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	<title>L&#039;Impronta L&#039;Aquila &#187; Scienza e medicina</title>
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	<description>Quotidiano on-line dell&#039;Associazione Culturale L&#039;Impronta</description>
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		<title>Scoperta una nuova Super-Terra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sensazionale scoperta, un pianeta simile alla terra è stato individuato da un team di astrofisica tedesco-americani. Il professor Guillem Anglada-Escude&#8217;, che insegna all&#8217;universita&#8217; di Goettingen, ha spiegato che &#8220;questo pianeta ha le maggiori probabilita&#8217; di contenere acqua e forse anche la vita come quella che conosciamo&#8221;. La nuova Super-Terra si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sensazionale scoperta, un pianeta simile alla terra è stato individuato da un team di astrofisica tedesco-americani. Il professor Guillem Anglada-Escude&#8217;, che insegna all&#8217;universita&#8217; di Goettingen, ha spiegato che &#8220;questo pianeta ha le maggiori probabilita&#8217; di contenere acqua e forse anche la vita come quella che conosciamo&#8221;.<br />
La nuova Super-Terra si trova a 22 anni luci dal nostro pianeta ed ha una massa 4,5 volte superiore alla nostra, compie una rivoluzione in 28 giorni interno al proprio sole.<br />
Steven Vogt, che ha compiuto la scoperta insieme al suo collega di Goettingen ha affermato, &#8220;la scoperta di questo pianeta fa ritenere probabile che la nostra galassia sia piena zeppa di miliardi di pianeti potenzialmente abitabili&#8221;.<br />
Anglada-Escude&#8217;, lo scopritore del pianeta denominato &#8220;GJ667Cc&#8221; ha detto che &#8220;la nostra scoperta rivela che potenzialmente esistono pianeti sui quali e&#8217; possibile la vita in zone dell&#8217;universo piu&#8217; diverse di quanto si riteneva finora&#8221;. Secondo lo scienziato, &#8220;con una nuova generazione di strumenti di misura si potra&#8217; procedere alla ricerca sistematica di pianeti prossimi a stelle nane per analizzare con analisi spettroscopiche mirate eventuali segni di vita&#8221;.</p>
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		<title>Trapianti, aumentano i donatori</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 12:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Aumentano i donatori e calano le opposizioni alla donazione. In drastica diminuzione anche le liste di attesa. Il 2011 e&#8217; stato un anno positivo per i trapianti. Lo dicono i dati del Centro nazionale trapianti presentati oggi a Roma al ministero della Salute. DONATORI IN LEGGERO AUMENTO - Il numero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aumentano i donatori e calano le opposizioni alla donazione. In drastica diminuzione anche le liste di attesa. Il 2011 e&#8217; stato un anno positivo per i trapianti. Lo dicono i dati del Centro nazionale trapianti presentati oggi a Roma al ministero della Salute.</p>
<p><strong>DONATORI IN LEGGERO AUMENTO -</strong> Il numero complessivo dei donatori nel 2011 e&#8217; 1309 contro i 1301 dell&#8217;anno precedente, con una crescita totale del 0.6%. Il trend di crescita si e&#8217; stabilizzato nel secondo semestre dell&#8217;anno, periodo in cui sono stati registrati 685 donatori contro i 624 del primo semestre, . La regione con il piu&#8217; alto tasso di donazione in Italia e&#8217; la Toscana. Il tasso aumenta anche in Veneto, nelle Marche e in Liguria. I dati sono stabili in Lombardia, Toscana e Puglia. È stata registrata una significativa diminuzione, invece, in Emilia (-5.4 per milione di abitanti, pmp) e in Piemonte (-3.2 pmp). Sebbene il tasso di donazioni sia maggiore nelle regioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Centro-Sud, dal confronto tra i dati del 2010 e quelli del 2011 emerge un incremento diffuso del tasso di donazione anche nelle regioni del Centro-Sud con l&#8217;eccezione della Basilicata e dell&#8217;Abruzzo-Molise.</p>
<p><strong>FRENANO LE OPPOSIZIONI -</strong> Nel 2011 rispetto al numero registrato degli accertamenti di morte con standard neurologici le opposizioni alla donazione sono state il 28.3 %, in forte diminuzione rispetto 2010 (-3.2 %). Nel secondo semestre del 2011 la percentuale di opposizione e&#8217; scesa al 25.8%.</p>
<p><strong>ITALIA TERZA IN UE -</strong> L&#8217;Italia con 21.7 donatori per milione di abitanti e&#8217; terza tra i grandi paesi europei dopo Spagna (29.2) e Francia (22.8) con valori piu&#8217; elevati rispetto a Regno Unito (10.4) e Germania (15.8). La media europea e&#8217; 16.9 donatori per milione. Il dato italiano e&#8217; superiore del 25 % a questa media.</p>
<p><strong>I TRAPIANTATI E I DONATORI UTILIZZATI -</strong> I pazienti trapiantati in numero assoluto sono stati, nel 2011, 2.940, 64 in piu&#8217; rispetto al 2010. Nel 2011 e&#8217; aumentato anche il numero degli organi trapiantati pari a 3.135 contro 3.068 dell&#8217;anno precedente. In particolare e&#8217; aumentato il numero dei trapianti di rene (1.539 vs 1.512), di fegato (1.017 vs 1.002), di cuore (276 vs 273), di polmone (119 vs 107), di pancreas (58 vs 47). Anche il numero dei trapianti di rene da vivente e&#8217; aumentato del 13%. I trapianti di intestino e multiviscerali diminuiscono da 6 a 4. Il numero totale di donatori utilizzati nel 2011 e&#8217; stato 1.113 contro i 1.095 del 2010 (+1.6%). Si mantiene il trend Nord-Sud rispetto al tasso di donatori utilizzati per milione di abitanti (maggiore al Nord che al Sud), ma l&#8217;incremento e&#8217; a macchia di leopardo sul territorio nazionale. La regione con l&#8217;incremento maggiore di donatori utilizzati per milione di abitanti, rispetto allo scorso anno, e&#8217; la Sardegna, seguita dalla Liguria e subito dopo dalla Toscana. Un incremento significativa si registra anche in Calabria, Veneto, Campania, Umbria e Sicilia. Mentre in regioni quali Emilia Romagna, Piemonte, e Abruzzo si registra una diminuzione del tasso di donatori utilizzati.</p>
<p><strong>LISTE D&#8217;ATTESA IN CALO -</strong> In Italia il totale dei pazienti in lista d&#8217;attesa nel 2011 e&#8217; stato pari a 8.783, con una diminuzione significativa (-7.44%) di 706 pazienti rispetto al 2010. Dei pazienti iscritti in lista, 6.594 sono in attesa di un trapianto di rene con un tempo medio di attesa in lista pari a 3.04 anni; 1.000 per un trapianto di fegato con un tempo medio di attesa in lista pari a 2.17 anni; 733 per un trapianto di cuore con un tempo medio di attesa in lista pari a 2.57 anni; 238 per un trapianto di pancreas con un tempo medio di attesa pari a 3.68 anni; 382 per un trapianto di polmone con un tempo medio di attesa pari a 2.16 anni. La percentuale di decessi per i pazienti in lista d&#8217;attesa e&#8217; dell&#8217;1.87% nel 2011 per il trapianto di rene, del 7.16% per il trapianto di fegato, dell&#8217;8.22 % per il trapianto di cuore, del 10.2% per il trapianto di polmone, dello 0.98% per il trapianto di pancreas.</p>
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		<title>Il satellite Ibex della Nasa scopre materia interstellare ai confini del Sistema Solare ed energia infinita</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 19:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Qualsiasi teoria fisica è sempre provvisoria, nel senso che è solo un’ipotesi: una teoria fisica non può cioè mai venire provata”(Stephen Hawking). Breccia nell’Eliosfera. Sarebbero state violate le Colonne d’Ercole del nostro Sistema Solare dalla materia interstellare aliena. Gli scienziati della Nasa annunciano nuove osservazioni sulla materia della nostra Galassia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Qualsiasi teoria fisica è sempre provvisoria, nel senso che è solo un’ipotesi: una teoria fisica non può cioè mai venire provata”(Stephen Hawking). Breccia nell’Eliosfera. Sarebbero state violate le Colonne d’Ercole del nostro Sistema Solare dalla materia interstellare aliena. Gli scienziati della Nasa annunciano nuove osservazioni sulla materia della nostra Galassia, proveniente dai confini del Sistema Solare, grazie all’analisi dei dati acquisiti dal satellite Interstellar Boundary Explorer (Ibex). I nostri confine stellari, si sa, sono piuttosto turbolenti, un po’ come i confini sulle isole dell’Oceano. Ricordate l’avventura dell’ingegnere Chuck Noland, alias Tom Hanks, e il suo tentativo di superare la barriera corallina di una sperduta isola del Pacifico a bordo dell’ingegnosa zattera (film Cast Away)? Bene, nello spazio cosmico tra una stella è l’altra, è esattamente quello che accade ogni santo giorno alle particelle del “vento” solare che cercano di uscire fuori ed ai raggi cosmici galattici che cercano di entrare. Con esisto quasi infausto a quanto pare ed entro certi limiti. La regione che circonda tutto il Sistema Solare, ai confini dello spazio interstellare, riserva sempre grandi sorprese. Barriera creata dall’energia del Sole, l’Eliosfera è lo scudo che ci protegge dalle pericolosissime radiazioni cosmiche esterne che altrimenti penetrerebbero nel Sistema Solare. La navicella Ibex, un satellite piccolo come la ruota di uno scuolabus, lanciata nell’ottobre 2008 per realizzare una mappa dei confini della culla della nostra civiltà, ha meravigliato tutti gli scienziati. L’attività operativa preliminare, di due anni, è stata estesa nel 2012. L’eliosfera è la zona d’influenza solare, il volume di spazio dove è preponderante l’azione del Sole. Al di là, oltre le Colonne d’Ercole della radiazione solare, lo spazio non risente più dell’influsso elettromagnetico solare e si considera ormai spazio interstellare. La zona di divisione tra l’eliosfera e lo spazio interstellare, ha una discontinuità chiamata “Eliopausa”, preceduta da una zona turbolenta dove interagiscono il vento solare e i flussi di particelle emessi dalle altre stelle. Nel 2009 Ibex realizza una delle scoperte più interessanti in assoluto: un gigantesco strano nastro magnetico di energia che alcuni scienziati credono sia un riverbero causato dalle particelle cariche del vento solare nel tentativo di uscire verso lo spazio interstellare. Il gigantesco campo magnetico osservato da Ibex sarebbe in grado di riflettere queste particelle all’interno del Sistema Solare. Se così fosse, non sappiamo davvero quali e quante siano ancora le già flebili speranze di poter comunicare con altre civiltà aliene della Galassia utilizzando le mitiche onde radio (Seti). Alcuni scienziati suggeriscono, infatti, che i segnali artificiali spediti dalla Terra vengano regolarmente riflessi all’interno del Sistema Solare. Nel 2010 Ibex riprende una zona di collisione ben oltre i pianeti, una regione dove il “vento” ipersonico delle particelle cariche provenienti dal Sole, impatta violentemente nel più colossale “frontale” cosmico con la Bolla magnetica che circonda il nostro pianeta Terra, così schermato dalle letali radiazioni stellari. Il dipanarsi di un fiotto di particelle in un nastro di energia misteriosa, sarebbe la dimostrazione del fatto che la regione più lontana del nostro Sistema Solare, ai confini con lo spazio interstellare, è un luogo molto più energetico di quanto finora pensato. Ma è mai possibile che nulla possa penetrare o sfuggire questa barriera magnetica solare? Ibex ha osservato rapide evoluzioni delle condizioni nei pressi dell’eliosfera, la bolla protettiva che scherma il Sistema Solare dai più letali raggi cosmici. La mappa del nostro Sistema Solare realizzata da Ibex consente di valutare l’interazione tra la materia proveniente dall’interno del Sistema Solare con quella della nostra Galassia. Ibex misura l’energia emessa dalle particelle di atomi neutri (ENA) prodotti nella regione di confine dove il vento solare impatta alla velocità di un milione di miglia orarie. Un flusso di particelle di incredibile energia se si pensa che queste collisioni con il mezzo interstellare costringono gli atomi neutri a viaggiare in direzione opposta, verso il Sole, a velocità comprese tra le 100mila e le 2,4 milioni di miglia orarie. La scoperta di queste interazioni tra il vento solare e le radiazioni esterne è di fondamentale importanza per tutti noi, visto il gran appetito di “energia verde” sulla Terra affetta dal gravissimo Global Warming. Comprendere la natura di queste interazioni è importantissimo anche per capire come ideare i futuri scudi magnetici attivi che dovranno schermare le nostre astronavi (Star Trek) per proteggere gli equipaggi nei voli interplanetari e interstellari. La scoperta del misterioso nastro luminoso di particelle ENA, ha sorpreso ed entusiasmato gli scienziati poiché i precedenti modelli teorici sui confini del Sistema Solare non prevedevano nulla del genere. La Natura aborre il vuoto ed è più fantasiosa della fantasia. Certamente svelare i segreti del nastro di energia è di fondamentale importanza per dimostrare che la regione che circonda l’eliosfera può cambiare molto rapidamente in relazione proprio alle caratteristiche di propagazione degli atomi neutri. L’interazione tra il Sole e la Galassia origina una regione di sorprendente e incredibile dinamicità. Le scoperte sono pubblicate su molte riviste scientifiche internazionali come il “Journal of Geophysical Research – Space Physics”. Le misure di Ibex sono consistenti con altri studi che evidenziano anche quanto velocemente le cose possano cambiare ai confini del Sistema Solare, influenzando direttamente la vita sulla Terra e non solo. Negli ultimi anni l’eliosfera, secondo gli scienziati, pare si sia leggermente indebolita a causa della pressione delle radiazioni esterne e della minore intensità del vento solare la cui attività gonfia come una bolla lo schermo protettivo del nostro Sistema. Questa variazione non è di poco conto secondo i ricercatori, cioè non è una preoccupazione banale. La contrazione dell’eliosfera dimostra che la protezione della bolla non è così buona come pensato. I raggi cosmici galattici, quindi, possono fare breccia e trovare il modo di penetrare nel Sistema Solare. Con quali conseguenze per la vita sulla Terra e l’attività umana nello spazio? Alcuni scienziati suggeriscono che il nastro delle emissioni di Atomi Neutri Energetici, potrebbe essere spiegato da un effetto geometrico causato da un’interazione del Sole al confine tra la Nube di gas interstellare locale e un’altra Nube di gas molto calda (miliardi di gradi Kelvin in termini di velocità dei gas in espansione e non di temperature dello spazio profondo!) chiamata “Local Bubble”. Se questa ipotesi è corretta, il Sole e tutti noi sulla Terra potremmo entrarvi in un centinaio di anni. La prima mappa del cielo delle emissioni energetiche degli atomi neutri ottenuta dal satellite Ibex, già mostrava una sorprendente caratteristica ad arco. La scoperta è stata annunciata dalla Nasa come uno dei risultati più importanti in fatto di esplorazione dello spazio. Sono state proposte sei ipotesi per spiegare il fenomeno, tutte concordi sulla sua relazione con i processi in corso all’interno dell’eliosfera o nelle sue immediate vicinanze. In un articolo pubblicato sull’Astrophysical Journal Letters, un gruppo di ricercatori polacchi offre una spiegazione alternativa: l’osservazione della barra multifunzione è coerente con il fatto che il Sole si sta avvicinando al confine tra la nostra Nube di gas interstellare locale e un’altra Nube di gas molto calda e turbolenta. La sorgente di energia degli atomi neutri, registrata da Ibex, sarebbe da collocare al di fuori della caldissima Bolla Locale che si ricarica con gli atomi relativamente freschi della “Local Cloud”. Gli ENA non hanno carica elettrica e quindi possono precipitare liberamente in linea retta dal loro luogo di nascita. Alcuni di essi possono così raggiungere l’orbita terrestre per poi essere rilevati da Ibex. “Se la barra multifunzione ENA è stata creata presso i confini dell’eliosfera, il loro luogo di nascita sarebbe relativamente vicino, nel giro di un paio di centinaia di unità astronomiche” – fa notare il dottor Andrzej Czechowski, uno dei coautori della ricerca. Il team di scienziati polacchi e statunitensi suggeriscono che il nastro ENA nasca dallo scambio di carica elettrica tra gli atomi che “evaporano” dalla nube interstellare e una bolla molto calda e completamente ionizzata di gas. La Bolla Locale è probabilmente un residuo di una serie di esplosioni di Supernova che si sono verificate alcuni milioni di anni fa. Quindi non solo è molto calda (milioni di gradi Kelvin) ma anche turbolenta. Secondo questa teoria, i protoni nella Locale Bolla al confine con la Nuvola Locale strappano gli elettroni dagli atomi neutri e fuggono in tutte le direzioni. “Se la nostra ipotesi è corretta allora stiamo catturando atomi che provengono da una nube interstellare che è diversa dalla nostra” – afferma il dottor Maciej Bzowski, coinvestigator della missione e capo del team polacco di Ibex. Dal momento che il fenomeno degli atomi ENA si sta verificando in tutto lo strato limite complessivo tra le nuvole, perché vediamo la barra multifunzione? “È un effetto puramente geometrico, che osserviamo perché il Sole è attualmente appena al posto giusto, ad un migliaio di unità astronomiche dal confine della nuvola” – spiega Grzedzielski. Il modello sviluppato dal team polacco-statunitense suggerisce che il confine tra la Nuvola Locale e la Bolla Locale possa non essere a pochi anni luce dal Sole, come si credeva in precedenza, ma molto più vicino. In tal caso potrebbe raggiungerci molto presto perché distante appena un migliaio di unità astronomiche, cioè mille volte più vicino del previsto! Questo potrebbe significare che il Sistema Solare e tutti noi terrestri potremmo entrare nella nube di gas incandescenti già nel prossimo XXII Secolo. “Niente di insolito, il Sole attraversa spesso aree irregolari di gas interstellare durante il suo viaggio galattico” – rivela Grzedzielski. Tali nubi sono di densità molto bassa, molto inferiori al miglior vuoto ottenibile nei laboratori sulla Terra. Una volta entrati in essa, la nostra eliosfera avrebbe tutto il tempo di potenziarsi, magari riducendo un po’ il suo raggio d’azione, mentre il livello delle radiazioni cosmiche introdotte nella magnetosfera potrebbe aumentare. Ma niente di preoccupante. Se ne gioveranno l’industria dei dispositivi elettronici portatili (magari auto-ricaricandosi) e gli esperimenti scientifici a caccia di antimateria eredi del nostro AMS-II attualmente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, alla ricerca di atomi di anti-Idrogeno ed anti-Elio provenienti da lontani anti-mondi. Una breccia su misura nell’eliosfera per altre affascinanti avventure scientifiche. “Forse le generazioni future dovranno imparare a proteggere meglio il loro hardware spaziale contro radiazioni più forti” – suggerisce Grzedzielski. Ibex è una missione spaziale scientific a basso costo della Nasa, sviluppata dal Southwest Research Institute di San Antonio (Texas, Usa) e condotta in collaborazione con partner internazionali. Conoscere in gran dettaglio la distribuzione di queste radiazioni in tutto il Sistema Solare, potrebbe aiutare le agenzie spaziali a delineare meglio le future missioni con equipaggio. Può essere saggio, infatti, pianificare i viaggi interplanetari quando l’eliosfera si rafforza, almeno fino a quando non avremo inventato gli scudi magnetici artificiali in grado di proteggere gli astronauti dai raggi cosmici. La conoscenza dei segreti dell’eliosfera è anche di fondamentale importanza nella ricerca di altre forme di vita sugli esomondi (http://planetquest.jpl.nasa.gov/). Poiché un forte scudo magnetico stellare può rivelarsi decisivo nell’evoluzione della vita aliena sui pianeti extrasolari. In tal senso, queste ricerche consentono di aumentare le probabilità di scoperta di un esomondo come la Terra poiché ora possiamo capire quali regioni sono più abitabili di altre nei sistemi solari alieni. Se a tutto questo aggiungiamo che un nuovo studio della Nasa ha smascherato definitivamente l’attività umana come la principale responsabile del Global Warming sulla Terra, allora capiremo bene l’estrema urgenza di far cessare e spegnere immediatamente tutte le fonti di inquinamento, prima che sia troppo tardi. La Terra, infatti, assorbe più energia del normale nonostante la bassa attività solare registrata dal 2005 al 2010. Ma non la disperde più così bene nello spazio. Sappiamo che l’energia elettrica “verde” e infinita, può essere catturata anche dalle nostre ben più vicine Fasce di Van Allen dove un oceano di elettroni gratuiti prodotti dall’impatto delle particelle cariche del Sole con il nostro campo magnetico, attende di poter essere esplorato e utilizzato: potremmo alimentare direttamente dallo spazio i nostri dispositivi portatili, i mezzi elettrici, le navi, gli aerei, gli spazio-plani, le industrie e le città, restituendo un futuro alla Biosfera Terra. Le osservazioni di Ibex permettono di progettare altre missioni spaziali (anche umane) a lungo raggio, nella Colonne d’Ercole del Sistema Solare, magari in grado di misurare e catturare questa enorme quantità di energia disponibile. Il non plus ultra è soltanto un mito.</p>
<p style="text-align: right;">© Nicola Facciolini</p>
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		<title>Ecco i magnifici arazzi cosmici della Creazione osservati dal Telescopio Spaziale Planck</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 19:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza”(Albert Einstein). Tutto l’Universo è un palcoscenico, e tutte le galassie non sono altro che attori? Non sappiamo se il William Shakespeare dei nostri giorni, scrivendo una nuova opera sulla Creazione, sia d’accordo. Ma una cosa è certa: il satellite Planck è perfettamente in grado di offrirci la nuova visione di quel grandioso Disegno Cosmico che è l’Universo in cui viviamo, rivelandone i segreti dell’evoluzione, dallo spazio più profondo alla nostra periferia interstellare. E fornendo informazioni preziosissime sui suoi Attori e sul “Dietro le Quinte”. Il valzer inaugurato dalla missione spaziale Planck, promette meraviglie e sorprese infinite. Anche se gli scienziati e i tecnici dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) sono costretti ad annunciare che l’High Frequency Instrument, uno dei due sensori principali del telescopio orbitale dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), ha concluso la sua vita operativa, completando la sua quinta osservazione e mappatura totale della radiazione cosmica del Big Bang, irradiata sull’intero Cielo quando l’Universo aveva appena 380mila anni. Esaurito il refrigerante di bordo, i sensori HFI di Planck non sono più in grado di lavorare a pieno regime e di rivelare la debolissima luce ancestrale emessa dall’eco della Creazione. Ma la ricerca dei “semi cosmici” della vita, prosegue. L’incredibile mole di dati finora acquisiti dalla sonda garantirà il lavoro a generazioni di astrofisici ed astronomi. Molti risultati di Planck saranno annunciati il 13-17 febbraio 2012, a Bologna, nel corso della conferenza scientifica internazionale (http://www.iasfbo.inaf.it/events/planck-2012/). I magnifici arazzi cosmici osservati e disegnati dal Telescopio Spaziale Planck, superba macchina del tempo europea e italiana in grado di effettuare “carotaggi” spaziotemporali di inestimabile valore, alla ricerca delle fondamentali strutture del Creato, sono frutto della più dettagliata analisi del Cielo che sia mai stata eseguita nelle microonde dal Big Bang ai giorni nostri. Che cosa ha visto l’osservatorio spaziale Planck? Un Universo di meraviglie e possibilità quasi infinite. Non ha visto astronavi, ufo, alieni ed extraterrestri ma i fondamentali della vita. Le decine di articoli scientifici pubblicati sulla rivista Astronomy &amp; Astrophysics, dimostrano la ricchezza del progetto. “Planck è stata una missione magnifica – rivela Jan Tauber, project scientist dell’Esa – il satellite e gli strumenti hanno funzionato molto bene offrendo alla comunità scientifica internazionale uno scrigno di informazioni ed elementi con una risoluzione senza precedenti”. Meno di mezzo milione di anni dopo la creazione dell’Universo nel Big Bang, avvenuta 13.7 miliardi di anni fa, l’incandescente sfera di fuoco primordiale raffreddata ormai a temperature dell’ordine dei 4mila gradi Celsius, diventò ovunque trasparente e riempì i cieli con la sua sfavillante luminosità. Mano a mano che l’Universo si espandeva, quella luce ancestrale diventava sempre debole fino a raggiungere le frequenze delle microonde. Ed è a queste lunghezze d’onda che oggi possiamo osservala. Quella luce ci ha lasciato delle precise tracce della Creazione, impresse per sempre in tutto l’Universo: le fluttuazioni nel fondo cosmico. Dal loro studio gli scienziati sperano di comprendere meglio il Big Bang e l’Universo primordiale attraverso l’osservazione e l’analisi delle prime stelle e galassie. Effettivamente Planck ha finora sondato tutta la volta celeste ben cinque volte (delle teoriche due inizialmente previste) grazie ai suoi due potenti “occhi”, l’High Frequency Instrument (HFI) e il Low Frequency Instrument (LFI). Per osservare nelle immagini così combinate una lunghezza d’onda di copertura senza precedent, in grado di esplorare dettagli, in reami e domini finora ignoti, di oggetti cosmici molto distanti e con una grande magnifica risoluzione. Lanciata nel maggio 2009, l’obiettivo minimo richiesto per decretare il successo della navicella spaziale, era di due intere mappature del Cielo. Planck ha lavorato talmente bene per 30 mesi, da doppiare gli obiettivi preliminari richiesti, completando la quinta esplorazione totale della volta celeste con entrambi i sensori. “Questo risultato – fa notare Jean-Loup Puget, della Université Paris Sud (Orsay, France), il principal investigator dell’occhio HFI di Planck – ci consegna dati migliori rispetto a quelli previsti”. Ora, da buon vecchio pirata cosmico alle prese con gli acciacchi dell’età, il telescopio spaziale Planck dovrà fare affidamento sull’occhio rimasto (LFI) in grado di operare a temperature leggermente più elevate fino alla fine del 2012, calibrando i dati per aumentare sensibilmente la qualità delle misure. Planck non vede solo le microonde primordiali del Big Bang ma anche quelle emesse dalle gelide polveri che attraversano tutto l’Universo. I risultati preliminari della sonda furono annunciati lo scorso anno. Questi includono un catalogo di ammassi di galassie (clusters) dell’Universo più lontano nello spaziotempo, molte delle quali erano finora perfettamente ignote, ed alcuni giganteschi superammassi, “figli” della probabile fusione dei “clusters”. Un altro importante risultato di quell’analisi preliminare del gennaio 2011, fu la migliore misura di sempre dell’antico Cielo infrarosso prodotto dalla stelle in formazione nell’Universo primordiale. Questa osservazione di Planck dimostra come alcune delle prime galassie producevano stelle a ritmi parossistici, un migliaio di volte superiori a quelli oggi in corso nella nostra Galassia, la Via Lattea. Molti altri risultati di Planck relativi al Big Bang e all’Universo neonato richiederanno ancora un anno di studi. Dovremo attendere il 2013. Gli scienziati hanno tutto il tempo per analizzare con estrema cautela i dati finora acquisiti, per rimuovere i segnali spuri e le emissioni inquinanti, per esaltare i segnali più deboli e genuini che emergono dal fondo cosmico. L’annuncio degli scienziati dell’Esa, è molto atteso perché, benché quella di Planck sia la terza missione spaziale in assoluto ad aver fatto breccia nella radiazione cosmica primordiale, quella per intenderci che possiamo ancora oggi cercare e trovare nello sfarfallio dei nostri televisori tra una frequenza e l’altra, ci sono ancora molte ipotesi da valutare e teorie da dimostrare per spiegare che cosa è effettivamente accaduto durante il Big Bang. Le implicazioni scientifiche e tecnologiche per l’Umanità potrebbero essere incalcolabili. “Le misure di Planck – preannuncia il prof. Puget – faranno fuori intere famiglie di modelli, solo che oggi ancora non sappiamo quali”. I dati raccolti sul Big Bang saranno resi pubblici in due eventi mondiali: il primo, relativo ai primi 15.5 mesi della missione Planck, nei primi del 2013; poi nel rapporto generale di fine missione con la pubblicazione di tutti i risultati ottenuti nella campagna osservativa, l’anno successivo, nei primi mesi del 2014. “Siamo veramente soddisfatti di come ha lavorato Planck – rivela il prof. Alvaro Giménez, direttore del dipartimento Science and Robotic Exploration dell’Esa – ben oltre le più rosee aspettative. Questo è un grande tributo al lavoro svolto da molti scienziati e ingegneri d’Europa e di altre nazioni del mondo coinvolti nel progetto. In realtà siamo appena giunti a metà missione di Planck, molto resta ancora da fare per studiare i dati e ottenere gli entusiasmanti risultati scientifici che tutti attendono con ansia”. Il satellite Planck nasce dalla grande collaborazione europea dei 15 Paesi partecipanti, con un grande contributo dell’industria e degli scienziati italiani. Planck osserva l’alba della Creazione dello spazio e del tempo, sondando la prima luce dell’Universo subito dopo il Big Bang. Per aiutare gli scienziati, i filosofi e i teologi a capire cosa c’era prima ma anche cosa c’è dopo. Il premio Nobel per la Fisica del 2006 fu assegnato a John C. Mather e George F. Smoot, per le loro ricerche nel settore dell’astrofisica legate all’utilizzo del satellite COBE della Nasa, finalizzato a queste ricerche. Tra il 1964 e il 1965, i fisici americani Arno Penzias e Robert Wilson (Premio Nobel 1978) scoprirono casualmente l’esistenza di una radiazione nella frequenza delle microonde che aveva caratteristiche straordinarie: appariva sempre identica a se stessa indipendentemente dalle condizioni del tempo, dalla stagione dell’anno, dal luogo da cui si effettuavano le osservazioni e le misure, dal fatto che fosse giorno o notte. Si trattava, cioè, di una radiazione omogenea e isotropa. Perché siamo letteralmente immersi in un bagno di radiazione a microonde primordiale. Ma come interpretare questo fenomeno fisico così sconvolgente? La risposta, in realtà, era già servita su un piatto d’argento. Negli anni ’40 del XX Secolo era stata sviluppata una teoria che prediceva l’esistenza di una radiazione cosmica di fondo, proprio nella frequenza delle microonde, nell’ipotesi che l’Universo avesse avuto origine da un evento come quello descritto dalla teoria del Big Bang. In ultima analisi, la scoperta della radiazione cosmica di fondo fu uno degli indizi più convincenti a supporto del Big Bang e, quindi, del famoso Modello Standard. L’osservatorio spaziale COBE (COsmic Background Explorer) fu lanciato nel 1989 dalla Nasa, proprio per osservare nel miglior dettaglio all’epoca disponibile, la radiazione cosmica di fondo (CMB). Che è una conseguenza della nascita stessa dell’Universo. Non la emette un corpo specifico o una classe di sorgenti celesti. È l’Universo che la emise e la continua ad emettere, a causa del suo stato energetico. La teoria del Big Bang, infatti, prevede che una frazione di secondo dopo la sua Creazione, l’Universo, non più grande di una pallina da ping-pong in espansione iperluminare, fosse costituito da un brodo di particelle e di radiazione elettromagnetica in equilibrio. Gli scienziati sanno che a causa di questo equilibrio, la radiazione ha una caratteristica che la rende particolarmente semplice: la distribuzione della sua intensità lungo le varie lunghezze d’onda, cioè quello che tecnicamente si chiama spettro, dipende da un solo parametro, la temperatura. Il satellite COBE riuscì a misurare due parametri fondamentali con grande precisione: la temperatura della radiazione in 2,725 gradi Kelvin, che non è la temperatura a cui la radiazione è stata emessa, ma quella a cui la misuriamo oggi (a causa dell’espansione accelerata dell’Universo la radiazione – non solo la materia – si è raffreddata); e piccole variazioni di una parte su centomila di questa temperatura. Queste fluttuazioni corrispondono a variazioni di densità nell’Universo primordiale, che sono state verificate e dimostrare essere, a loro volta, i semi cosmici dai quali si sono formati gli ammassi di galassie, le galassie, le stelle e i pianeti. Grazie al telescopio spaziale COBE gli scienziati hanno potuto osservare gli embrioni dell’Universo così come lo conosciamo. L’eredità di COBE è stata raccolta dal satellite Planck dell’Esa. La cosmologia osservativa è ancora una scienza giovane: COBE ha sollevato molte domande, alle quali, negli anni successivi, sono arrivate risposte parziali da missioni scientifiche come Boomerang dell’Infn, un’impresa italo-americana realizzata grazie a rivelatori posti su un pallone aerostatico, e WMAP un satellite della Nasa. Il satellite Planck non solo s’inserisce perfettamente su questa linea di ricerca, ma promette di realizzare una vera e propria rivoluzione cosmologica. Grazie a Planck gli scienziati cercano di comprendere la struttura fondamentale dell’Universo appena nato; di capire come si sono formati i superammassi di galassie a partire da quello stato di contrazione incredibilmente energetica in cui l’Universo si trovava; di capire se è vero, come alcuni indizi indicano, che l’Universo è stato coinvolto in una fase di iper-espansione parossistica, detta Inflazione, che lo ha portato a dilatarsi dalle dimensioni di un protone, in una frazione di secondo, a dimensioni paragonabili a quelle attuali. Grazie all’Energia Oscura. Perché potrebbe essere l’Energia Oscura il Motore dell’Universo in espansione accelerata. Un’incredibile Forza che ci circonda in grado di sprigionare, in determinate condizioni, un’istantanea propulsione iper-luminare. Immaginate se la potessimo dominare, imbrigliare e governare in un motore interstellare di nuova concezione&#8230;! Per ora è solo fantascienza degna di Star Trek e Star Wars con tutti gli spin-off annessi e connessi. Ma, tornando alla missione Planck, gli obiettivi estremamente ambiziosi che il telescopio dell’Esa si prefigge di coronare con il massimo successo, sono garantiti dai ben più sofisticati strumenti che nel complesso lo rendono mille volte più potente di COBE. Per costruire il satellite Plank, l’Esa ha compiuto uno sforzo tecnologico notevole. Planck è dotato, oltre a un telescopio ottico di un metro e mezzo, di strumenti che richiedono un costante raffreddamento: una batteria di 22 ricevitori radio in grado di funzionare a meno253 gradi Celsius e ben 52 rivelatori funzionanti a meno 272.9 gradi Celsius, appena un decimo di grado sopra lo Zero Assoluto. Ma non è solo grazie a una tecnologia di così alto livello che la cosmologia è divenuta negli ultimi decenni una vera e propria scienza e può porsi l’obiettivo di scoprire e poter dunque raccontare la storia dell’Universo: come è nato, come è cambiato nel tempo, come finirà. Perché sono sopratutto i migliori scienziati del mondo i protagonisti assoluti chiamati a fare la loro parte nell’analisi dei dati raccolti da Planck. Diversamente dalla maggior parte dei satelliti per l’astronomia, Planck non è stato lanciato in orbita intorno alla Terra. Dopo il decollo ha impiegato circa 4 mesi per raggiungere il cosiddetto “punto lagrangiano secondo” a circa un milione e mezzo di chilometri dalla Terra, in direzione opposta al Sole. Questa sede ha garantito che il satellite si trovasse abbastanza lontano dalla Terra e dalla Luna, e che fosse schermato dal Sole in modo da evitare le emissioni di calore di questi corpi, che da soli sarebbero stati sufficienti a interferire con le osservazioni astronomiche. Come ben sanno gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), uno dei campi dove la ricerca italiana si è distinta e sta producendo nuovi e straordinari risultati, è lo studio della radiazione di fondo nelle microonde (Cosmic Microwave Background), il residuo di luce fossile del Big Bang, proveniente direttamente dall’Universo primordiale. Questa luce porta con sé lo stampo delle perturbazioni di densità che hanno poi dato origine alle strutture, mostrandone con il suo spettro di potenza, la relativa importanza alle diverse scale. Galassie, ammassi, superammassi hanno un loro corrispondente nelle fluttuazioni d’intensità nella CMB che osserviamo sul cielo a diverse scale, le cosiddette anisotropie. Proprio un esperimento a guida italiana, Boomerang, nel 2000 mostrò per la prima volta con precisione i picchi e le valli di questo spettro di potenza, fornendo una riprova straordinaria della teoria di formazione delle galassie basata sull’esistenza della materia oscura fredda e costruendo uno dei pilastri principali del modello cosmologico attuale. Poi, facendo seguito alla missione americana WMAP, che ha esteso le misure di Boomerang all’intero cielo, il prossimo passo era rappresentato dall’esperimento italo-francese Planck, attualmente in volo con pieno successo. Planck sta producendo immagini uniche, e nelle prossime settimane si attendono risultati straordinari, grazie alla sua sensibilità e risoluzione angolare, che permettono di spingersi a scale angolari ancora più piccole. Un obiettivo ambizioso di Planck potrebbe essere l’identificazione diretta del cosiddetto spettro dei “modi B” delle anisotropie di polarizzazione, associato alle perturbazioni tensoriali primordiali dell’Universo. Questa misura costituisce una conferma definitiva del modello inflazionario per l’Universo primordiale. Mappe di polarizzazione così profonde quali quelle necessarie per tali ricerche darebbero indicazioni dirette sulla scala di energia inflazionaria e verifiche sulla fisica ad altissima energia, ben al di là di quanto concepibile con gli acceleratori di particelle presenti o future, e in Laboratori come quello del Gran Sasso. Gli scienziati sanno che la teoria dell’Inflazione risolve elegantemente alcuni problemi dello scenario base del Big Bang, postulando una fase di espansione esponenziale dell’Universo primordiale. Questa semplice idea giustifica due aspetti cruciali in pieno accordo con la Relatività di Einstein: la geometria dell’Universo essenzialmente piatta; l’estrema isotropia dell’Universo su regioni che, in assenza di una fase inflazionaria, non dovrebbero essere mai state in contatto causale. La piattezza e la isotropia appaiono entrambe confermate dalle misure di questa luce fossile CMB su tutte le scale angolari e dalle osservazioni della struttura su larga scala dell’Universo. Sebbene ciò non rappresenti una conferma diretta dello scenario inflazionario, certamente lo supporta. Lo studio dei primi istanti dell’Universo, durante la fase inflazionaria, ci conduce ai confini della nostra attuale comprensione, rendendo la cosmologia una disciplina capace di gettar luce su aspetti ancora ignoti, non solo di fisica fondamentale. L’analisi e l’interpretazione accurata della radiazione fossile CMB richiede una separazione estremamente precisa ed affidabile delle varie componenti spurie di radiazione prodotte dalla nostra Galassia o da sorgenti che i fotoni incontrano nel loro cammino prima di arrivare a noi. Questa ripulitura del segnale si ottiene dalla combinazione con osservazioni nelle bande contigue (radio e infrarosso) e dallo sviluppo di modelli astrofisici accurati delle diverse sorgenti di rumore diffuso. Queste linee di ricerca hanno nel contempo una loro specifica rilevanza, data l’importanza astrofisica e cosmologica che ricoprono varie classi di sorgenti extragalattiche che si sovrappongono alla luce fossile CMB, come gli ammassi di galassie, responsabili dell’effetto Sunyaev-Zeldovich, o le sorgenti galattiche di emissione diffusa e discreta. L’alto livello segnale/rumore richiesto per raggiungere tali obiettivi, in teoria non appare raggiungibile nemmeno nel futuro prossimo. Ma è estremamente importante per la comunità italiana realizzare progetti ed esperimenti in questa direzione finalizzati allo sviluppo della tecnologia necessaria agli “eredi” di Planck. I progressi nella tecnologia appaiono promettenti per i rivelatori sia bolometrici sia coerenti, in particolare nel caso di grandi batterie spaziali (“array”) di rivelatori per amplificare il segnale sul piano focale. La validità delle tecnologie sperimentate in questa direzione avranno una buona chance di rivelare il “modo B” della polarizzazione per arrivare infine alla realizzazione di missioni spaziali congiunte Esa-Nasa, in grado di osservare l’intero cielo in 4D con grande sensibilità e controllo ottimale degli effetti sistematici. Alla base di quasi tutti questi risultati c’è l’Early Release Compact Source Catalogue di Planck. L’equivalente dell’elenco dei personaggi teatrali in scena. Ottenuto dall’osservazione continua dell’intero cielo a lunghezze d’onda millimetriche e submillimetriche, il catalogo è costituito da una raccolta di migliaia di sorgenti estremamente fredde. Sorgenti che l’intera comunità scientifica potrà d’ora in avanti esplorare e studiare in tutta libertà. Sono stati i primi risultati pubblici della missione: un catalogo di tutte le sorgenti galattiche ed extragalattiche viste da Planck nell’intero cielo. Non solo: è il primo catalogo a tutto cielo, a nove frequenze diverse, da 30 GHz a 857 GHz, e costituisce un’assoluta novità. Darà lavoro per anni a tutti i telescopi da Terra e dallo spazio, che potranno fare osservazioni di follow-up. Per avere accesso ai dati contenuti nel catalogo – spiegano gli scienziati – non è necessaria alcuna competenza tecnica. Sono resi pubblici attraverso un sito web dell’Esa, accessibile a tutti. Si potranno fare ricerche per parole chiave, per zone di cielo e per nome degli oggetti. Di ogni oggetto, sarà anche possibile visualizzarne l’immagine, per studiarne forma e struttura. Insomma, una vera e propria Stele di Rosetta a tutti gli effetti, totalmente integrata con gli altri cataloghi astronomici già esistenti. È un palcoscenico, quello dell’Universo, sul quale va in scena un’Opera in tre atti. Quello che riescono a cogliere i telescopi ottici, l’arazzo di galassie che ci circonda, è poco più che l’atto finale. Con le sue misure a lunghezze d’onda che vanno dal radio all’infrarosso, Planck è in grado di risalire indietro nel tempo, e mostrarci i due atti precedenti. I risultati presentati nel 2011 riguardano l’atto di mezzo, quando le galassie si stavano ancora formando. Qui Planck ha rilevato l’esistenza di una popolazione ammassi stellari, altrimenti invisibili, a miliardi di anni indietro nel tempo: avvolte nella polvere, in esse si formavano stelle a un ritmo vorticoso, da 10 a 1000 volte più rapido di quello che possiamo osservare oggi nella nostra Galassia. Si tratta di misure mai effettuate prima a queste lunghezze d’onda. Planck sarà in grado di offrirci la migliore visuale che sia mai stata disponibile anche sul primo dei tre atti: la formazione delle prime strutture a grande scala nell’Universo, dalle quali le galassie si sarebbero poi formate. Strutture la cui traccia è impressa nella radiazione di fondo a microonde, risalente ad appena 380mila anni dopo il Big Bang, l’epoca in cui l’Universo cominciava a raffreddarsi. Per vedere nei dettagli il fondo cosmico, però, occorre anzitutto rimuovere le contaminazioni introdotte dalla moltitudine di sorgenti di foregrounds a esso sovrapposte. Fra queste, gli oggetti elencati nell’Early Release Compact Source Catalogue, così come altre sorgenti d’emissione diffusa. Alcuni risultati in evidenza riguardano sorgenti come la cosiddetta “emissione anomala a microonde”: un bagliore diffuso, associato a regioni dense e polverose della Via Lattea, la cui origine ha rappresentato per anni un vero e proprio enigma. Un mistero che i dati di Planck, grazie all’ampiezza senza precedenti della gamma di lunghezze d’onda alle quali sono sensibili i suoi rivelatori, potrebbero aver definitivamente risolto: a generare l’emissione anomala sono le collisioni di grani di polvere in rapidissima rotazione su se stessi, fino a decine di miliardi di volte al secondo, con atomi o pacchetti di luce ultravioletta. Gli scienziati sfruttando un effetto particolare detto “Sunyaev-Zel’dovich”, grazie a Planck sono poi riusciti a individuare 189 ammassi di galassie, 20 dei quali ancora sconosciuti. Un’assoluta novità. È la prima volta, infatti, che nuovi ammassi di galassie vengono scoperti grazie all’effetto Sunyaev-Zel’dovich, e già stanno arrivando conferme della loro esistenza grazie a osservazioni congiunte con altri satelliti come l’osservatorio a raggi X dell’Esa, Xmm-Newton. Oltre a consegnarci immagini spettacolari, lo studio di questi enormi e antichissimi grappoli di galassie ci aiuta ad approfondire le nostre conoscenze sul tipo di Universo in cui viviamo, a che velocità si sta espandendo e quanta material-energia contiene. Ma questa non è che la punta dell’iceberg, perché grazie all’impegno di tutte le persone coinvolte nel progetto Planck, questo campo di studi sta superando ogni aspettativa. L’Italia in questi anni ha raggiunto una posizione di eccellenza nel campo dell’osservazione ed esplorazione dell’Universo vicino e lontano. Il contributo italiano offerto al successo della missione Planck ne è una conferma. “È un grande momento, per Planck – fa notare Jan Tauber – fino a oggi ci siamo concentrati sulla raccolta dei dati e sul mettere in luce il loro potenziale. Ora, finalmente, è arrivato il tempo delle scoperte”. Planck continua a osservare l’Universo. I prossimi dati saranno in grado di mostrare, a un livello di dettagli senza precedenti, l’Atto iniziale della Creazione cosmica, che un dramma non fu. Semmai, un Atto d’amore del Creatore. L’immagine dell’origine di Tutto, dello Spazio e del Tempo. Planck è una missione dell’Agenzia Spaziale Europea che ha gestito il programma sin dagli esordi, nel 1993, e ha finanziato lo sviluppo del satellite, il lancio e le operazioni di controllo. Il prime contractor di Esa per Planck è stata la Thales Alenia Space (Cannes, Francia). Un contributo fondamentale a Planck è stato dato dall’industria europea. In particolare, decisivo è stato il contributo di Thales Alenia Spazio (Torino) per il service module, di Astrium (Friedrichshafen, Germania) per gli specchi del telescopio e di Oerlikon Space (Zürich, Svizzera) per le strutture del payload. La maggior parte dei test criogenici e ottici più complessi sono stati eseguiti presso il Centro Spaziale di Liegi, in Belgio, e presso la sede di Cannes di Thales Alenia Space. L’eccezionale know-how richiesto per lo sviluppo dello strumento a bassa frequenza (LFI) e di quello ad alta frequenza (HFI) è stato fornito da due grandi consorzi internazionali, comprendenti in totale circa 50 istituti scientifici dell’Europa e degli Stati Uniti, finanziati dalle agenzie dei Paesi coinvolti. Per quanto riguarda lo sviluppo degli strumenti scientifici, un contributo importante è dovuto a Thales Alenia Space (Milano) per LFI ed a Air Liquide &#8211; DTA (Grenoble, Francia) per HFI. I due consorzi sono anche responsabili per l’operatività scientifica dei rispettivi strumenti e per il trattamento dei dati. Alla guida dei consorzi, i due principal investigators: J.-L. Puget, dell’Institut d’Astrophysique Spatiale di Orsay (Francia), è responsabile di HFI (finanziato principalmente dal CNES e dal CNRS [INSU, IN2P3]), mentre N. Mandolesi, dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Bologna, è responsabile di LFI (finanziato principalmente dall’ASI e dall’Inaf). La Nasa ha finanziato lo US Planck Project, con base al JPL e con il coinvolgimento di scienziati da numerose istituzioni degli Stati Uniti, il cui contributo all’impegno dei due consorzi è stato decisivo. Un consorzio d’istituti danesi, finanziato dal Danish National Research Council, ha preso parte insieme all’Esa allo sviluppo dei due specchi del telescopio di Planck. Planck è gestito dal Flight Control Team del Mission Operations Centre (MOC), presso lo European Space Operations Centre (ESOC) dell’Esa a Darmstadt (Germania). Il Planck Science Office, presso lo European Space Astronomy Centre (ESAC) dell’Esa, in Spagna, gestisce l’intera survey e coordina le operazioni scientifiche dei due strumenti. L’esplorazione spaziotemporale più importante e significativa, è appena iniziata.</p>
<p style="text-align: right;">© Nicola Facciolini</p>
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		<title>Scoperta la causa della sindrome di Myhre</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 19:08:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Identificata la causa di una rarissima malattia genetica grazie alle piu&#8217; moderne tecniche di indagine sul genoma umano: ad annunciarlo sulle pagine dell&#8217;American Journal of Human Genetics e&#8217; una squadra multidisciplinare tutta italiana coordinata da Marco Tartaglia, ricercatore Telethon dell&#8217;Istituto superiore di sanita&#8217; di Roma.<br />
La patologia in questione si chiama sindrome di Myhre e ad oggi ne sono noti soltanto 30 casi in tutto il mondo. Diagnosticata per la prima volta 30 anni fa, e&#8217; un difetto congenito dello sviluppo che porta a ritardo di crescita, deficit cognitivi, ipertrofia muscolare, sordita&#8217; e anomalie scheletriche. &#8220;Il gene responsabile non si conosceva&#8221;, spiega Marco Tartaglia &#8220;ma i segni clinici erano ricollegabili a quelli di un piccolo gruppo di malattie dello sviluppo causate da una specifica alterazione di meccanismi di segnalazione intracellulare, similmente a quanto succede nel gruppo di malattie genetiche che studiamo da anni, grazie al supporto di Telethon. Da qui il nostro interesse per identificare il gene responsabile di questa rara malattia genetica che si e&#8217; concretizzato grazie alla collaborazione con colleghi che si erano imbattuti in alcuni casi di questa sindrome&#8221;.<br />
Quello di Tartaglia e&#8217; infatti uno dei pochissimi laboratori in Italia che dispone di una piattaforma genomica di seconda generazione in grado di analizzare in breve tempo l&#8217;intero esoma di un individuo, ovvero tutta la porzione del Dna che contiene le istruzioni per sintetizzare le proteine del nostro organismo. Si tratta soltanto dell&#8217;1-2% dell&#8217;intero patrimonio genetico, ma e&#8217; proprio qui che si concentrano la stragrande maggioranza degli &#8216;errori&#8217; potenzialmente responsabili di malattie genetiche rare. &#8220;Grazie a questi strumenti la ricerca di geni-malattia si e&#8217; notevolmente accelerata» commenta ancora il ricercatore.<br />
&#8220;Non e&#8217; piu&#8217; come agli inizi della biologia molecolare, in cui si trattava letteralmente di cercare un ago nel pagliaio, perche&#8217; possiamo concentrare la nostra attenzione in quelle zone del genoma dove c&#8217;e&#8217; la probabilita&#8217; maggiore di scovare li difetti responsabili di patologie. Grazie anche al supporto dell&#8217;informatica siamo in grado di ridurre a pochi geni i potenziali candidati &#8216;responsabili&#8217;, senza la necessita&#8217; di ricorrere a famiglie numerose come invece accadeva in passato&#8221;. Pur suscettibile di ulteriori perfezionamenti, questa tecnologia promette in futuro di aiutare i ricercatori a individuare la causa di molte malattie genetiche rare ancora senza un nome: basti pensare che secondo Eurordis delle oltre 6000 malattie rare note ad oggi sono meno di 1000 quelle su cui esiste una conoscenza scientifica minima.<br />
Il gene individuato come causa della sindrome e&#8217; SMAD4, una vecchia conoscenza dei biologi molecolari: contiene infatti le informazioni per una proteina coinvolta nella crescita delle cellule in risposta a precisi stimoli e associata, quando alterata, allo sviluppo di tumori a carico di diversi organi (pancreas, intestino, pelle). &#8220;L&#8217;aspetto interessante e&#8217; che uno stesso gene, a seconda del difetto, puo&#8217; essere responsabile di malattie molto diverse. Chi e&#8217; affetto da sindrome di Myhre non ha un rischio maggiore di sviluppare tumori rispetto alla popolazione normale, eppure il gene difettoso e&#8217; lo stesso. Anche nella sindrome di Noonan succede un fenomeno analogo. Il prossimo passo sara&#8217; capire il meccanismo con cui questo difetto provoca determinati sintomi e non altri: certamente otterremmo informazioni molto importanti per questo gruppo di malattie e, piu&#8217; in generale, su come la sua funzione controlla i processi dello sviluppo&#8221;, conclude Tartaglia.</p>
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		<title>Scienza e Ricerca: quale futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 16:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un viaggio nei meandri della scienza, tra ricerca e comunicazione, analizzando le nuove frontiere della fisica. Questo il tema della conferenza organizzata per martedì 17 gennaio, ore 10.00,  dal Liceo Scientifico “Farnesina” di Roma ( Sede centrale, Via dei Giuochi Istmici, 64) L&#8217;incontro sarà una un&#8217;occasione per riflettere sulle nuove frontiere della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un viaggio nei meandri della scienza, tra ricerca e comunicazione, analizzando le nuove frontiere della fisica. Questo il tema della conferenza organizzata per martedì 17 gennaio, ore 10.00,  dal Liceo Scientifico “Farnesina” di Roma ( Sede centrale, Via dei Giuochi Istmici, 64)</p>
<p>L&#8217;incontro sarà una un&#8217;occasione per riflettere sulle nuove frontiere della fisica, introducendo il tema della fisica sociale ed analizzando le interconnessioni esistenti tra fisica e biologia, scienza e comunicazione, nonché tra fisica e nuove fonti di energia.</p>
<p>Ad introdurre l’interessante dibattito sarà il dirigente scolastico dell’Istituto, la <strong>Prof.ssa Olga</strong> <strong>Olivieri</strong>, mentre i relatori saranno: il <strong>Prof. Marco Santarelli</strong>, Associato di ricerca al CNR-ISC, Associato dell&#8217;Istituto Matematico di Londra;  il <strong>Prof. Luca Umena</strong>, insegnante di matematica e fisica al Liceo Classico di Orvieto ed esperto di divulgazione scientifica; la nota astrofisica <strong>Margherita Hack</strong> (in teleconferenza); la <strong>Prof.ssa Paola Catapano</strong> del CERN di Ginevra, che proietterà i ragazzi nel mondo della ricerca scientifica, interrogandosi sul tema “<em>Neutrini e Velocità della luce</em>”.</p>
<p>Al termine degli interventi, sarà dato ampio spazio alle domande e alle curiosità degli alunni.</p>
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		<title>Sonda Russa in caduta. Pericolo in Italia domenica mattina</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcuni frammenti della sonda Phobos Grunt cadranno sulla Terra tra il 14 e il 16 gennaio. L&#8217;orario di maggiore pericolo è fissato al momento alle 13:18 di Mosca, 10:18 ora italiana, di domenica 15 gennaio. Alcuni esperti americani avevano detto che secondo i loro calcoli la navicella sarebbe caduta il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni frammenti della sonda Phobos Grunt cadranno sulla Terra tra il 14 e il 16 gennaio. L&#8217;orario di maggiore pericolo è fissato al momento alle 13:18 di Mosca, 10:18 ora italiana, di domenica 15 gennaio.<br />
Alcuni esperti americani avevano detto che secondo i loro calcoli la navicella sarebbe caduta il 13 gennaio in una regione dell&#8217;Afghanistan. Si stima che cadranno tra i 20 e i 30 pezzi di peso inferiore ai 200 chili. La sonda pesa 13,2 tonnellate e ha in sé 11 tonnellate di combustibile altamente tossico.<br />
Phobos Grunt era stata lanciata lo scorso 9 novembre, ma un problema dell&#8217;elica le aveva impedito di prendere la direzione stabilita. La navicella spaziale viaggia in modo così veloce che completa la sua orbita della Terra ogni 90 minuti, quindi anche una piccola incertezza nella sua traiettoria può fare una differenza di centinaia di chilometri sulla superficie terrestre.</p>
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		<title>Il tempio della Astronomia mondiale ESO compie 50 anni e sta per essere costruito ELT</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 19:55:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Buon anno! Sinceri auguri speciali di pace, serenità e prosperità! Nel 2012 si celebra il 50° anniversario della fondazione dell’ESO, l’European Southern Observatory, l’Osservatorio Australe Europeo, sancta sanctorum dell’astrofisica mondiale, fondato il 5 ottobre 1962. Il bellissimo Calendario ESO 2012 celebra, giorno per giorno, le tappe più significative di questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buon anno! Sinceri auguri speciali di pace, serenità e prosperità! Nel 2012 si celebra il 50° anniversario della fondazione dell’<strong>ESO</strong>, l’European Southern Observatory, l’Osservatorio Australe Europeo, sancta sanctorum dell’astrofisica mondiale, fondato il 5 ottobre 1962. Il bellissimo Calendario ESO 2012 celebra, giorno per giorno, le tappe più significative di questa straordinaria avventura scientifica internazionale con tredici stupende foto d’autore che dal deserto cileno di Atacama ci proiettano letteralmente nel più ambizioso ed avvincente viaggio nel Cosmo. L’ESO è la principale Organizzazione intergovernativa di astronomia in Europa e l’Osservatorio astronomico più produttivo al mondo. È sostenuto da 15 Paesi: Austria, Belgio, Brasile, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Svizzera. L’ESO svolge un ambizioso programma che si concentra sulla progettazione, costruzione e gestione di potenti strumenti astronomici da terra, che consentano agli astronomi di realizzare importanti scoperte scientifiche. Ha anche un ruolo di punta nel promuovere e organizzare la cooperazione nella ricerca astronomica. L’ESO gestisce tre siti osservativi unici al mondo in Cile: La Silla, Paranal e Chajnantor. Sul Paranal, gestisce il Very Large Telescope, osservatorio astronomico d’avanguardia nella banda visibile e due telescopi per il costante monitoraggio del cielo.</p>
<p>VISTA, il più grande telescopio per “survey” al mondo, lavora nella banda infrarossa mentre il VST (VLT Survey Telescope) è il più grande telescopio progettato appositamente per produrre osservazioni del cielo in luce visibile. L’ESO è il partner europeo di un telescopio astronomico di concetto rivoluzionario, ALMA, oggi il più grande progetto astronomico esistente. Al momento l’ESO sta realizzando l’European Extremely Large Telescope o E-ELT (il Telescopio Europeo Estremamente Grande) della classe dei 40 metri di diametro, che opererà nell’ottico e infrarosso vicino, diventando “il più grande occhio del mondo rivolto al cielo”. Sarà la finestra privilegiata degli Stati Uniti d’Europa sul Cosmo, il tempio dell’astronomia di frontiera. Già all’inizio delle attività scientifiche, previste per il prossimo decennio, E-ELT risponderà alle domande più importanti dell’Umanità, rivoluzionando la nostra percezione dell’Universo. L’inizio dei lavori di costruzione di E-ELT è previsto nel 2012 e dureranno undici anni. Stiamo vivendo una vera e propria “età dell’oro” che nel campo astronomico non conosce crisi dopo la scoperta della pluralità dei mondi di taglia terrestre. Con il suo specchio principale dal diametro di 39,3 metri, E-ELT sarà il più grande telescopio ad osservare in luce visibile: quattro o cinque volte più grande degli attuali strumenti più all’avanguardia di questo tipo e raccoglierà una quantità di luce circa 15 volte maggiore alla loro. Sarà anche molto più grande degli altri due telescopi estremamente grandi in progettazione, il Thirty-Meter Telescope e il Giant Magellan Telescope. Gli scienziati sanno che non è possibile né consigliabile costruire uno specchio così grande in un pezzo solo. Per questo motivo lo specchio principale di 39,3 metri sarà composto di circa 1000 segmenti esagonali larghi circa 1,4 metri e spessi 5 centimetri.</p>
<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/Christmas_Comet_Lovejoy_Captured_at_Paranal.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-32527" title="Christmas_Comet_Lovejoy_Captured_at_Paranal" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/Christmas_Comet_Lovejoy_Captured_at_Paranal-1024x614.jpg" alt="" width="650" height="auto" /></a></p>
<p>L’intero concetto di telescopio è “modulare” in modo che i pezzi possano essere fabbricati in grandi quantità, così da ridurne drasticamente il costo. Solo quest’approccio rende E-ELT possibile entro un budget limitato. Negli ultimi venti anni scoperte sensazionali come quelle dei telescopi spaziali Hubble, Chandra, Spitzer e Keplero, hanno stimolato la curiosità e l’interesse dei cittadini, non sulla “politica” sterile e improduttiva delle polemiche dei politicanti italiani, ma sui fatti concreti delle grandi questioni filosofiche e scientifiche, molte delle quali assolutamente aperte ed insolute, connesse alla percezione del nostro (di ogni persona libera) ruolo nell’Universo. Abbiamo scoperto i primi pianeti extrasolari in orbita attorno ad altre stelle simili al nostro Sole. Sappiamo che i sistemi planetari con coppie di pianeti e satelliti di taglia terrestre, del tipo Terra-Luna, sono molto comuni nella nostra Galassia. Nella migliore delle ipotesi sarebbero il 25% del totale degli esomondi alieni abitabili. Li dobbiamo ancora osservare direttamente, come ci ricordano gli amici della splendida rivista mensile di informazione scientifica e tecnica “l’Astrofilo”, diretta da Michele Ferrara (oggi anche in edicola) che ci aggiorna sugli ultimi avvenimenti extraterrestri (www.astropublishing.com). E sappiamo quanto sia estremamente difficile scoprire un’altra Terra e osservare le luci artificiali aliene dall’analisi spettrale della luce delle atmosfere degli esopianeti finora scoperti.</p>
<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/super_telescopio_Eso_E-ELT_confronto.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-32528" title="super_telescopio_Eso_E-ELT_confronto" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/super_telescopio_Eso_E-ELT_confronto-1024x492.jpg" alt="" width="650" height="auto" /></a></p>
<p>Sappiamo che l’Universo, dominato dalle ancora enigmatiche materia ed energia oscure, sta accelerando. Ciò significa, ad esempio, che i mondi si stanno inesorabilmente allontanando. Significa, forse, magari senza tema di smentita, che la gran fretta di conoscersi, non è un’ipotesi così peregrina? L’Europa, grazie all’ESO, intende consolidare e potenziare l’Astronomia e l’Astrofica di frontiera. Un primato di assoluto prestigio che nel futuro aprirà altre “finestre” ed opportunità grazie a E-ELT, un telescopio unico nel suo genere che verrà costruito sul Cerro Armazones nel deserto cileno di Atacama. Dall’emisfero meridionale della Terra, infatti, le possibilità scientifiche sono notevolmente maggiori rispetto all’emisfero boreale. Si vedono più stelle, più esopianeti e, molto probabilmente, più mondi alieni. Se così fosse, eventuali extraterrestri osservando la Terra sarebbero affascinati dalla visione dell’emisfero australe! Se non siamo soli nell’Universo, dove vivono gli altri umani e tutte le altre razze? Di che cosa è fatto il Cosmo? Quali furono i primi oggetti creati dopo il Big Bang? E-ELT andrà a caccia di esopianeti di tutte le taglie, specialmente terrestri, abitabili o meno, in orbita attorno alle stelle ed ai pianeti giganti più vicini (come Pandora, cf. Avatar). Queste ricerche includono non solo la scoperta di pianeti come la Terra (con relative lune) attraverso le tecniche della velocità radiale ma soprattutto l’acquisizione di immagini dirette degli esopianeti maggiori con la possibilità di analisi spettrali delle atmosfere aliene per studiarne la composizione, superando le nostre attuali più rosee previsioni teoriche e strumentali grazie a nuovi potenti sensori di imminente realizzazione. Che, accoppiati alle ottiche di E-ELT, consentiranno di raggiungere e superare l’incredibile e pazzesco valore di 8 cm/sec nella risoluzione spettrale della velocità radiale di un pianeta di taglia terrestre in orbita attorno a una stella come il Sole, al netto del rumore generato dall’astro ospite. Ben al di sotto delle attuali oscillazioni di appena 4 km/h (la velocità di una persona!) rilevabili dal magnifico Harps.</p>
<p>Ci guadagnerà sicuramente l’Astrofisica perché potremo osservare meglio i fenomeni in atto sulle altre stelle. I nuovi sensori di E-ELT permetteranno agli scienziati di analizzare le primissime fasi di formazione dei sistemi planetari extraterrestri, alla ricerca di materie prime, acqua e molecole organiche nei dischi proto-planetari che circondano le stelle in formazione. Da cosa nasce cosa! E-ELT potrà rispondere alle questioni focali sulla formazione e sull’evoluzione dei pianeti extramondo, fornendo agli astronomi i “fondamentali” per offrire una risposta alla domanda centrale: l’Umanità è diffusa in tutto l’Universo? Una questione scientifica e filosofica di capitale importanza per il cittadino comune e le imprese che, grazie alla liberalizzazione dello spazio cosmico, potranno investire capitali nello spazio profondo. Inoltre, dall’analisi degli oggetti astrofisici più distanti, E-ELT fornirà indizi per comprendere la formazione delle prime stelle e la relazione tra galassie e buchi neri nella struttura dell’Universo. L’osservatorio E-ELT andrà anche alla ricerca delle possibili variazioni nel tempo delle costanti fisiche fondamentali. Un rilevamento preciso e inequivocabile di tali variazioni avrebbe conseguenze eccezionali per la nostra comprensione delle leggi generali della Fisica. I Telescopi Estremamente Grandi sono considerati in tutto il mondo una delle più alte priorità dell’Astronomia da terra: aumenteranno le conoscenze dell’Astrofisica, consentendo studi dettagliati non solo dei primi corpi celesti dell’Universo, dei quasar e dei buchi neri supermassicci, ma anche della natura e della distribuzione sia della materia oscura sia dell’energia oscura che dominano l’Universo (96 %, percento). Dal 2005 l’ESO ha coinvolto la propria comunità di astronomi ed astrofisici europei per definire le caratteristiche del nuovo telescopio gigante necessario entro la metà del prossimo decennio. Dal 2006 più di cento astronomi di tutti i Paesi europei hanno collaborato con gli uffici progettuali dell’ESO per creare un concetto nuovo di telescopio, nel quale vengono anche tenuti nella dovuta considerazione performance, costi, programmi e rischi.</p>
<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/ELT.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-32529" title="ELT" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/ELT-1024x576.jpg" alt="" width="650" height="auto" /></a></p>
<p>Il rivoluzionario progetto E-ELT affronterà i più grandi problemi scientifici del nostro tempo e mirerà alla conquista di un considerevole numero di primati, fra cui la scoperta di mondi del tutto simili alla nostra Terra nelle “zone abitabili” di altri sistemi stellari. Uno  dei “Sacri Graal” dell’astronomia osservativa moderna. E-ELT effettuerà studi di “archeologia stellare” nelle galassie vicine e darà contributi fondamentali alla cosmologia, misurando le proprietà delle prime stelle e galassie. E poiché le più grandi scoperte scientifiche e tecnologiche giungono dal totalmente inatteso, gli astronomi si stanno preparando anche a qualcosa di inaspettato. Nuovi e imprevedibili quesiti potrebbero sorgere dalla nuove osservazioni fatte con E-ELT. L’Astronomia già solo lo scorso decennio ha condotto a scoperte sbalorditive che hanno entusiasmato le persone: dai primi pianeti orbitanti intorno ad altre stelle, all’accelerazione dell’Universo premiata con il recente Nobel. L’Europa è in prima linea in tutte le aree dell’Astronomia contemporanea. Un telescopio come E-ELT potrebbe in futuro rivoluzionare la nostra percezione dell’Universo, come fece il telescopio di Galilei 400 anni fa. E-ELT è al momento in una fase di progettazione molto avanzata. L’approvazione definitiva per la costruzione è prevista per la metà del 2012. L’occhio primario del telescopio avrà un diametro pari alla metà di un campo da calcio e raccoglierà una quantità di luce considerevole. Il telescopio ha un design innovativo con cinque specchi, comprende un’ottica adattiva avanzata, per correggere i problemi dovuti alla turbolenza atmosferica. Fornirà immagini 15 volte più nitide di quelle dell’Hubble Space Telescope. E-ELT porterà l’Astronomia molto più in là di quanto si creda. Grazie a un telescopio della classe dei 40 metri che incorpora l’ottica adattiva, E-ELT ci condurrà a molte nuove scoperte rivoluzionarie. La ricerca degli esopianeti porterà non solo alla scoperta di mondi con masse simili a quelle della Terra, attraverso misure indirette dell’oscillazione delle stelle perturbate dai loro pianeti, ma anche all’osservazione diretta di mondi più grandi ed alla caratterizzazione delle loro atmosfere. I sensori di E-ELT consentiranno agli astronomi di esaminare le stelle vicine (come Alfa Centauri e Sirio) in gran dettaglio. Con l’esplorazione degli oggetti più distanti dell’Universo, E-ELT fornirà indizi per capire i grandi misteri dell’Universo. Non ultimo, in ordine d’importanza, quello relativo al futuro dei sistemi planetari simili al nostro. I pianeti giganti come Giove e Saturno precipiteranno sul Sole oppure quello che osserviamo sui “vicini” sistemi solari alieni è del tutto straordinario? Molti campi di ricerca trarranno beneficio dalla capacità di E-ELT di capire più profondamente l’evoluzione temporale dei fenomeni legati ai vari processi attivi intorno a oggetti compatti. E-ELT è progettato per fare studi dettagliati delle prime galassie e per seguire la loro evoluzione attraverso il tempo cosmico. Le osservazioni di queste prime galassie con E-ELT, forniranno degli elementi che aiuteranno a capire come questi oggetti si formano ed evolvono. E-ELT sarà uno strumento unico per fare un inventario dei cambiamenti nella quantità dei vari elementi dell’Universo nel corso del tempo e per capire la storia della formazione delle stelle nelle galassie. Gli scienziati non nascondono che uno degli obiettivi più entusiasmanti di E-ELT è la possibilità di misurare direttamente l’accelerazione dell’espansione dell’Universo. Questa misura avrebbe un grande impatto sulla nostra capacità di comprendere l’Universo. L’attuale progetto è quello di un telescopio con uno specchio di 39,3 metri di diametro, che abbia un campo visivo di circa un decimo della grandezza apparente della Luna. La progettazione ottica di per sé è rivoluzionaria perché è basata su un nuovo schema a cinque specchi in grado di acquisire immagini di qualità eccezionale. La progettazione ottica richiede la presenza di un immenso specchio secondario di 6 metri di diametro, largo quasi quanto gli specchi principali dei più grandi telescopi oggi in funzione. Degli specchi adattivi sono incorporati nell’ottica del telescopio per correggere la sfocatura delle immagini stellari introdotta dalla turbolenza atmosferica. Uno di questi specchi è sostenuto da più di seimila attuatori, in grado di deformarlo mille volte al secondo. Il telescopio avrà diversi strumenti scientifici. Sarà possibile passare da un sensore all’altro in pochi minuti. E-ELT e la sua cupola saranno anche in grado di cambiare la posizione di osservazione per inquadrare nel cielo un nuovo “target” in brevissimo tempo con puntamenti pressoché immediati. L’abilità di osservare su un ampio raggio di lunghezze d’onda, dall’ottico al medio-infrarosso, consentirà agli scienziati di sfruttare pienamente le potenzialità del telescopio. L’ESO ha acquisito una considerevole esperienza nella pianificazione, costruzione e gestione di grandi telescopi astronomici in siti remoti. Il Very Large Telescope è attualmente il telescopio ottico terrestre più avanzato al mondo e ha consentito molte scoperte scientifiche.</p>
<p>Questa esperienza dell’ESO è la spina dorsale degli sforzi per sviluppare un Extremely Large Telescope davvero competitivo. Il progetto-base di riferimento è stato completato. Il progetto finale, uno studio costato 57 milioni di euro, è ora in atto con l’obiettivo di avviare le operazioni dell’osservatorio E-ELT entro il 2023. Più di 30 istituti scientifici europei e industrie di alta tecnologia stanno studiando gli aspetti tecnologici di questi grandi telescopi. E-ELT è un progetto scientifico di alta tecnologia molto prestigioso che comprende molti sviluppi innovativi. In effetti offre numerose possibilità di applicazioni ingegneristiche e trasferimenti tecnologici, oltre che opportunità remunerative di accordi sulla tecnologia. In definitiva, E-ELT è una sensazionale vetrina per l’industria europea grazie alla straordinaria collaborazione scientifica offerta dall’ESO in questi 50 anni. E-ELT ha già ottenuto un grande consenso nella comunità scientifica europea. Questa iniziativa è l’unico progetto di ottica astronomica incluso nel piano d’azione del Foro per la Strategia Europea sulle Infrastrutture per la Ricerca. La leadership europea di questo grande progetto di prim’ordine migliorerà indiscutibilmente l’immagine della scienza, della tecnologia e dell’industria made in Europe. Un telescopio straordinario richiede un sito eccezionale. Assicurarsi che la futura dimora di E-ELT sarà la più adeguata possibile, significa garantire un sito elevato e secco, in cui le osservazioni siano il meno possibile ostacolate dai capricci dell’atmosfera. La commissione per la selezione del sito dell&#8217;E-ELT ha esaminato molto dettagliatamente diversi possibili installazioni, in Argentina, Cile, Marocco e Spagna. Simili sforzi sono stati intrapresi dalla Commissione per la selezione del sito del Thirty-Meter Telescope (TMT). Per maggiore efficienza, i siti pre-selezionati per il TMT (tutti nell’America del Nord o del Sud) non sono compresi nello studio dell&#8217;E-ELT, ma i dati sono condivisi. Il 2-3 di marzo del 2010 la Commissione per la selezione del sito dell’E-ELT ha presentato il rapporto finale al Consiglio dell’ESO, confermando che tutti i siti della short-list finale (Armazones, Ventarrones, Tolonchar e Vizcachas in Chile, La Palma in Spagna) dispongono di ottime condizioni per le osservazioni astronomiche, ciascuno con le proprie peculiarità e punti di forza. Secondo il rapporto tecnico definitivo, il Cerro Armazones, vicino al Cerro Paranal, è decisamente il sito migliore per E-ELT perché ha in media le migliori qualità del cielo sotto tutti i punti di vista e può essere gestito in modo combinato con l’Osservatorio ESO del Paranal già in funzione. Il Cerro Armazones, nella foto artistica del mese di aprile nel Calendario ESO 2012, con E-ELT pienamente operativo, è una montagna di 3060 metri, sita nella parte centrale del deserto di Atacama in Cile, circa 130 km a sud della città di Antofagasta ed a circa 20 km dal Cerro Paranal che ospita il Very Large Telescope dell’ESO. Il 26 aprile 2010 il Consiglio dell’ESO ha selezionato il Cerro Armazones come il sito prescelto per il Telescopio Europeo Estremamente Grande.</p>
<p>L’organo di governo dell’Osservatorio Europeo Australe, il Consiglio dell’ESO, durante il 124mo incontro al quartier generale il 7 e 8 dicembre 2011, ha approvato la previsione di bilancio dell’ESO per il 2012. Questo include lavori preparatori per la strada che conduce al sito di E-ELT sul Cerro Armazones e l’inizio dello sviluppo di alcune importanti componenti ottiche del telescopio, in particolare sull’impegnativo specchio ad ottica adattiva (M4, cioè il quarto dei cinque specchi del telescopio). I lavori inizieranno nei primi mesi del 2012. Poiché molti Stati membri dell’ESO hanno già impegnato formalmente la propria quota dei fondi addizionali richiesti, si attende per la metà del 2012 l’approvazione finale dell’intero progetto E-ELT. Negli ultimi mesi il progetto E-ELT ha fatto grandi passi avanti. Un accordo tra l’ESO e il governo cileno, firmato nell’ottobre 2011, include la donazione di terreno per il telescopio e il supporto al progetto E-ELT da parte del governo cileno. Sempre nel mese di ottobre 2011, uno studio indipendente ha confermato che E-ELT può essere costruito senza sforare il budget proposto di 1082 milioni di euro del 2012. Dettagliate verifiche precedenti avevano già confermato che il progetto è tecnicamente affidabile. L’incontro di settembre 2011 del STC (Scientific Technical Committee, il Comitato Scientifico e Tecnico) dell’ESO ha appoggiato il piano che definisce i primi strumenti da collegare all’E-ELT e il calendario per il loro sviluppo.</p>
<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/Christmas_Comet_Lovejoy_Captured_at_Paranal2.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-32530" title="Christmas_Comet_Lovejoy_Captured_at_Paranal2" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/01/Christmas_Comet_Lovejoy_Captured_at_Paranal2-1024x576.jpg" alt="" width="650" height="auto" /></a></p>
<p>La proposta dettagliata di costruzione di E-ELT, un libro di 264 pagine che riporta in dettaglio tutti gli aspetti del progetto, è stata resa pubblica insieme ad una sintesi operativa. Tutti gli Stati membri dell’ESO desiderano far progredire E-ELT ed hanno concordato all’unanimità il modo per distribuire i costi aggiuntivi causati da questo enorme progetto. Tre Stati membri, la Repubblica Ceca, la Svezia e la Finlandia, hanno già impegnato i fondi aggiuntivi. Molti altri Stati membri, tra cui il più grande, la Germania, hanno confermato di poter sostenere finanziariamente il progetto. Si prevede che finanziamenti sufficienti siano impegnati dagli Stati membri per la metà del 2012, consentendo così la piena approvazione del progetto E-ELT da parte del Consiglio. Questa cadenza temporale presuppone che il Brasile abbia per l’epoca completato la ratifica della propria adesione all’ESO. “E-ELT sta per diventare realtà. Un progetto di tale dimensione, comunque, fa sì che l’approvazione della spesa aggiuntiva possa richiedere del tempo. Il Consiglio riconosce in ogni caso che il lavoro preparatorio deve iniziare ora perché il progetto sia pronto per l’inizio della costruzione nel 2012” – conferma Tim de Zeeuw, il Direttore Generale dell’ESO. Recentemente sono stati impegnate grosse somme di fondi nazionali per il telescopio e i suoi strumenti. L’ingresso di nuovi Stati membri nell’ESO, certamente, oltre a contribuire al potenziamento dell’iniziativa scientifica e tecnologica di E-ELT, consentirebbe di raggiungere, compatibilmente con gli impegni già assunti e prefissati, questi ed altri più ambiziosi obiettivi. Attualmente l’ESO con i suoi impianti scientifici in Cile consolida la sua leadership mondiale nell’Astronomia e nell’Astrofisica in virtù delle sue collaborazioni internazionali.</p>
<p>Che vedono l’ESO in prima fila anche per le attività del futuro Telescopio Spaziale James Webb della Nasa, l’erede dell’Hubble Space Telescope. E-ELT certamente nasce sotto due buone stelle, nonostante la grave crisi finanziaria mondiale: grazie al supporto della comunità scientifica europea che ha realizzato un’unità “d’amore e d’intenti” del tutto sconosciuta, ad esempio, sul piano squisitamente politico-istituzionale tra i Paesi dell’Unione monetaria. Se i politici europei si fossero lasciati ispirare dai loro scienziati, oggi gli Stati Uniti d’Europa non sarebbero certo fantapolitica istituzionale! L’integrazione scientifica europea è la prova che possiamo farcela in tutti i campi. L’osservatorio E-ELT ce lo dimostra nell’ambito del European Strategy Forum on Research Infrastructures (ESFRI), sotto la buona stella della European Infrastructures Roadmap for Astronomy (ASTRONET). L’esperienza acquisita e consolidata con il VLT, permetterà all’ESO di coronare con successo anche il progetto E-ELT. Le cui inferenze tecnologiche sono giudicate incalcolabili. Più di 30 istituti scientifici europei sono interessati e coinvolti, senza contare le imprese Hi-tech direttamente impegnate nella realizzazione del supertelescopio E-ELT più grande del mondo. La più complessa e prestigiosa “finestra” aperta nell’America del Sud dall’Europa sull’Universo.</p>
<p style="text-align: right;">Nicola Facciolini</p>
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		<title>Al via il censimento delle protesi Pip</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 11:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; stata pubblicata in Gazzetta ufficiale l&#8217;ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Renato Balduzzi, al fine di individuare le portatrici delle protesi mammarie denominate Pip impiantate nel nostro Paese. L&#8217;ordinanza, spiega una nota, impone a tutte le strutture ospedaliere e ambulatoriali pubbliche e private, accreditate o autorizzate, di redigere entro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; stata pubblicata in Gazzetta ufficiale l&#8217;ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Renato Balduzzi, al fine di individuare le portatrici delle protesi mammarie denominate Pip impiantate nel nostro Paese.<br />
L&#8217;ordinanza, spiega una nota, impone a tutte le strutture ospedaliere e ambulatoriali pubbliche e private, accreditate o autorizzate, di redigere entro 15 giorni un elenco nominativo di tutti i casi riguardanti l&#8217;impianto di Pip a partire dall&#8217;1 gennaio 2001: la lista resterà, a garanzia della privacy dei pazienti, nella esclusiva disponibilita&#8217; delle strutture, le quali pero&#8217; dovranno notificare alle Asl di riferimento (e queste alle competenti autorita&#8217; regionali) la data di ciascun intervento d&#8217;impianto.<br />
Le Regioni avranno poi altri dieci giorni di tempo per inviare tutti i dati al ministero. L&#8217;ordinanza impone che anche le strutture che non hanno effettuato impianti attestino una dichiarazione di mancata effettuazione di tali trattamenti. Le Regioni dovranno inoltre verificare l&#8217;applicazione delle raccomandazioni in materia disposte dal Consiglio superiore di sanita&#8217; nel parere espresso il 22 dicembre scorso.<br />
Al Comando Carabinieri per la tutela della salute il ministro ha affidato il compito di effettuare indagini e controlli al fine di ricostruire i passaggi amministrativi per l&#8217;acquisizione delle protesi Pip, nonche&#8217; i percorsi sanitari che hanno preceduto l&#8217;impianto delle stesse, operando su tutto il territorio nazionale.</p>
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		<title>Sindrome di Kabuki, scoperto nuovo gene</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 11:02:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prende il nome da un particolare della palpebra inferiore che conferisce agli occhi di chi ne è affetto un aspetto che ricorda la maschera degli attori del teatro giapponese Kabuki. La sindrome di Kabuki è una malattia rara identificata per la prima volta 30 fa: è una delle più particolari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prende il nome da un particolare della palpebra inferiore che conferisce agli occhi di chi ne è affetto un aspetto che ricorda la maschera degli attori del teatro giapponese Kabuki. La sindrome di Kabuki è una malattia rara identificata per la prima volta 30 fa: è una delle più particolari sindromi “dismorfiche”, caratterizzata da alterazioni del viso, ritardo psicomotorio medio-moderato, alterazioni scheletriche e, come dimostrato dieci anni fa da una ricerca svolta al Bambino Gesù, anche da cardiopatie congenite come, in un terzo dei casi, la coartazione dell’aorta.<br />
Oggi, uno studio ha permesso di identificare un nuovo meccanismo responsabile della sindrome di Kabuki, rendendo disponibile un nuovo test per la diagnosi dei pazienti. Gli esiti dello studio sono pubblicati sul numero di gennaio 2012 della rivista American Journal of Medical Genetics. Lo studio ha coinvolto Maria Cristina Digilio, responsabile di Genetica medica e Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, il centro di Genetica umana di Charleroi (Belgio) e dell’università cattolica di Lovanio (Belgio).</p>
<p>Si tratta, in sintesi estrema, dell’identificazione di un nuovo gene responsabile della sindrome di Kabuki (il gene KDM6A), dopo che un primo gene-malattia, il MLL2, era stato identificato nel 2010 (ma le sue mutazioni spiegano solo il 50-75% dei casi). La tecnica utilizzata è basata sulle conoscenze derivate dalla recente decifrazione dell’intero genoma umano e permette l’analisi dell’esoma di un individuo, cioè di tutta la porzione del Dna che contiene le istruzioni per sintetizzare le proteine dell’organismo umano. Lo studio è stato condotto su 30 pazienti risultati negativi per le mutazioni del MLL2: tre bambini hanno fatto registrare risultati degni di nota.<br />
Tuttavia, tiene a precisare l’ospedale Bambino Gesù che rilancia la notizia, “l’eterogeneità genetica della malattia va oltre quella associata a questi due geni”. Saranno necessari altri studi per saperne di più su questa rara sindrome.</p>
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