici con i quali si esorcizzano paure e jattur o si dirotta l’attenzione di sudditi scontenti.</p>
<p>Mi ha indotto a questo genere di riflessioni un articolo di Henry de Saint-Blankquat dallo spiacevolissimo titolo “In principio fu l’omicidio”(Nuova Scienza,gennaio 1979).</p>
<p>Non so come classificare la fine di Gheddafi, il linciaggio certamente c’è stato e per mano di gente non investita d’alcuna verosimile e credibile autorizzazione in merito. Tanto più che si è trattato di un procedimento particolarmente brutale visto che Gheddafi è stato trucidato nel peggiore dei modi e non semplicemente ucciso.</p>
<p>Ma se al contrario fosse stata rispettata la civile regola di tutela del prigioniero, ancorché colpevole d’incalcolabili misfatti, per poi processarlo secondo canoni di giustizia (non so da parte di quale tribunale speciale se libico o internazionalepercrimini contro l’umanità) non si potrebbe forse</p>
<p>parlare di un caso di vittima colpevole sacrificale, cioè idonea a risolvere tutti i mali in questo caso della Libia e non precisamente solo di un normale procedimento giudiziale dato che molto probabilmente il tribunale avrebbe deciso per una condanna a morte?</p>
<p>Come ancora oggi poter parlare di atto di giustizia nei luoghi evoluti dove si parla non più di</p>
<p>Giustizia (inanemente) punitiva ma retributiva se non addirittura di recupero della persona condannata? Me lo domando anche riflettendo banalmente alla sproporzione tra i crimini che si imputano al<em> rais</em> numericamente incalcolabili, sì che una condanna a morte potrebbe essere considerata impari, appunto inane.</p>
<p>A meno che la condanna non riguardasse soltanto l’ultima fase del suo comportamento quella cioè di aver scatenato e favorito una guerra fratricida.</p>
<p>Quest’ultima ipotesi potrebbe essere verosimile dato che Gheddafi era colpevole della sua stessa spietatezza con la quale aveva esercitato il suo assoluto potere di categorico capo della Libia fino all’attuale rivoluzione senza che almeno un tribunale per i diritti umani fosse mai insorto a chiedergli ragione dei suoi misfatti. E la ragione di questa omissione la conosciamo:i civili Stati democratici e quelli meno civili perché non democratici, si regolano nei loro rapporti internazionali prima di tutto su rapporti commerciali e di complessi rapporti economici, l’etica viene dopo.</p>
<p>E’ un’accusa, tra l’altro non originale?</p>
<p>Direi che la mia non sia altro che una triste constatazione d’impotenza della politica, che davvero non dovrebbe continuare a fregiarsi dell’appellativo di “nobile arte”. La politica non basta più,</p>
<p>risulta impotente, ci vuol altro. “Altro” al fine di riscattare dal ruolo subalterno la gente,</p>
<p>il cosiddetto popolo, anche se davvero non possiamo dirci sempre migliori di chi ci governa.</p>
<p>Sì, mi sembra proprio che il linciaggio non sia molto distante da un giudizio emesso da un tribunale accreditato.</p>
<p>Ho forse scritto in sostanza una dichiarazione contro la condanna a morte? Non esattamente.</p>
<p>Ho tentato di spiegare, probabilmente senza esserci riuscita, che né il linciaggio né una regolare condanna a morte insegnano alcunché. Tutto si ripete monotonamente, l’umanità è o ancora è o appare, statica.</p>
<p>Forse non abbiamo ancora capito che non può esistere progresso se non ci si propone di correggere certi crudeli limiti e condizionamenti biologici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ora che cosa ci attendiamo dalla nuova Libia?</p>
<p>Se diritti e costumi si baseranno sulla <em>Sharia</em> le previsioni non sono davvero rosee specie a proposito delle vittime sacrificali tradizionali, non solo nel mondo musulmano, le donne.</p>
<p>Anche se la nuova Libia si dice agli antipodi del fondamentalismo …e noi lo speriamo.</p>
<p>Ma abbiamo comunque, tutti, molto lavoro da svolgere perché di fondamentalismo è ancora infestato il mondo.</p>
<p style="text-align: right;"> Gloria Capuano</p>
<p style="text-align: right;">(dal Giornalismo di Pace di Gl.C.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Obama Obama!…un’occasione perduta?</title>
		<link>http://www.improntalaquila.org/2010/09/19/articolo10450/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 08:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>

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		<description><![CDATA[(a proposito di Ground Zero e la moschea) Obama, Obama…a che cosa è valso essere giovani e di pelle nera se nemmeno ci si prospetta una utilizzazione del potere inedita, del tutto fuori dagli schemi della realtà della quale il mondo è schiavo? Di quale realtà sto parlando?!Quella del dominio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>(a proposito di </strong><em><strong>Ground Zero</strong></em><strong> e la moschea)</strong></p>
<p>Obama, Obama…a che cosa è valso essere giovani e di pelle nera se nemmeno ci si prospetta una utilizzazione del potere inedita, del tutto fuori dagli schemi della realtà della quale il mondo è schiavo?<br />
Di quale realtà sto parlando?!<span id="more-10450"></span>Quella del dominio della ricchezza a detrimento dei sentimenti e dei diritti dei non ricchi, quella dell’indiscriminato prevalere delle regole di mercato ovunque anche se a volte a profonda mortificazione di ragioni che pescano nel profondo della coscienza, ragioni che ci coinvolgono nella ricerca della salute della nostra stessa anima. Delle religioni di certo o comunque della spiritualità.<br />
Obama, novello Ponzio Pilato ti sei defilato da una diretta assunzione di responsabilità a proposito del progetto <em>Park51,</em><span style="color: #ff0000;"><em> </em></span>costruzione di una moschea inserita in un centro culturale musulmano in uno spazio attiguo a <em>Ground Zero</em>, su iniziativa di una coppia americana musulmana. E non ti assolve che i Musulmani puntualizzino che nell’efferato consapevole eccidio delle torri gemelle ci fossero anche Musulmani; visto che secondo la più diffusa opinione la logica del fanatismo musulmano probabilmente avrà promosso queste vittime a martiri (sia pure involontari) di Allah.</p>
<p>E neppure dovrebbe assolverti la tua precisazione che, essendo per la Costituzione americana l’impegno alla libertà religiosa garanzia incrollabile identica per tutti i cittadini anche il diritto di costruire una moschea ovunque, non poteva ammettere eccezione di sorta a ulteriore dimostrazione dei criteri fondanti della democrazia americana.</p>
<p>Ciò che ci si aspettava da te, Obama, era una presa di coscienza scandita pubblicamente, tale da illuminare le intelligenze e da non far sanguinare ulteriormente le ferite ancora aperte dei congiunti degli assassinati e di tutti gli americani solidali.<br />
Il popolo si attendeva protezione rispetto e chiarezza da un <em>leader</em> nel quale ha riposto la sua fiducia. Non credo ammissibile che tu possa non avere avuto e non avere alcun dubbio sull’eventualità che il nulla osta a tale costruzione potesse sembrare per moltissimi ben lontano dal dimostrare la grande civiltà dell’America ma piuttosto la sua strumentalizzazione<span style="color: #ff0000;">.</span> E non potevi esserne inconsapevole non fosse altro che per una libertà d’azione accessibile soltanto a chi gode del privilegio di possedere un potere economico che davvero non è uguale per tutti, visto che il preventivo per la costruzione di questo centro con moschea è per ora di 100 milioni di dollari : il Dalai Lama se lo potrebbe permettere?</p>
<p>E non sarebbe stato tassativo valutare la grave discongruenza tra questa non osteggiata dalle autorità realizzazione e il progetto di riedificazione di una chiesa greco-ortodossa, distrutta dai detriti del crollo delle due torri, che ancora langue da ben nove anni in attesa delle necessarie autorizzazioni, per intralci burocratici di varia natura?<br />
L’autorità portuale non ha permesso di ricostruirla nello stesso posto, pur attraverso estenuanti trattative, e, ora, allo stato attuale delle trattative anche le possibilità di una ricostruzione alquanto distante dall’area originaria sono affidate solo alla speranza.</p>
<p>Dunque tante erano le riflessioni da fare per una giusta interpretazione di quella libertà religiosa garantita dalla Costituzione, garanzia che certamente non contemplava anche il diritto di arrecare dolore e sconforto ad alcuno, specie se già duramente provato. Né poteva essere motivo sufficiente della scelta di un’area assai prossima a <em>Ground Zero</em> il particolare che precedentemente alla nota orribile sciagura in quel luogo si radunassero già da un anno a pregare<span style="color: #ff0000;"> </span>dei Musulmani, visto che aree per costruire altrove non dovrebbero mancare.</p>
<p>Tu non hai sentito il dovere di riflettere pubblicamente su tutto ciò, però hai sostenuto le guerre sia pure atipiche finalizzate a colpire i luoghi di origine e di addestramento del terrorismo come risposta all’attacco alle torri gemelle considerata una vera e propria azione di guerra.<br />
L’aspetto che mi appare ancora più biasimevole, Obama, è l’aver anzi precisato<span style="color: #ff0000;"> </span>di non aver voluto e non voler commentare la saggezza di costruire in quel luogo una moschea ma solo di aver spiegato alla gente che era nel pieno diritto dei Musulmani costruirla dovunque pur secondo le regole edilizie e le procedure obbligate.</p>
<p>Temo, Obama, che questo tuo comportamento possa sembrare rispondere anche a un usuale calcolo politico in vista delle elezioni di medio termine. Richiamando i tuoi sudditi alla Costituzione, della quale vanno fieri, pensavi di esaltare il loro orgoglio di Americani e così pacificarli, mentre non biasimando i Musulmani in questa azzardata inopportuna iniziativa ritenevi di guadagnarti una sorta di immunità dagli attacchi terroristici.<br />
Tutto questo, se la Costituzione americana dei Padri fondatori potesse parlare lo deplorerebbe e con notevole sdegno.</p>
<p>Del resto anche al vaglio dei fatti i tuoi calcoli si sono dimostrati errati. L’America non si è pacificata, anzi si è spaccata in due, Musulmani da una parte e non Musulmani dall’altra (anche se con qualche eccezione in ambedue gli schieramenti), e questa frattura non so a quale parossismo violento<span style="color: #ff0000;"> </span>potrà portare.</p>
<p>Tale è il risultato per aver abbandonato i tuoi sudditi nella massima confusione emotiva e per aver preso le distanze dalle tue stesse più intime convinzioni brandendo la Costituzione. Di giorno in giorno la situazione si fa sempre più rovente, la stampa americana straripa di articoli e notizie, in parte certe in parte da verificare, sulle ragioni pro e sulle ragioni contro questa costruzioni. Tenterò di coglierne qualcuna.<br />
<strong>Ragioni pro:<br />
</strong>- Sarebbe un’ulteriore prova della superiore civiltà degli USA.<br />
- Dimostrerebbe che l’America non ha paura del terrorismo islamico.<br />
- Addolcirebbe l’eccessiva passionale reazione degli USA al massacro delle torri gemelle, considerato erroneamente un atto di guerra, che ha causato due guerre interminabili con grandi perdite umane e poche previsioni ottimistiche sulla pacificazione e democratizzazione di quei luoghi.<br />
- Sarebbe il più eloquente attestato che gli USA non confondono l’Islam con il terrorismo islamico.<br />
- Sarebbe un ulteriore prova che gli USA hanno fiducia nell’Islam moderato.<br />
- Che la scelta di quel particolare spazio è dipesa semplicemente dall’essere stato per un anno frequentato da Musulmani come luogo di preghiera, e la disponibilità dell’area.</p>
<p><strong>Ragioni contro:<br />
</strong>- Permettendo la costruzione in oggetto non si dimostra una superiore civiltà degli USA ma una sua inguaribile ingenuità visto che l’Islam è di fatto in guerra dichiarata contro gli USA (e tutto l’Occidente)da molti anni, con ininterrotti attentati terroristici già precedenti a quello delle torri gemelle un pò ovunque e anche nel mondo arabo che avversa il terrorismo.<br />
- Cedendo alla costruzione in oggetto gli USA dimostrano invece di temere ritorsioni terroristiche e s’illude di esorcizzarle ponendosi sotto la protezione dell’Islam moderato (la cui esistenza e sincerità non sempre è convincente per la sua disomogeneità).<br />
- Sarà la storia a stabilire se le due guerre finalizzate all’annientamento dei nidi del terrorismo fuori del territorio americano siano state inutili o utili, mentre l’attacco alle torri gemelle è la peggiore azione di guerra immaginabile, proditoria e di massima crudeltà perché mandata a segno scientemente esclusivamente contro civili nel cuore degli USA.<br />
- Non sono gli USA a dover dimostrare di non confondere l’Islam con il terrorismo, ma a farlo dovrebbero essere i civili musulmani, in specie i Musulmani americani, mentre non appaiono evidenti quanto si vorrebbe le dimostrazioni pubbliche, le dichiarazioni ufficializzate, le proteste di sdegno dei moderati negli USA né altrove contro i mandanti di questi terrorismi, anche se esistono, e forse la responsabilità è di noi occidentali che non dedichiamo più spazi e più tempi a queste importanti testimonianze.<br />
- Perfino voci musulmane ammettono che un Musulmano non potrà mai diventare un vero americano, e anche questo a smentirlo dovrebbero essere gli stessi Musulmani.<br />
- Non basta a rivendicare l’opportunità di costruire in quello spazio spiegare che è stato frequentato per un anno da Musulmani per pregare, come dire che se i Musulmani pregassero addirittura su <em>Ground Zero </em>acquisirebbero il diritto di costruirci moschee e centri di cultura musulmani.</p>
<p>Queste ragioni sono ben lontane dall’essere esaustive dell’argomento tanto si è ricamato sopra senza che si sia giunti a una pacifica conclusione. Perciò le interrompo per riferire quanto a me è sembrato particolarmente idoneo a capire la complessità di questo angosciante scontro di punti di vista. Sarà forse quasi l’unica citazione che farò non essendo il mio un lavoro di cronaca, e segnalo un saggio di N. Gibbs dal titolo “Gli Spazi Sacri” (TIME, Essay, 30 agosto 2010) e sottotitolo “Noi tutti li vediamo in maniera differente, allora come possiamo noi trasformare correttamente un suolo sacro in un suolo comune?”</p>
<p>Ritengo che qui si trovi la giusta chiave di lettura di ciò che sta accadendo negli USA e che tu, Obama, non potevi ignorare. La Gibbs riporta il parere del produttore cinematografico Ken Burns a proposito degli spazi sacri, il quale ricordandone diversi tra cui ad esempio Gettysburg, Lourdes, il Grand Canyon e la stessa Gerusalemme, cita il <em>financial district</em> di New York (dove insiste <em>Ground Zero</em>) per concludere che la pretesa di realizzare il progettato <em>Park51</em><span style="color: #ff0000;"><em> </em></span>in questa area sacra mette in conflitto tra di loro valori come <strong>“</strong><strong>tolleranza, sensibilità,</strong> <strong>pluralismo, patriottismo”.</strong></p>
<p>A me pare che questi quattro termini, se riflettuti adeguatamente, dicano tutto, perciò sento più forte la convinzione che tu, Obama, ne avresti dovuto parlare, anzi che lasciare i tuoi “sudditi”in balia dei sentimenti più cocenti dettati dall’ esasperazione.<br />
Questa condizione di abbandono senza un faro illuminante sulla complessità della cosa sta scivolando fatalmente sempre più in uno scontro frontale e in una comprensibile insofferenza verso il mondo musulmano.<br />
La cronaca va infatti a gonfie vele nel registrare gli episodi molteplici delle dimostrazioni di piazza e a mostrare gli eloquenti cartelli di protesta o di sostegno contro o pro l’erigenda moschea. E naturalmente i soliti sondaggi offrono tante valutazioni numeriche secondo gli usuali molteplici criteri. Tanto per citarne uno il 61% degli Americani è contro la costruzione di quel centro, moschea inclusa, il 26% è a favore e il 13% non risponde o non sa.</p>
<p>Infine &#8211; e non so se sia di poca importanza o di eccezionale importanza al punto d’essere generalmente sottaciuto – è da considerare il dato che a me sembra massimamente preoccupante e cioè che l’Islam non è una semplice religione ma un solo blocco granitico di guida della gente al contempo religioso politico e giuridico, senza possibilità alcuna d’intervento diretto popolare e tanto meno di una opposizione ufficializzata o non. Non tutto l’islam per fortuna.</p>
<p>Mi domando come mai questo profilo non venga mai trattato con l’urgente evidenza che gli spetta anche se un motivo potrebbe consistere per l’appunto nell’essere l’Islam una (turbolenta) galassia e non una unica stella. Rimane il fatto che se l’Islam preso <em>in toto </em>avesse esclusivamente l’intento di fare del proselitismo non ricorrerebbe al mezzo terroristico e avrebbe gli stessi dritti di tutte le altre religioni. Ma l’opinione che mi sembra fare più presa su troppi Musulmani è quella che il terrore sia lo strumento indicato dal profeta Maometto come il più idoneo alla conquista di un assoluto dominio sul mondo. Purtroppo vuoti di comunicazione e di conoscenza rende difficile la quantificazione dei Musulmani che colludono con il terrorismo e di quelli che lo esecrano. Ma occorrerebbe anche capire quanto giochi nei diversi atteggiamenti la paura di essere colpiti da una <em>fatwa,</em> ciò che equivale a una condanna a morte.</p>
<p>Intanto gli oppositori si sbizzarriscono con sincero e profondo dolore con i più vari cartelli sul tipo “<strong> mai</strong> <strong>un Musulmano può dirsi</strong> <strong>ed essere veramente americano”</strong>oppure <strong>“non</strong> <strong>abbiamo bisogno di conoscere i Musulmani, sappiamo chi sono a partire dall’11/9”. </strong></p>
<p>Obama, con il tuo dire e non dire hai gettato benzina sul fuoco e hai dato anche adito alla tesi che ha giocato in te il Musulmano che in parte eri.</p>
<p>Dopo la fiducia accordatati alle elezioni dai bianchi e non musulmani la tua assai poco trasparente presa di posizione davvero non aiuta la fratellanza tra tutti, di cui abbiamo un estremo bisogno.</p>
<p>A me pare determinante il concetto che gli <strong>spazi sacri dovrebbero dettare legge</strong>.<br />
Tu non potevi ignorare questa prospettiva e da essa avresti dovuto partire.<br />
Per innovare, Obama, occorre fantasia, coraggio e determinazione e tu in questo frangente non sei apparso dotato di fantasia né di coraggio e neppure di determinazione.<br />
Hai deluso il tuo popolo che sta urlando la propria delusione per sentirsi da te se non traditi di certo dimenticati o subordinati ad altre valutazioni.<br />
Ora con la libertà di cui godo nel non detenere alcun potere e visto che a me compete solo la fantasia mi avventuro senza regole in proposte che possono apparire donchisciottesche.</p>
<p>Io contemplo due vie d’uscita, la prima porterebbe acqua non solo al mulino della contesa pro e contro di cui abbiamo parlato, ma alla Pace nel mondo.<br />
Questa visione si basa sui già citati spazi sacri.</p>
<p>L’obbiezione più ovvia è che per alcuni sono sacri certi spazi e per altri no. Non solo, ma per questi altri possono essere ritenuti sacri gli stessi spazi ma per ragioni diametralmente opposte.</p>
<p>Per meglio spiegarmi colgo a volo una notizia (che però è da verificare) secondo la quale la moschea che si vorrebbe edificare sarebbe chiamata moschea della Vittoria. E allora viene spontaneo chiedersi: di quale Vittoria? Una moschea fin troppo attigua a <em>Ground Zero</em> a quale Vittoria può alludere? La fantasia avrebbe pronte più di qualche risposta ma ritengo opportuno astenermi dal dettagliarle perché già così si evidenzia la necessità che il suolo sacro sia fatto salvo da motivazioni. Dovrebbe essere considerato sacro senza attribuzioni di sorta solo se sia costato il sacrificio di vite umane.<br />
È come dire di celebrare un sacrificio…pur avendone cancellate le cause. Insomma qualche cosa di molto diverso dalla tanto celebrata memoria che rischia di mantenere per sempre aperte piaghe che viceversa con il tempo potrebbero rimarginarsi.<br />
Naturalmente l’idea va poi studiata a tavolino con un unico intento, quello della <strong>determinazione a rispettare il sacrificio umano nel mentre che con la stessa determinazione s’intende universalizzare attraverso l’oblio il diritto alla Pace.<br />
</strong>(A titolo di comune informazione riferisco che quando i Musulmani erigono una moschea detta della Vittoria siano soliti costruirla nel posto esatto dei simboli culturali nevralgici del nemico che essi hanno inteso cancellare e conquistare per l’Islam. L’inizio di tale prassi sembra risalire allo stesso Maometto quando conquistò la Mecca nel 630 D.C. e trasformò la Ka’ aba in un centro islamico. Ma sull’argomento ci sono ulteriori e più dettagliate notizie e considerazioni che chiunque può reperire).</p>
<p>La seconda via d’uscita si basa sulla ragionevole opportunità di stralciare dalle obbligate incombenze che regolano l’edilizia i progetti che vertono sulla costruzione di edifici religiosi sostituendole con differenti requisiti a garanzia dell’eguaglianza dei diritti costituzionali in fatto di religione. Per spiegarmi vado alla consuetudine almeno qui in Italia di espropriare dei suoli per necessità di utile sociale (raddrizzare curve pericolose, costruire autostrade e altro). Nel nostro caso la ragione che imporrebbe allo Stato di anteporre i suoi diritti particolari a quelli generici dei cittadini di un paese democratico, vedasi il diritto alla proprietà, quindi alla libertà delle compravendite di abitazioni o di superfici edificabili, s’impone ancora più drasticamente quando ad un suolo sacro si abbina la necessità di difendere il criterio indiscutibile di eguaglianza tra le religioni.</p>
<p>E davvero non si può parlare di eguaglianza tra le religioni quando una di esse possiede il potere economico di costruire un centro culturale polivalente con moschea dal costo preventivato per ora di 100 milioni di dollari e altre che durano fatica anche per sopravvivere. Insomma nessuna religione da oggi dovrebbe prevalere grazie al potere economico di un capitalismo che regola oramai nel bene e nel male tutto il mondo.<br />
Le religioni dovrebbero fare eccezione.<span style="color: #ff0000;"> </span></p>
<p>Mi dicono che nella tristemente celeberrima Coventry sia stata costruita una grande chiesa nella quale in ogni cappella è rappresentata una delle più note religioni. Certo si tratta di un modesto esempio ma quanto mai eloquente come indicazione della giusta rotta per il futuro.</p>
<p>Una legge dovrebbe dettagliare particolari misure e regole edilizie e di destinazione dei luoghi quando in ballo ci fossero differenze di potere economico a sostegno di una sola religione. Spiego che un centro polivalente di grande importanza e estensione ha diritto d’esistere solo se contestualmente si destinano equivalenti spazi per tutte le altre religioni nello stesso luogo. In altre parole nell’ambito religioso non dovrebbero dettare legge le regole dei comuni scambi commerciali. Nessuna religione oggi dovrebbe prevalere su altre grazie al potere economico. Questo se veramente vogliamo lavorare per la Pace.</p>
<p>La conclusione mi sembra ovvia, nello spazio sacro di <em>Ground Zero</em> (comprendente una zona che lo circonda di dimensioni da precisare) si ricostruisca la chiesa greco ortodossa preesistente alla distruzione delle torri gemelle, quale parte delle testimonianze religiose di epoche passate, e a significativa distanza dallo spazio sacro si conceda la costruzione di tutte le espressioni religiose che lo chiedano, nelle stesse dimensioni e costo.</p>
<p>Le costruzioni cioè dovrebbero rispondere a un criterio di grande modestia, e non tendere a intimorire i fedeli, esse dovrebbero essere madri, un rifugio aperto alla preghiera e al soccorso di tutti.</p>
<p>Potrebbe essere l’inizio di un nuovo criterio di edilizia sacra. Mai più faraoniche opere, costosissime (mentre più della metà del mondo soffre la fame), più idonee a sottomettere fedeli considerati colpevoli <em>ante litteram</em>, ma, al contrario, a indurre in loro una fiducia incondizionata nella loro fede, e sentirsi amati nella loro precaria e troppo spesso dolorante umanità.</p>
<p>Se a molte di queste religioni mancasse perfino la modestissima forza economica prevista per costruire in questi limiti, dovrebbero le religioni più ricche finanziarle e congiuntamente lo Stato.</p>
<p>Come battuta melanconica, anche per non dover ammettere che pure per le religioni vale la forza dei petrodollari. Tutto questo è utopico?</p>
<p>Lo è, ma non vedo in quale modo sia possibile contrastare una civiltà di guerra se non con una progettualità utopistica. Sta a coloro che governano renderla realtà.<br />
Ma compete soprattutto al Giornalismo di Pace rendere la gente consapevole di avere diritto alla Pace contro ogni tipo di fanatismo.</p>
<p>In conclusione <strong>danneggia la politica non solo americana</strong> l’”indelicata” inopportuna imprudente idea di costruire un centro culturale islamico nel luogo sacro circostante <em>Ground Zero</em>. E questo nel pieno rispetto della libertà religiosa. Un segno di amichevole sensibile comprensione e tolleranza e ancora di più di inequivocabile volontà di Pace sarebbe la spontanea scelta dei Musulmani americani a costruire il loro centro culturale su un diverso terreno non intriso di troppo dolore.</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano – Giornalista di Pace e scrittrice.</p>
<p style="text-align: right;">
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		<title>Adel al-Hashan, Alì NasserGhalij, Mahdi Hussein el-Mayahi, Abdel Amir Mohammed.</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 17:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>

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		<description><![CDATA[I quattro nomi di cui al titolo mi vengono dalle prime tre pagine di un libro di Magdi Allam “Vincere la paura” (paura del terrorismo, forse il peggiore dei nostri nemici). Si tratta di quattro poliziotti iracheni. Prima di parlarne riflettiamo un pò su questa intricata situazione. Dovendosi guardare, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/05/magdi_allam_3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5114" title="magdi_allam_3" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/05/magdi_allam_3.jpg" alt="" width="183" height="284" /></a>I quattro nomi di cui al titolo mi vengono dalle prime tre pagine di un libro di Magdi Allam “Vincere la paura” (paura del terrorismo, forse il peggiore dei nostri nemici). Si tratta di quattro poliziotti iracheni.<br />
Prima di parlarne riflettiamo un pò su questa intricata situazione. Dovendosi guardare, i Musulmani, a seconda dei casi da i vari tra di loro nemici &#8211; scenario fin qui verificabile soltanto in suolo occidentale o nei teatri di guerra, poi che nei più forse rappresentativi Paesi islamici  notoriamente la sottomissione è sovrana &#8211; c’è da concludere che la tragedia del terrorismo riguarda più i Musulmani che gli Occidentali. <span id="more-5113"></span>Infatti mentre non s’intravedono vie d’uscita per i primi, per i secondi il problema non solo è unico ma è davvero non nuovo per essere stato il terrorismo di casa in Occidente. Non m’ingolfo a tentare difficili paragoni e perfino ammetto di non sapere quali siano i terrorismi che abbiano raggiunto lo stesso parossistico livello del terrorismo di stato di un nazismo e di un comunismo. Non per nulla da qualcuno afferma che il fondamentalismo islamico sia un prodotto derivato dalla ideologia nazista.<br />
Ma torniamo ai quattro nomi del titolo: sono i nomi di quattro poliziotti iracheni che il felice giorno delle votazioni in Iraq (30 gennaio 2005) individuati un gruppo di terroristi in procinto di mescolarsi tra i votanti gli si gettarono addosso esplodendo con essi, ad essi avvinghiati.<br />
Magdi Allam propose un riconoscimento a questi quattro eroi, un monumento o una piazza, (ma chissà quanti altri sarebbero da celebrare tra i troppi Iracheni uccisi dai loro fratelli terroristi). È stato realizzato questo riconoscimento? Lo ignoro, perché sapete come vanno le cose nel Giornalismo, si spara la notizia poi come va a finire difficilmente emerge con la stessa evidenza seppure qualcuno si da la pena di darne  contezza.<br />
All’epoca i terroristi trovarono sostegno e consenso da una certa sinistra europea (non tutta grazie a Dio) e in Italia dall’ossessionante pervicacia nel reclamare il ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, ciò che voleva dire consegnare il Paese al terrorismo. Con non poco sollievo in questi giorni proprio da Giuliana Sgrena (la giornalista coinvolta nella disgraziata sciagura costata la vita a Nicola Callipari), di sinistra, accanita sostenitrice del ritiro delle truppe dall’Iraq, apprendiamo che le recenti votazioni in Iraq si sono svolte con grande afflusso dei votanti, regolarmente anche se con qualche perdita umana cosa quanto mai esecrabile, ma di poco rilievo data la timorosa apprensione preelettorale.<br />
E sempre dalla Sgrena, con ancora maggiore sollievo siamo informati che nel Paese la gente ha ripreso a vivere in un riacquistato clima di libertà, insomma clima lontanissimo da quello asfittico dovuto alla feroce dittatura di Saddam Hussein.<br />
Ora siamo noi o meglio saremmo in un Paese di già sperimentata democrazia. Sperimentata? Ne siamo sicuri? Mi duole dire che ho più di qualche perplessità, perché se è vero che la democrazia è imperfetta mi pare altrettanto vero che in Italia è al massimo dell’imperfezione.<br />
L’imperfezione deriva dalla non accettazione di un’alternanza al Governo del Paese e da uno scontro che si basa non sulla politica degna di questo nome, ma sul linciaggio persecutorio di chi attualmente è al governo.<br />
Chi legge dirà, la scrivente è schierata. Rispondo: no non sono schierata ma nauseata questo sì di un’opposizione che ritengo assolutamente inadeguata alla sua funzione, che non è quella di vilipendere l’operato del Governo, arrivando a sentenziare che il Governo non fa nulla e non ha fatto nulla per il Paese. Se invece di sciorinare con assillante  monotonia tutte le necessità irrisolte degli Italiani poveri o in via d’impoverimento e dei disoccupati in genere,  in strana commistione di quelle derivate secondo loro dall’assenza del dovuto rispetto e della dovuta dignitosa accoglienza di tutti gli immigrati regolari e clandestini, avessero precisato la disponibilità economica del Paese e del come il Governo avrebbe potuto suddividere la spesa senza scontentare nessuno, avrebbero fatto un’operazione utile. Quel che amareggia è l’evidente proposito d’ingannare la gente e cioè di plagiarla grazie alla martellante iterazione delle suddette accuse così da persuaderla che un nuovo governo saprebbe gestire la destinazione del denaro a disposizione in modo più equo e solidale. Peccato però che gli stessi non spieghino il COME sia possibile la realizzazione di questo  proposito e neppure se il dato quantitativo delle risorse a disposizione basti a soddisfare il progetto qualitativo.<br />
Ma l’aspetto antidemocratico di questi aspiranti smaniosi di governare &#8211; senza però che fino ad ora si siano guadagnato tangibilmente il consenso degli elettori &#8211; è la perseverante  campagna denigratoria del Presidente del Consiglio e di tutta la compagine di centro destra in uno con la persecuzione giudiziaria e l’esaltazione delle regole a scapito dei diritti costituzionali.<br />
Con non poca impudenza questa gente assetata di potere punta diritto in maniera virulenta sullo scandalismo e sulla gogna mediatica, cosa alla loro portata perché a smentita del tanto celebrato conflitto d’interessi, dal pulpito della TV prevale senza ombra di dubbio l’addestrata cultura di sinistra. Cultura poi abbondantemente condita con la satira e l’insultante svalutazione sul piano personale e pubblico oltre che internazionale di Berlusconi. Gli intelligenti titolari di tale instancabile  dileggio, del tutto indifferenti all’evidente danno di credibilità dell’Italia.<br />
Ma le mie riserve mentali nei confronti di questi, sempre autocompiaciuti e sarcastici  oppositori, guardano a considerazioni che dovrebbero tassativamente prevalere nell’attenzione di un agone politico consapevole onesto e costruttivo.<br />
Ad esempio la coerenza.<br />
Sarebbe importante che ci si chiedesse quanto gioca e quanto dovrebbe giocare in fatto d’integrazione la valutazione dell’integrazione europea. L’Europa sembra ancora esistere e assai poco solo sulla carta o nelle buone intenzioni. Diceva Ronald Reagan: “Se io volessi telefonare per avere uno scambio d’idee al capo dell’Europa non saprei a chi rivolgermi”.<br />
Siamo ora abbondantemente al dopo Reagan, ma l’Europa continua ad essere una sorta di associazione di ben distinte nazioni con  ben distinti interessi e filosofie. Mentre qui in Italia pretendiamo e crediamo nell’integrazione di chicchessia senza vagliarne la reale fattibilità. Non è un rilievo di poco conto.<br />
Se poi volgiamo lo sguardo sulle problematiche connesse con il globalismo, non possiamo non constatare che siamo a un bivio denso di traumatizzanti contrasti. Che cosa dobbiamo globalizzare, la povertà o il benessere? E a paragone di chi e di dove?<br />
E anche qui, il problema è il medesimo, in teoria è ovvio si guarda al benessere, in pratica è la povertà che primeggia in troppa parte del mondo.<br />
A parte la sterile caccia ai colpevoli, ecco che subentra il criterio obbligato del COME affrontare questa povertà senza toccare il privilegio del benessere da altri conquistato con non poca fatica individuale. Intendo dire che non saprei decidere se accollare la responsabilità di certe povertà endemiche ai comportamenti cinici dei gestori di grandi interessi (banche, finanza, multinazionali e altro) o anche alla comprensibile difesa dei singoli cittadini che formano i popoli dei Paesi industrializzati quali difensori delle condizioni di benessere, ripeto, faticosamente conquistate.<br />
E allora come non concludere che non è davvero facile calibrare la politica interna se contemporaneamente non la si incasella nello scacchiere mondiale, anche perché se non si ha cura di questa angolazione si rischiano più guerre e s’intensifica il terrorismo, oltre all’occupazione già da tempo in atto da parte dei fenomeni migratori, che apportano secondo alcuni ricchezza, secondo altri regressione e impoverimento, di certo perdita di altre identità.<br />
Per tutto questo e altro ancora la dialettica politica interna al Paese dovrebbe essere all’insegna della modestia, del reciproco rispetto e della onesta determinazione a lavorare insieme per il bene del Paese, equilibratamente al contesto mondiale, cosa che non avviene di certo nei vari talk – show, contrabbandati come servizi di approfondimento.<br />
Intanto se non si è già provveduto ma se sì, senza adeguata diffusione mediatica, si celebrino i quattro poliziotti Iracheni come simbolico riconoscimento della eroica determinazione di tanta parte dell’Islam a realizzare una convivenza democratica basata su i diritti umani, e si raccolgano più informazioni possibile sul pensiero e sulle azioni dei tanti coraggiosi Musulmani che credono nei valori individuali e nella libertà ed eguaglianza di tutti gli esseri umani. Perché questo serve non solo a smentire le false accuse di razzismo, ma ai fini di una evoluzione umana sulla strada di una pace mondiale. Ora qui in Italia appare mastodontico il conflitto tra le regole e la democrazia.<br />
Non dimentichiamo che la democrazia va corretta lavorandoci dentro, non certo combattendola con il rischio di distruggerla o di menomarla, cosa che accadrà se le regole saranno fatte prevalere su i diritti dei cittadini ad esercitare l’elettorato attivo scegliendo dall’intero ventaglio dei candidati.<br />
Qualche cosa di simile accadeva ai tempi di Giulio Cesare al quale i senatori impedivano ogni iniziativa da lui concepita per il bene di Roma grazie a regole ineccepibili ma squallidamente strumentali ai loro personali interessi o a meschine rivalità.<br />
Le regole vanno certo tassativamente rispettate ma non essere irrimediabilmente vincolanti quando e se accada che nella loro attuazione finiscano per mortificare i fondamentali diritti democratici dei cittadini.</p>
<p>Gloria Capuano</p>
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		<title>Conoscere se stessi per sconfiggere la violenza</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 07:18:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo è il mio quarto intervento sulla pedofilia e parto da una lettera di C. M. tanto semplice quanto importante. C. M., che è un giovane, si dice terrorizzato all&#8217;idea di scontrarsi, una volta padre, nel rischio pedofilia, essendo rischio non cognito, di difficile individualizzazione, quindi non prevedibile pertanto verosimilmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/02/pedofilia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2876" title="pedofilia" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/02/pedofilia-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Questo è il mio quarto intervento sulla pedofilia e parto da una lettera di C. M. tanto semplice quanto importante. C. M., che è un giovane, si dice terrorizzato all&#8217;idea di scontrarsi, una volta padre, nel rischio pedofilia, essendo rischio non cognito, di difficile individualizzazione, quindi non prevedibile pertanto verosimilmente non prevenibile.<span id="more-2875"></span>C. M. ha avuto una forte intuizione aldilà dellintelligenza del problema. Avevo appena detto che cosa ne penso del grido &#8221; a morte il pedofilo assassino!&#8221; che già avanzava sullopposto versante il fronte di liberazione dei pedofili. Immancabile in TV il fiume di parole a dibattito di tante persone di facciata tra le quali ben poche erano quelle provviste di una preparazione in qualche modo pertinente. Al contempo oltre mezzo milione di cittadini italiani risultava (e ancora oggi risulta) essere dedito al turismo sessuale; ciò è a dire altrettanti padri reali o in fieri sfogavano (e ancora oggi sfogano) un certo tipo di pulsioni senza azzardare nel loro paese o nella loro stessa famiglia.</p>
<p>Per chi non ha letto i precedenti interventi estrapolo dallinsieme che, 1°, per me il padre pedofilo non differisce in nulla dai padri che piazzano ad es. mine antiuomo (senza&#8230;&#8221;salva bambini&#8221;) quanto a significato culturale, (essendo cosa più complessa la valutazione quanto a responsabilità), e mi deprime piuttosto che i due comportamenti non suscitino la stessa indignazione; 2° perché la realtà va vista nella sua interezza se non vogliamo cadere nella schizofrenia morale o se preferite nel moralismo facile e ipocrita ; 3° che il non volersi impegnare nello sforzo di conoscere lorigine e lo sviluppo, o linvoluzione o semplicemente lassenza di evoluzione dei comportamenti umani non aiuta di certo a scongiurarne le negatività.</p>
<p>Dallabituale dibattito televisivo è emerso soltanto il noto dato che dal punto di vista giuridico il diritto desistere del bambino è relativamente recente. Dato di fondamentale importanza sul quale bisognerebbe insistere evidenziando che tale conquista non ha fatto cessare però liniquità del suo sfruttamento, della diffusa condizione di un suo stato di schiavitù, quando non della sua ora mirata ora &#8220;accidentale ma non troppo&#8221; uccisione.</p>
<p>Per calamitato accostamento di idee rifletto spesso sulla corsa allinseminazione artificiale a preferenza delladozione, forse attribuibile anche a un tipo di sentimento che di altruistico ha ben poco, alla esigenza cioè di legittimare un preciso senso di proprietà del figlio.</p>
<p>Nel mondo animale ci sono esempi di maschi che possono giungere a divorare il proprio cucciolo e luomo a seconda delle civiltà e dei periodi storici, ha &#8220;mimato&#8221; giuridicamente questo comportamento codificando il diritto di vita e di morte su tutti i componenti della &#8220;famiglia&#8221;, figli compresi.</p>
<p>Si scivola dunque nellevoluzione del Diritto, oltre che nelletologia comparata, nellantropologia e nel complicato antefatto biologico che di sicuro ha inciso nel costume e nel comportamento delluomo durante lintero arco della sua storia. E ricordo che di tutto ciò tiene conto e parla e intende parlare il Giornalismo di Pace, meglio dire che su tutto ciò si basa il Giornalismo di Pace per il quale mi batto.</p>
<p>Allora viene da chiedersi se lidea del diritto alla proprietà del figlio può dilatarsi, e perché, in una specie di diritto di potestà traslatosi nelladulto nei confronti del bambino in genere, tale da fargli presumere di poterne essere fruitore naturale alla stessa stregua di un vero padre nel suo consueto rapporto totale quindi anche sensoriale con il figlio (nel bene e nel male).</p>
<p>Fatto questo passo, segue subito dopo il quesito: &#8221; Si diventa pedofili di colpo nellatto in cui si attenta agli orifizi del bambino, o lo si è molto ma molto prima? &#8211; E una condizione naturale che ha necessità di ferrei argini perché alluomo la naturalità non è concessa o è uno slittamento innaturale peggiorativo che ancora di più necessita di regole ferree?</p>
<p>Ancora, e con maggiore peso: è espressione corrotta di un graduale degradamento di presupposti biologici e/o di mentalità in incontenibile rotta di collisione con qualsivoglia sensibilità morale, gli uni e le altre mai culturalmente identificati né socialmente regolamentati?</p>
<p>Qualunque sia la risposta soltanto una profonda conoscenza potrà spiegarci che cosa è la pedofilia e permetterci di stabilire i confini da non profanare (mi affiora alla mente del tutto incidentalmente unintervista TV a Indro Montanelli nella quale gli si rimproverò daver comperato a suo tempo, in Africa, una ragazzina di 14 anni.</p>
<p>Si scusò dicendo &#8220;che si era conformato al costume locale&#8221;. Va però detto che allepoca Montanelli era giovanissimo e si dà per scontato che certamente non avrà usato violenza di sorta. Ma anche questo rilievo è importante per qualsiasi analisi sul profilo etico che scaturisce dalle disparità dei costumi e delle leggi di cui a volte ci si concede di cogliere le opportunità di comodo.</p>
<p>E evidente che tutto quanto sopra proposto vale come semplice input necessitando di uno spazio inconciliabile con quello di un semplice articolo. Per tale motivo ho scelto di affidarmi a tre episodi, che direi materializzano in certo senso i quesiti in questione specie se messi a confronto con le esperienze personali di ciascuno; e così li lascio allaltrui riflessione.<br />
1° Episodio (si svolge in una pizzeria dov ero a consumare con un amica, e presi a commentare qualche cosa che aveva attirato la mia attenzione).</p>
<p>Man mano descrivevo quanto vedevo e che catturava sempre di più il mio interesse. Guardavo a una bella tavolata di famiglia dallaria patriarcale. Mi offriva alla vista di profilo limmagine di un padre a sedere a capotavola e di un figlio dallapparente età di 7 anni, in piedi, accanto a lui. Con gesto affettuoso il padre prese ad accarezzare il collo del figlio. Dissi compiaciuta allamica chera di spalle, <em>&#8220;cè un padre affettuoso&#8221;</em>. Poi la mano scese sulle spalle e sulla schiena del ragazzino, sostandovi a lungo. Aggiunsi, ancora compiaciuta <em>&#8220;molto, molto affettuoso&#8221;.</em> Poi il gesto scese a palpargli a lungo natiche e cosce con &#8220;autorevole insistenza&#8221;, e io dissi <em>&#8220;forse troppo affettuoso&#8221;.</em></p>
<p>La palpazione si protraeva e non si trattava davvero di un semplice e distratto sfioramento e mi accorsi di non esserne più tanto compiaciuta. Avvertivo anzi via via nellinsistenza del gesto un disagio crescente ma non sapevo se per la cosa in sé o se nei miei stessi confronti.</p>
<p>Insidiosamente mi stavo chiedendo se il sospetto di una certa morbosità fosse da addebitare a quel padre o a me stessa. Non era davvero piacevole.</p>
<p>Soprappensiero aggiunsi &#8220;<em>se il figlio fosse di 20 anni, tutto questo non si verificherebbe&#8230; il ragazzino invece si lascia fare, è docile e disciplinato&#8230; forse quei gesti lo rassicurano, o si adegua, o ne trae piacere, proprio non trapela alcun segno dinsofferenza &#8230; forse fa parte delliniziazione alle cose del sesso, come è per la masturbazione &#8230; o forse fa parte del grande capitolo dellerotismo &#8230; ti dirò: è mia convinzione che lerotismo non abbia connessioni obbligate alla sessualità, non so i testi accademici con veste scientifica come decodificano questi comportamenti e questa</em> <em>gestualità, oggi&#8221;.</em> Allora quali alcune delle deduzioni possibili?</p>
<p>Senso di proprietà del corpo del figlio, continuità del corpo del padre nel corpo del figlio, prolungamento nel tempo dellaffidamento totale corporale del neonato nelle mani di ambedue i genitori, veicolazione dellaffetto attraverso un contatto che infonde sicurezza, cieca e fiduciosa sottomissione del figlio allautorità paterna (facile ad allargarsi a quella degli adulti in genere, specie se gerarchicamente influenti e affidabili, insegnanti, precettori, sacerdoti ed altre categorie), supponibile senso di gratificazione nel figlio nel percepire attraverso sensazioni corporali limmenso piacere di sentirsi considerato amato e protetto, e via di seguito.</p>
<p>Conclusione: padre pedofilo o aspirante pedofilo? Padre ignorante nel senso che ignora ogni codice o limite dopportunità gestuale?</p>
<p>Oppure né luno né laltro ma piuttosto un uomo normale ma appartenente a un mondo totalmente da ricostruire, devastato dalla spaccatura (di origine assai lontana ma attualmente di comodo) tra corpo e spirito con conseguente prevalere del corpo per la sua idoneità alla mercificazione?</p>
<p>Quel che stavo osservando era un innocente e irrilevante quadretto familiare o unespressione tra tante di una civiltà potenzialmente disponibile a qualsiasi forma di aberrazione da quando si è rassegnata alla violenza come entità &#8220;inovviabile&#8221;, a partire dai massimi sistemi, giù a degradare lungo la piramide del potere e della &#8220;cultura&#8221;, fino alla condanna alla fame e agli eccidi di una parte del mondo e la corsa allappagamento di unaltra parte di mondo?</p>
<p>E quest ultima civiltà che sembra aver accantonato la felicità come idea e fine ( ma non abbiamo sufficiente esperienza di quel che succede in altre civiltà, non necessariamente migliori). Parlo della felicità che supera e si estranea da ogni tipo dappagamento, e che si reifica nel sentire il corpo &#8220;al suo accendersi spirituale&#8221;. E qui che il padre può e deve superare leventuale forse ancestrale pedofilo.</p>
<p>E tutto questo senza aver affatto affrontato una valutazione in un certo senso scientifica della cosa, e cioè di quanto sia pertinente e appropriato luso del termine pedofilia, se solo quando è in rapporto alla violenza fisica, o anche quando è rapportabile alla violenza morale o perfino a profili più sfumati, forse innocui, o in qualche modo utili perché gratificanti. Tuttavia credo daver detto che soltanto decifrando lantropologia comparata e confrontandola soprattutto con la primatologia, ed avendo capito al massimo possibile i rapporti dinterdipendenza tra gli adulti e linfanzia, possiamo tracciare regole etiche inderogabili.</p>
<p>Ma quando la gente reagisce alla pedofilia non è chiaro se vuole denunciare soltanto gli efferati eventi delittuosi in cui a volte essa sfocia, o anche ai comportamenti degli adulti che o violano il candore dei giovanissimi o ne sfruttano la condizione di bisogno o la dipendenza economica. La mia impressione è che la radice di questi comportamenti sia comune e purtuttavia da non confondere, e che la pedofilia violenta fino allomicidio sia un epifenomeno patologico compulsivo quindi difficilmente controllabile, sui quali la cronaca ama diffondersi con troppa morbosa superficialità, così non chiarendo affatto il problema. Ripeto che se non si risale ai significati dei comportamenti umani originari e non li si rapporta allevoluzione sociale, tra laltro molto diversificata a seconda dei luoghi, si rischia di slittare nel moralismo sommario, e neppure questo aiuta. Insomma prima è necessario capire, poi possiamo darci regole che però non possono non essere unitarie contro ogni forma di abuso e di violenza, perlomeno allo stadio di presa di coscienza.</p>
<p>E intanto rimane attualmente un dubbio dettato non so se più da timore e osservanza perbenistica o se da chiara scelta di campo: si può ancora fare una carezza a un bambino o non? &#8211; Direi di no, oggi è rischioso; il turismo sessuale lo si può praticare impunemente, le mine antibambino si possono piazzare per coerenza bellica, la carezza no, perché ci è sotto gli occhi e non vogliamo turbamenti e coinvolgimenti di sorta.<br />
2° episodio. Libreria Remo Croce &#8211; Roma. Seconda presentazione del libro &#8220;La statura dellamore&#8221;. Dopo le relazioni introduttive al mio turno ho esordito così: &#8220;Prima di parlarvi del libro vorrei chiarire che cosa intendo per erotismo. Sono sicura che se chiedessi a ognuno di voi che cosa vi evoca questa parola vi trovereste in difficoltà. Per spiegarvi che cosa ne penso vi leggerò una poesia che tratta delle sensazioni di una figlia nellatto di sollevare da terra dovera caduta, sua madre, una donna novantenne in fase terminale, dopo quattro anni dindicibili sofferenze. La poesia dal titolo <em>&#8220;Il tonfo&#8221;</em> consta di due parti:<br />
1) LA TUA DIVISA. <em>&#8220;Disfatta nei novantanni// a terra ti trovai// Piena di stupore// dopo il tonfo// nuda in una guazza// Contravvenisti allordine// e negata avevi la tua divisa di moribonda.&#8221;</em></p>
<p><em><br />
</em>2) TANGO. <em>&#8220;Te lo ricordi il tango mamma?// dopo il tonfo// accovacciata alle tue spalle// con sforzo sovrumano// tissai sulle mie cosce// Stretta al mio petto// con mente disperata// con me ti eressi// DISSI// vedi mamma// stiamo ballando il tango// MA NON DISSI// il turbamento sgomento// daverti intima al mio petto// IO // che ti avevo desiderata tanto.&#8221;</em></p>
<p><em><br />
</em>E da tutto ciò che suggerisco di muovere i primi passi per dibattere il problema della pedofilia, allo scopo di capire che cosa è o che cosa si pretende che sia, quali le cause che l alimentano, da che cosa origina, come contenerla o come altrimenti decodificarla, come impedirne il contagio, come prevenirne le degenerazioni, come, al contrario non comprimerne una sana generosa amorosa equilibrata espressione (visto che i primi &#8220;pedofili&#8221; nel senso sia buono che cattivo, pare siano proprio e siano sempre stati soprattutto i padri. Per le madri occorre una riflessione a parte).<br />
3° episodio. Convegno sull Educazione sessuale nelle scuole, promosso dal Ministero della Cultura e svoltosi nella sua sede di San Michele a Ripa. Siamo allincirca nel 1993. Le ampie sale dello &#8220;Stenditoio&#8221; gremite di ragazzi dai 14 ai 17 anni.</p>
<p>Dopo le autorità venne il mio turno. Pronunciai pochissime parole nella speranza che altri le avrebbero sviluppate. Evidenziai che i caratteri che degradano la sessualità sono la violenza, la volgarità e loffesa. In quegli anni lo stupro occupava assai spesso la cronaca giornalistica, e mi sembrava utile instillare nella mente dei giovani il criterio del profondo rispetto tra i due sessi e che ogni maschio si sentisse prima di tutto &#8220;fratello&#8221; nel suo modo di pensare e di agire.</p>
<p>Ebbene il mio è stato un &#8220;a solo&#8221;; sono stata totalmente ignorata, e da quellevento di grande importanza didattica le centinaia di ragazzi presenti ne sono usciti sapendo assolutamente tutto di idraulica sessuale, tutto su i condom, i pessari o diaframmi e compagnia bella, ma del tragico problema della violenza sessuale, zero.</p>
<p>Che cosa centra con la pedofilia? Altro che centra, tutto è in ballo allo stesso modo e con lo stesso profilo quando a prevalere è il connotato della violenza sul più debole.</p>
<p>E per sconfiggere la violenza è necessario partire da una profonda conoscenza di noi stessi, conoscenza totale, e non o storica o antropologica o politica o altro ancora. E di questa visione della realtà umana che vuole parlare il Giornalismo di Pace che tento di proporre dovunque posso, finché potrò. E la strada più difficile da immaginare.</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano<br />
<span style="color: #888888;">©2010. Riproduzione Riservata</span></p>
<h5 style="text-align: center;"><span style="color: #888888;">Articolo pubblicato in P&amp;P (1997) rubrica on line del Corriere della Sera diretta da Gianni Riotta e riattualizzato dall&#8217;autrice</span></h5>
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		<title>Ancora Eluana, mi ci vedo costretta</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 20:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
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		<description><![CDATA[Fiumi di parole, valanghe di pareri, mentre…Roma brucia. Mi chiedo come mai non accada anche ad altri quel che accade a me; come mai le persone, in specie quelle del pallottoliere (“quelli che contano”) pur visibilmente assalite dal dubbio difendono a spada tratta la loro presa di posizione sulla questione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/02/Eluana-englaro_1234327773.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2599" title="Eluana-englaro" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/02/Eluana-englaro_1234327773-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Fiumi di parole, valanghe di pareri, mentre…Roma brucia. Mi chiedo come mai non accada anche ad altri quel che accade a me; come mai le persone, in specie quelle del pallottoliere (“quelli che contano”) pur visibilmente assalite dal dubbio difendono a spada tratta la loro presa di posizione sulla questione Eluana?<span id="more-2849"></span>A me accade, o meglio è accaduto da un pezzo, d’essermi convinta che la ragione umana è di una presunzione impressionante. Mi è accaduto di supporre che quando la mente dell’uomo si avventura in evenienze avvolte nel mistero e le vuole risolvere razionalmente in osservanza ora alla scienza ora all’etica compie un atto d’inconsapevole superbia.</p>
<p>A me pare che il definitivo congedo dal mondo di Eluana non può dipendere da questo presunto atto di superbia, una volta compiute le rituali indagini su eventuali interessi che si evidenziano nelle esperienze testamentarie.</p>
<p>Una volta escluse decisioni strumentali di questo tipo noi umani dovremmo raccoglierci in silenzio e lasciare libero corso ai sentimenti di coloro che sono e sono stati direttamente coinvolti in questa tristissima storia. Sentimenti inoltre tutt’altro che liberi, essendo state queste provatissime creature &#8211; per aver condiviso anno su anno giorno per giorno la sorte della ragazza &#8211; di certo a loro volta a lungo divorati dal dubbio nella traumatizzante cernita tra doveri e paure. Doveri derivati dal per loro tassativo presupposto che la ragazza avrebbe scelto sicuramente una soluzione definitiva in coerenza alla sua ben esplicita personalità, paure per la consapevolezza che questa scelta avrebbe potuto precludere un evento straordinario, il ritorno di Eluana.</p>
<p>Ma quel che mi scandalizza maggiormente è il costume mediatico, il quale, sempre trincerato dietro il dovere di cronaca ha fatto di un doloroso privatissimo dilemma un fortunato corposo riempitivo delle prime pagine e dei servizi TV. Anche con dovizia di fotografie del come era e del come è oggi Eluana nel letto del supplizio da 17 anni.</p>
<p>Trovo semplicemente vergognoso che nelle alte sfere politiche ci si accapigli per il pro e per il contro l’alimentazione forzata della passiva spero del tutto inconsapevole degente. Tanta alacrità peraltro cozza con la lentezza con la quale dovrebbe avere via libera il testamento biologico, in base al quale il cittadino, ma più che cittadino, l’essere umano, testimonia la sua volontà a proposito delle modalità con le quali intende affrontare l’addio alla vita. E non si tratta solo di opporsi all’accanimento terapeutico, si tratta di desiderare e preferire un congedo privato nel conforto del proprio letto e del proprio contesto familiare anche a costo di perdere eventuali vantaggi terapeutici.</p>
<p>Ovviamente ci si può ricamare senza fine sul concetto di morte naturale che la tecnologia ha spazzato via drasticamente, ma non si vede la ragione per la quale almeno in quel frangente, unico, di grande solennità, spesso anche dolorosissimo, ci si debba subordinare all’idea che oggi sia da considerare naturale una morte al passo dei tempi. Secondo cioè un’evoluzione della medicina che potrebbe anche essere considerata del tutto privata della sua peculiare funzione visto che è stata traghettata da medicina dei medici alla medicina dei chimici quindi degli ingegneri poi a quella dei biologi e infine dei genetisti. Ho usato il condizionale in vista dell’innegabile aiuto e vantaggio e prolungamento della vita che tale evoluzione spesso comporta. Ma che per queste considerazioni il paziente debba esservi costretto mi sembra inammissibile anche se la sua scelta fosse chiaramente autolesionista.<br />
Ma trovo ancora di più scandalosa l’intromissione della legislatura e quindi della Giustizia in casi di questo genere, come se certe tragiche scelte giuste o sbagliate costituissero un pericolo pubblico da scongiurare e da prevenire. Qui mi pare entrare in ballo l’assenza di un criterio olistico nel considerare l’insieme delle vicende umane. Non vedo mobilitazioni di massa pilotate dai media con eguale diffusione e insistenza nei casi raccapriccianti degli stupri, delle lapidazioni, d’ogni tipo di violenza su donne (non c’è che l’imbarazzo della scelta, dalla pubblica impiccagione alle mutilazioni genitali, al vetriolo per deturparle e così via) e dello sfruttamento e abuso di donne e bambini. Non si vedono perché sono fenomeni davanti ai quali ci sentiamo impotenti, fenomeni troppo complessi troppo massivi, irraggiungibili, e a volte con noi conniventi. Così ecco il <em>replay</em> dell’accanimento giudiziario sempre nei confronti dei casi più fragili, indifesi, isolati, facilmente perseguibili.<br />
Né la politica né la magistratura dovrebbero entrare nel merito di queste questioni salvo le suaccennate guarentigie riguardanti interessi testamentari.<br />
In conclusione il mio modesto parere è che non esista una soluzione giusta per Eluana, entrambe potrebbero essere o sembrare giuste, entrambe potrebbero essere o sembrare errate. Di un aspetto della vicenda ho certezza, della mancanza di pudore dei media.<br />
Fino a quando gli Englaro saranno inchiodati alla pubblica gogna?</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #888888;">Riproduzione Riservata</span></p>
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		<title>I TERREMOTI DEL GIORNALISMO</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 08:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>

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		<description><![CDATA[Francamente non ne posso più della tragica sceneggiata con la quale tratta le sciagure il Giornalismo. Il 24 /01/ 2010 una nota grintosa peraltro brava giornalista intervistando Bertolaso con perentoria diligente aria investigativa pretendeva di farsi da lui dire a chi fosse da addossare la responsabilità del caotico insieme dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/01/aiuti-haiti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1757" title="aiuti haiti" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/01/aiuti-haiti-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Francamente non ne posso più della tragica sceneggiata con la quale tratta le sciagure il Giornalismo. Il 24 /01/ 2010 una nota grintosa peraltro brava giornalista intervistando Bertolaso con perentoria diligente aria investigativa pretendeva di farsi da lui dire a chi fosse da addossare la responsabilità del caotico insieme dei soccorsi agli Haitiani (aiuti bloccati soprattutto dall’inesistenza di una direttiva univoca o addirittura di qualsiasi direttiva) come se Haiti fosse L’Aquila, (non so peraltro sotto quali punti di vista), e ci è riuscita.<span id="more-2230"></span>Da un angosciato Bertolaso in sostanza si è appreso, come antefatto, che gli interventi di soccorso ad Haiti erano inficiati anche dall’intento di apparire dei soccorritori &#8211; ovviamente quali benemeriti efficienti generosi apportatori di concreto civile amore globale. Subito dopo, come fatto, che il (presunto) fallimento dell’intera operazione umanitaria sarebbe da addebitare all‘inefficienza degli Americani, la stessa inefficienza -ha precisato Bertolaso- che si sarebbe verificata nella sciagura dell’11 settembre 2001, per essere state le operazioni di soccorso affidate all’esercito e non agli esperti del settore calamità, infine a conclusione, ora, ad Haiti, al non aver preso in mano, sempre gli Americani, le redini dell’intera mobilitazione internazionale che così senza direttive si è trovata allo sbando, perciò del tutto inefficiente. (Perché non evidenziare lo stato dei luoghi, l’inesistenza dei macchinari necessari per rimuovere le macerie, e le tante già pianificate risorse che in genere un Paese progredito possiede ad Haiti inesistenti?).</p>
<p>A me pare che Bertolaso, che per quanto ne so ho motivo di stimare, questi giudizi se li poteva risparmiare, ma nessuno è perfetto.</p>
<p>A me pare che piuttosto avrebbe dovuto mettere in risalto il malcostume giornalistico di battere la grancassa con il maggior fragore possibile ad ogni sciagura e ammonire di non spegnere i riflettori al primo segno di saturazione del pubblico interesse, visto che Haiti non era davvero nuova quanto a sciagure. Perché lo conosciamo lo spartito, la notizia deve rendere, se non rende più non ha ragione di essere e ci si rivede alla successiva sciagura.</p>
<p>Ma, tornando all’uomo Bertolaso, suppongo che, non essendo egli un politico anche se Sottosegretario dell’attuale Governo, non si sia chiesto con quale investitura gli Americani avrebbero potuto porsi a capo dell’organizzazione totale degli aiuti e neppure che non abbia previsto che ove l’avessero preteso e reificato l’opinione pubblica mondiale antiamericana sarebbe insorta definendolo un colpo di mano, un arbitrio pretestuoso per un’occupazione di fatto del territorio. Il giorno successivo però, a seguito delle ondate giustamente reattive alle sue parole, Bertolaso ha spiegato che, vista la presenza massiccia degli americani, si attendeva da essi anche una dirigenza diciamo carismatica delle operazioni di salvataggio e di assistenza. Quindi la sua critica era dovuta alla grande fiducia e speranza da lui riposta nell’intervento americano. Da qui lo sfogo e l’equivoco. (E come poi non ricordare che i trentamila criminali fuggiti dalle prigioni potevano essere fronteggiati solo dai militari USA? E perché non mettere in evidenza l’alacre lavoro svolto nell’ospedale allestito di sana pianta e provvisto d’ogni sussidio diagnostico e terapeutico dagli Israeliani? O dagli Italiani o da altri ancora?). Risposta, perché Bertolaso è un generoso e un esperto, avrebbe voluto tutto molto di più in fatto di coordinamento, ben a ragione.</p>
<p>Solo che il motivo del fallimento avrebbe dovuto, e dovrebbe, cercarlo altrove.</p>
<p>Infatti il problema è un altro, ne ho già parlato in un articolo scritto dopo l’intervista fatta ai vulcanologi Ines e Sergio Albergamo, e ora cerco di spiegarlo meglio, se mi riesce.</p>
<p>Io non cesso dunque di stupirmi nel constatare che non si voglia coltivare l’idea, politicamente e mediaticamente (accoppiata intimamente tessuta), che guerre e calamità vanno esorcizzate nei momenti di tregua, e che l’ondata allarmistica, e relativa gara di generosità, a danno avvenuto o in corso per quanto doverosa non può però dare frutti duraturi (forse L’Aquila fa eccezione e se molti sono ancora in tenda è per una loro comprensibile e ben motivata scelta). E’ dopo la tragedia o meglio prima delle tragedie durante la quiete (apparente), che occorre lavorare a pieno regime continuativamente, perché esse infatti si ripetono indisturbate.</p>
<p>In questo frangente però il Giornalismo mi pare forse innocente, in quanto rispecchia la cultura attuale dell’umanità. Potrebbe il Giornalismo sopravanzarla?</p>
<p>Dipende da quale forma di Giornalismo e da quale potere e compito gli si attribuiscono. Ma questo è l’argomento che io tratto nel Giornalismo di Pace. Ora come ora il Giornalismo può però e dovrebbe mantenere nel tempo accesa l’attenzione su queste che sono le più gravi calamità che colpiscono l’uomo perché a tutt’oggi incontrollabili (e che secondo gli esperti tali saranno per sempre). Io che non sono un’esperta mi posso permettere di fantasticare e quindi di sperare in un patto di sopravvivenza che da una conoscenza sempre più approfondita potrebbe materializzarsi forse fin dalle viscere dello stesso pianeta.</p>
<p>Rifletto che, tornando all’argomento di base, questo stato di cose e cioè il fatalismo cui la società mondiale soggiace per disattenzione culturale, mi pare dovuto all’ignoranza in cui tutti nessuno escluso siamo immersi, si fa per dire, fino al collo quanto al comportamento distruttivo e imprevedibile di tante forze della natura. Questa ignoranza dipende sia dal carattere della cultura genericamente intesa sia dalle tante culture settoriali ripiegate su se stesse. L’una, rincorrendo gli infiniti ambiti dello scibile e il cosiddetto progresso, e le altre, affinandosi sempre di più in impegnative ricerche, ignorano o destituiscono della dovuta importanza la complessa problematica connessa con le lamentate calamità.</p>
<p>Nessuno infatti che avendone il potere ( politici, insegnanti e divulgatori, quindi giornalisti) ci ha insegnato che prima d’ogni altra conoscenza dovrebbe ritenersi prioritaria la consapevolezza del terreno sul quale disinvoltamente camminiamo. Gli stessi vulcanologi Albergamo da me richiesti sulla partecipazione del corpo insegnante di diverse scuole da loro contattate, mi hanno riferito che si scontravano con una totale assenza direi di vibrazioni nei confronti dell’argomento. E la cosa non dovrebbe meravigliare. Gli insegnanti infatti poiché gestiscono la cultura che è stata loro impartita, e poiché questa cultura non offre risalto alcuno alle “ragioni”del pianeta sul quale viviamo, o meglio del pianeta che ci ospita, non possono essere in grado di trasmettere agli alunni quella diversa concezione della vita che l’assimilazione di questa prioritaria concettualità comporta. Spiego che ancora o non si conosce o viene tenuto in assoluto non cale quale stravolgimento totale dei cosiddetti valori comporterebbe una profonda compenetrazione del vero rapporto tra noi e il pianeta.</p>
<p>Tutto questo lo si è ignorato nonostante che voci singole, considerate espressione di settori specialistici di nessuna presa sulla quotidianità, tentino da tempo di segnalarne la fondamentale importanza ; ma oggi non lo si può più nascondere.</p>
<p>L’obbiezione più ovvia è che la politica è costretta a gestire l’emergenza minuto per minuto, parcheggiando gli eventuali progetti di prevenzione, e questo purtroppo è vero. Ma perché allora non iniziare almeno a considerare la sperequazione esistente tra le diverse realtà sotto la luce della loro inutilità conflittuale? ,e così gli attriti generazionali?, e l’idea di un futuro che non sia secondo al presente, essendo il futuro il presente di domani? Perché non riflettere sull’opportunità di dirottare forze, intelligenza dei sentimenti e capacità molteplici essenziali, dalle attuali logiche distruttive o effimere, che quotidianamente perseguiamo, a progetti compatibili con la nostra regalata o concessa (dal pianeta) sopravvivenza? Forse le cose potrebbero cambiare in più sensi, sia quanto alla prevenzione, sia quanto all’adozione di un ben diverso “stile” di vita consapevole dell’inutilità d’ogni suppletiva violenza più attinente a una statica “etologia”dell’uomo (anche se apparentemente dinamica) che a una sua superiore (spesso millantata) capacità di scegliere o almeno pesare sul suo destino.</p>
<p>Una informazione capillare (ecco il Giornalismo!) che erodesse millimetro per millimetro ogni giorno gli spazi sterili bruciati sull’altare delle apparenze o del protagonismo quando non dell’esaltazione della violenza o forse ancora di più su quello dei rituali logoranti scontri frontali di decrepite antinomie, potrebbe verosimilmente far virare la mentalità di massa dal proprio particulare e da tanti tramandati luoghi comuni trasudanti odio, alla costruzione di un futuro globale condiviso.</p>
<p>A questo punto subentrerebbero forse a ragione i ragionieri della cosa pubblica mondiale. Ci porrebbero il seguente quesito, “costa di più (o si risparmia di più o perfino si guadagna di più) a progettare e costruire abitazioni antisismiche ovunque necessarie, o accorrere durante le sciagure al rituale ìmpari salvataggio, con elargizioni a pioggia (delle quali non sappiamo il destino), e seguenti caotiche ricostruzioni per poi dimenticare il tutto fino alla prossima sciagura?</p>
<p>E’ necessaria una risposta, se prevale la seconda ipotesi come la più praticabile (perché tutti troppo impegnati nel lucroso commercio delle armi e delle droghe, mi si perdoni l’amara ironia), allora non possiamo che optare per le solite medesime tragiche sceneggiate. Con vittoria dell’audience di corto respiro. Prosaico certo, ma anche da valutare come argomento alla portata di tutti.</p>
<p>Nelle more dell’attesa di una svolta evolutiva della nostra conoscenza e intima consapevolezza, l’erosione degli spazi mediatici usati scioccamente di cui sopra, altrimenti impiegati, potrebbe gradualmente essere di grande aiuto. Questi spazi recuperati, da un lato potrebbero prepararci &#8211; è giocoforza ripetersi – a una filosofia di vita ben diversa da quella attuale, e dall’altro potrebbero stimolare ad un protagonismo della prevenzione rischio sismico ( e altri rischi). Già così l’informazione peserebbe non poco a favore di un’evoluzione di massa vista da un ottica non prona e rassegnata alla nostra cosiddetta condizione naturale.</p>
<p>Tutto questo il Giornalismo potrebbe iniziare a prenderlo in considerazione.</p>
<p>Nell’atto di congedarmi scontenta (per non aver saputo dire il molto di più che avrei voluto), mi sovvengo di Obama. Ed ecco che per assonanza, mi trovo a chiedermi –mi si perdoni l’eccesso di candore- se Osama, uomo notoriamente ricchissimo, non sia per caso intervenuto con un suo tangibile apporto in aiuto della gente di Haiti. Se così fosse sarebbe un confortante segnale di umanitaria speranza…</p>
<p style="text-align: right;">Gloria Capuano</p>
<p style="text-align: right;"><em>Riproduzione Riservata</em></p>
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