Alla ricerca di Babbo Natale. Ecco la vera storia di Santa Claus alias San Nicola Vescovo

Felice strenna di Natale A.D. 2013 insieme ai più poveri dei poveri, compresi i 600 milioni di bambini orfani che nel mondo senza il nostro aiuto hanno poco da festeggiare. Buon Natale! Vi siete mai chiesti come faccia Babbo Natale a consegnare due miliardi di regali in una sola notte? Grazie alle leggi della gravità […]

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail this to someone

babbo_natale[1]Felice strenna di Natale A.D. 2013 insieme ai più poveri dei poveri, compresi i 600 milioni di bambini orfani che nel mondo senza il nostro aiuto hanno poco da festeggiare. Buon Natale! Vi siete mai chiesti come faccia Babbo Natale a consegnare due miliardi di regali in una sola notte? Grazie alle leggi della gravità quantistica. Per questo motivo oggi in molti, soprattutto scienziati e militari, cercano di capire chi è veramente Babbo Natale. Poiché amiamo la Pace vera che solo Dio può donare all’umanità, augurando a tutti meravigliose festività natalizie, lunga vita e prosperità, abbiamo deciso di svelare il regalo speciale confezionato dagli piccoli aiutanti di Babbo Natale, gli Elfi di verde vestiti che, oltre a monitorare lo spazio orbitale terrestre, sorvegliando i satelliti artificiali e le stazioni sperimentali, proteggono la Terra da ogni minaccia cosmica! Elfi che con i loro colori sembrano voler rendere omaggio anche alla nostra bandiera nazionale italiana durante le peggiore crisi economica e politica del Belpaese in tempo di pace. Perché è giusto capire la verità anche su questo candido personaggio, Babbo Natale, amico puro dei bambini, in un tempo santo come il Natale del Signore, capace di scacciare via ogni male da questo nostro povero mondo in crisi, assetato di libertà, speranza, amore e giustizia, colmo di incredibili contraddizioni e di spettacolari propositi positivi di sviluppo e grandezza: imprese spaziali pubbliche e private, medicina rigenerativa, tranquille vacanze in Israele e Palestina, moratoria mondiale della pena di morte e dell’aborto, difesa della Famiglia naturale, del Lavoro e del Matrimonio tra uomo e donna. Ma, allora, esiste veramente Babbo Natale? Chi è? Quanti anni ha? Perché le sue vesti sono rosse e la barba così candida? Come fa a distribuire i doni a centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo nella stessa magica notte della Vigilia di Natale? Il cinema finora ha visto giusto? Non è uno scherzo, ma sono domande talmente serie da mobilitare ogni anno persino risorse e forze spaziali, satelliti spia nucleari in orbita, del Comando Strategico statunitense e canadese, il Norad (www.noradsanta.org/) reso celebre dalla pellicola War Games. Un esperimento internazionale assolutamente da seguire perché il conto alla rovescia continua. Tutti i preparativi per il Lancio di Santa Claus dal Polo Nord sono in corso, mentre auguriamo Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti gli Astronauti in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale, a 400 chilometri di quota, sopra le nostre teste, su quella stella artificiale arancione che sfreccia lassù nei cieli in compagnia della base cinese Tiangon-1, ottime compagne celesti dei nostri amati Santi Presepi! D’altra parte non si può visitare Rovaniemi in Finlandia, la Casa di Babbo Natale, senza concedersi un safari in motoslitta o guidare una slitta trainata dalle renne. “Quest’anno gli Elfi di Babbo Natale sono più impegnati del solito per i preparativi” – fanno sapere dal Norad. Prendiamo spunto dalla suggestiva iniziativa americana, per proporre ai nostri quattro Lettori, in attesa della loro Strenna di Natale più ambita, un esperimento mentale galileiano atto a dimostrare come miti e leggende, metropolitane e non (tra un congresso mondiale ambientalista e l’altro: chi e che cosa ci salveranno dall’aumento della temperatura media sulla Terra di almeno sei gradi Celsius nel XXI Secolo?) elaborate nel corso dei secoli dal tessuto sociale e culturale di un popolo, a 400 anni dalla scoperta del metodo scientifico ad opera di Galileo Galilei, siano ancora lunghi dall’essere ben compresi. Non per la loro complessità, bensì per la loro semplicità estrema. Miti e leggende, finti Ufo, oroscopi di Capodanno per ogni giorno dell’anno, cartomanzia, energie magnetiche, “guarigioni” miracolose e la Befana con la scopa, hanno molto in comune tra loro e continuano ad essere elaborati, modificati ed trasmessi ovunque sulla Terra, con ogni mezzo possibile e immaginabile. Fino a diventare magicamente, nelle nostre camere di commercio, delle vere e proprie partite Iva! Vi siete mai chiesti perché vanno per la maggiore sui principali network televisivi e su Internet? Perché non si esce di casa, la mattina, per andare al lavoro, senza dare un’occhiata a quel che combinano le “stelle” dei sedicenti astrologi e maghi imbonitori televisivi? Salvo poi capire che di bufale si tratta. Ma è stato provato scientificamente che semplicemente non esistono? Già, non esistono! Ma che significa “non esistono” nella nostra Realtà? Qual è la realtà dove esistono? Supponiamo che uno studioso di fenomeni strani (se fossero veri, violerebbero chiaramente tutte le leggi oggi conosciute della Natura, almeno nel nostro Universo, uno dei 10 alla 500ma potenza di possibili mondi, forse sovrapposti, secondo il fisico Stephen Hawking!) invece di dedicarsi allo studio dello spiritismo o del paranormale, decida di dimostrare scientificamente la reale esistenza di Babbo Natale. Come potrebbe fare? Egli citerebbe il fatto che milioni di persone, di solito molto giovani, credono nella sua esistenza e che la notte tra il 24 e il 25 Dicembre di ogni anno, in milioni di case chiuse a chiave compaiono effettivamente dal nulla doni e regali. Un bambino, in una nota pubblicità televisiva, ogni anno invita espressamente Babbo Natale a buttarsi dal tetto nel camino di casa, perché protetto da un soffice panettone! Ovviamente, il ricercatore in questione presenterebbe foto e prove materiali dell’evento, sostenendo che talvolta Babbo Natale è stato visto e fotografato. Famoso è il caso del doppio incidente di Roswell in New Messico (Usa) del Luglio 1947 quando il fenomeno Ufo, nato in Italia negli Anni Trenta ma vivo e vegeto in America già nel XIX Secolo, balzò all’onore delle cronache di tutto il mondo grazie all’interpretazione giornalistica in inglese dei “piatti volanti” non identificati! Ma non è il solo. Accadde anche a Colle Val d’Elsa e Giulianova (in Abruzzo, Italia) nel 1958, con ben altre fortune. Infine il nostro esperto sfiderebbe gli scienziati scettici a dimostrare che lui si sbaglia e che queste testimonianze non sono valide. Se non si può provare che egli ha torto, direbbe, ciò significa automaticamente che ha ragione. Davvero? Come si potrebbe rispondere a questa sfida? Intanto si potrebbero usare pacificamente come cavie degli animali. Poiché Babbo Natale – si afferma – viaggia nel cielo su una slitta trainata da renne volanti, ciascuna con il proprio nome d’ordinanza, si potrebbe verificare se esistono renne che volano. Si pensa che tali animali oggi non esistano, ma uno scienziato pignolo potrebbe prendere diecimila renne e provare a spingerle una ad una giù da un precipizio per vedere se effettivamente volano. Naturalmente le associazioni animaliste e il tg satirico Striscia La Notizia, in forza delle nostre leggi in difesa degli animali, interverrebbero subito. Ma se anche non lo facessero, lo scienziato, in via di verifiche, si troverebbe con tutti gli animali molto malconci, per non parlare della sua reputazione. Bene, avrebbe provato qualcosa? Potrebbe egli sostenere in modo inconfutabile che nessuna renna vola solo perché le sue non hanno volato? I sostenitori di Babbo Natale direbbero che forse esistono altre renne che invece sanno volare oppure che quelle esaminate non potevano farlo in quel momento, ovvero non volevano! Le persone che vogliono verificare l’affermazione che “Babbo Natale esiste veramente”, potrebbero mettere due milioni di osservatori neutrali in due milioni di case, scelte in base a rigorosi criteri statistici, ed aspettare la notte tra il 24 e il 25 Dicembre. In tutti i due milioni di casi si proverebbe che il fenomeno Babbo Natale (meglio noto come Entità B.N., per non parlare sempre di alieni e Ufo) non si è mostrato o che, se sono apparsi dei doni, sono da attribuire ad altre cause naturali. Questo varrebbe come prova della non-esistenza dell’Entità Babbo Natale? Certo che no. Ed allora nella duemilionesima e una casa non sorvegliata, l’Entità B.N. potrebbe manifestarsi davvero e con testimonianze firmate da persone insospettabili, anche se molto giovani, la prova spunterebbe fuori magari immortalata da un telefonino o da una videocamera “full hd”. Ed allora come si risolve il problema? Il fatto è che è molto difficile dimostrare la non-esistenza di un fenomeno per definizione “eccezionale”. Come il funzionamento delle pale eoliche e degli attuali tetti fotovoltaici che dovrebbero appagare il nostro famelico appetito di energia planetaria, azzerando le emissioni di gas serra, rinunciando però all’energia termonucleare di pace! E, invece, spetta a chi ne sostiene l’esistenza, ossia la validità, fornirne delle prove convincenti. Insomma bisogna che si forniscano le caratteristiche e generalità di un signore vestito di rosso con la barba bianca, capace di volare su una slitta trainata da renne fatate e di introdursi in una sola notte in decine di milioni di case per consegnare due miliardi di regali confezionati dagli Elfi verdi, e che si provi la sua effettiva esistenza nel nostro mondo. Al cinema funziona! Perché affermazioni straordinarie richiedono prove altrettanto straordinarie, insegna Carl Sagan. Una tipica prova convincente è quella che conduce chiunque, anche scettico, a verificare e riprodurre il fenomeno fisico. Se ci si dice che le mele ed altri oggetti sulla Terra cadono sempre verso il basso, chiunque lo può verificare ogni volta che vuole, e la fisica è autorizzata a considerare questo fenomeno come conseguenza di una legge fondamentale della Natura, almeno nel nostro Universo, grazie alla Gravità. Ma se ci si dice che un famoso medium, in una notte senza luna del 1868, volò nell’aria per un metro fuori dalla finestra di un secondo piano e poi rientrò, ci aspettiamo come prova qualcosa di più del diario dei suoi amici buontemponi. La fantasia, tuttavia, va stimolata fin da piccoli per produrre da grandi strenne altrettanto interessanti, graziando i bambini dalle brutture del nostro mondo. Ne era ben cosciente il professor J.R.R. Tolkien, autore di memorabili capolavori come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, di cui ricordiamo “Le lettere di Babbo Natale” (Bompiani) a cura della Società Tolkienana Italiana. Un’opera che non dovrebbe mancare nelle biblioteche domestiche. La pia leggenda narra che attorno all’Anno del Signore 280 a Patara, nei pressi di Myra, nell’attuale Turchia, nacque un bimbo a cui fu messo nome Nicola. San Nicola è uno dei santi più popolari del Cristianesimo. Protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati. Divenuto uomo pietoso e gentile di animo, si dice abbia un dì distribuito ai poveri ed agli indigenti tutte le abbondanti ricchezze del patrimonio di famiglia, per poi errare nelle campagne ad assistere bisognosi ed ammalati. Secondo la tradizione, Nicola aiutò tre ragazze che non potevano sposarsi per mancanza di dote, gettando sacchetti di denaro dalla finestra nella loro stanza, per tre notti. Per questo è venerato dalle ragazze e dalle donne nubili. Nicola consacrò la propria esistenza al servizio di Dio e, giovanissimo, divenne vescovo di Myra. Durante le persecuzioni scatenate dall’imperatore Diocleziano, fu esiliato e conobbe persino il carcere, ma nel 325 non mancò all’importantissimo Concilio di Nicea. Quando Nicola morì, nel 343, si diffuse immediatamente un culto popolare che lo vuole patrono dei bambini, “immagine” di Dio sulla Terra come tutti i Suoi santi. La storia di Nicola (“Santa” negli Usa) s’intreccia con quella dei cavalieri Templari, delle città di Bari e di L’Aquila. Sulla figura di questo Uomo del Natale si concentra anche una lunga serie di simbologie precristiane. Il 25 Dicembre come nascita di Gesù Cristo è una pura convenzione che la Chiesa Cattolica ha scelto appositamente per inserirsi in un tempo forte già presente nel calendario di numerosi popoli sia mediterranei sia nordeuropei. Nell’emisfero Nord della Terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 Dicembre, il Sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore. In termini astronomici, in questo periodo il Sole “inverte” il proprio moto nel senso della “declinazione”, cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima (nell’emisfero Sud accade l’esatto contrario). Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna pian piano ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in Giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il Sole nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre. E proprio il 25 Dicembre il Sole sembra rinascere, ha cioè un nuovo Natale. Questa interpretazione astronomica da sola non può spiegare perché il 25 Dicembre sia una data celebrativa presente in culture e Paesi così distanti tra loro e per così lungo tempo. La festa del Dies Natalis Solis Invicti (Giorno della Nascita del Sole Invincibile) è stata resa immortale dal Cristianesimo, l’unica religione autentica sulla Terra. In J.R.R. Tolkien, professore cattolico di letteratura inglese, poi, l’intersezione fra la rinascita precristiana del Sole e l’avvento cristiano del Figlio di Dio, Gesù di Nazareth, è ripresa nella parentela fra Babbo Natale (il figlio) e Nonno Yule (il padre), il secondo che origina il primo e il primo che dà senso pieno al secondo. E il Babbo Natale del professor Tolkien testimonia nel proprio nome scritto per intero, come Santa Claus possa sussistere soltanto alla luce del Natale cristiano. Giacché Nicola fu santo di Colui (Gesù di Nazareth) che si festeggia la notte di quel Natale che in inglese, del tutto esplicitamente, si chiama Christmas. Molto più di una Festa della Vita per tutti. Da (far) amare sinceramente e da insegnare a tutti i bambini, al di là degli addobbi, delle luminarie, degli alberi veri o presunti, delle sfavillanti palline colorate, delle strenne e degli aumenti di tasse e bollette, ad uso e consumo di una classe politica e dirigente parassitaria che in Italia sta facendo fallire e suicidare tantissime persone, lavoratori e imprenditori martiri del lavoro che non c’è! Molto più di una Tradizione, il Natale, che mai nessuno ci potrà togliere, è la Festa della Luce Divina. Assolutamente da difendere. Secondo l’Istat il 33 percento degli Italiani è fortemente esposto alla povertà assoluta. Ma nel 2013 i regali hi-tech sono i più desiderati: il 97 percento degli Italiani vorrebbe un computer di ultima generazione, anche se il 40 percento è stressato nella scelta d’acquisto. Il 31 percento degli utenti del Belpaese ammette di non saper distinguere tra le opzioni e i dispositivi disponibili. La Microsoft Corporation, la principale multinazionale informatica di Redmond nell’Oregon (Usa), ha intervistato oltre 7.500 persone in tutta Europa per indagare le loro preferenze per i regali di Natale e il loro approccio verso la scelta del gadget hi-tech ideale per i propri cari. Con il Natale la “corsa” ai regali è al culmine, con milioni di persone in tutto il mondo alla ricerca del dono ideale! Quest’anno più che mai i “device” di ultima generazione sono in cima ai desideri dei cittadini di tutta Europa (78 percento) e soprattutto degli Italiani, sebbene siano considerati allo stesso tempo i più stressanti da cercare ed acquistare. È questo quello che emerge da una ricerca condotta da Microsoft in 17 Paesi europei, tra cui Italia, Austria, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Spagna e Ucraina. La ricerca e l’acquisto dei regali di Natale, rappresentano da sempre un momento critico, capace di dare vita a momenti di puro stress. In particolare, la classifica degli acquisti più complicati per i consumatori europei vede primeggiare i “device” tecnologici (39 percento) seguiti da abbigliamento (26 percento), gioielli ed orologi (11 percento), accessori per la casa (9 percento) e profumi (8 percento). Gli Italiani sembrano confermare questa tendenza, indicando nel 40 percento dei casi la tecnologia come fonte di difficoltà nella scelta, ma, a differenza dei cittadini degli altri Paesi, sono molto più tranquilli di fronte all’acquisto di vestiti (17 percento) forti di una tradizione di stile legata all’Alta Moda su misura, sartoriale e industriale, del Made in Italy. Dall’indagine di Microsoft, principale concorrente della Apple Inc. nella Guerra dei Pad, emergono alcune delle principali motivazioni che gli utenti associano alla difficoltà di acquistare di un dispositivo tecnologico: quasi la metà degli intervistati (49 percento in Europa versus 43 percento degli Italiani) trova l’acquisto di tecnologia il più dispendioso in termini di tempo rispetto a tutte le altre categorie merceologiche. Circa un quarto delle persone (27 percento vs. 31 percento) ammette di non saper distinguere tra le diverse opzioni e dispositivi disponibili, mentre un altro quarto (26 percento vs. 23 percento) crede che perderà troppo tempo tra la ricerca e l’acquisto. Fortunatamente i cittadini possono contare su diverse tipologie di aiuto. Se quasi metà degli Europei (44 percento) farà affidamento sulle recensioni “online”, gli Italiani rappresentano un’eccezione, ricorrendo alle opinioni degli altri utenti “esperti” solo nel 28 percento dei casi. I cittadini del Belpaese, invece, preferiscono di gran lunga recarsi direttamente nei negozi di tecnologia (36 percento) delle principali catene commerciali e chiedere agli amici più esperti (30 percento) potendo così contare sulle garanzie d’acquisto assicurate dalla legge italiana. Ma i regali tecnologici sembrano diventare così a Natale un punto di incontro nella battaglia tra i sessi. Solitamente uomini e donne sembrano naturalmente quanto di più diverso possa esistere anche in termini di gusti, decisioni ed abitudini. Secondo la ricerca Microsoft, però, a Natale la scelta di un regalo tecnologico di ultima generazione sembra unire entrambi i due mondi. Nella lista dei desideri per Babbo Natale la tecnologia occupa un ruolo di primo piano, scelta dal 54 percento degli uomini (51 percento degli Italiani) e da oltre un terzo delle donne (38 percento vs. 34 percento). Quando si tratta però di chiedere un aiuto nella scelta del dispositivo ideale, gli uomini esibiscono tutto il proprio orgoglio e piuttosto che chiedere un consiglio, oltre la metà (52 percento) si affida alle recensioni sul Web! Le donne, invece, preferiscono il contatto diretto (40 percento) e chiedono aiuto allo staff in negozio per scegliere il proprio dono giusto. Le differenze sono più marcate tra gli Europei. Dalla ricerca della Corporation di Redmond emergono alcune curiose differenze nell’approccio dei consumatori verso gli acquisti natalizi e la tecnologia. Se gli uomini Italiani trovano più stressante delle donne acquistare gadget tecnologici, i Bosniaci, invece, sono gli utenti che si sentono più tranquilli nell’acquisto di un regalo hi-tech (61 percento), seguiti dai Croati (57 percento) e dai Bulgari (56 percento). All’esatto estremo troviamo i Russi, sicuri solo nel 18 percento dei casi, nel regalare la tecnologia. Diversamente dalla media europea, il 28 percento dei cittadini croati trova più stressante acquistare vestiti rispetto ai “device” (21 percento). Sì, ma chi era San Nicola? “San Nicola nacque intorno al 260 d.C. a Patara, importante città della Licia, la penisola dell’Asia Minore (attuale Turchia) quasi dirimpetto all’isola di Rodi. Oggi tutta la regione rientra nella vasta provincia di Antalya, la quale comprende, oltre la Licia, anche l’antica Pisidia e Panfilia. Nell’antichità – scrive il domenicano Padre Gerardo Cioffari O.P. – i due porti principali erano proprio quelli delle città di San Nicola: Patara, dove nacque, e Myra, di cui fu vescovo. Prima dell’VIII Secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d.C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida. Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità. Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo il monaco greco Michele Archimandrita il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive che Nicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa. Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i Russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro (“S. Nicola nero”). In realtà, Nicola nacque a Patara. Nel porto di questa città aveva fatto scalo anche S. Paolo in uno dei suoi viaggi. Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato “greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa “popolo vittorioso” e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita. Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna) ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo “secondo” Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara). Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata. Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle”. Carità e castità sono le due virtù che fanno da sfondo ad uno egli episodi più celebri della sua vita. “Anzi, a questo episodio si sono ispirati gli artisti, specialmente occidentali, per individuare il simbolo che caratterizza il nostro Santo. Quando si vede, infatti, una statua o un quadro raffigurante un santo vescovo dell’antichità è facile sbagliare sul chi sia quel santo (Biagio, Basilio, Gregorio, Ambrogio, Agostino, e così via). Ed effettivamente anche in libri di alta qualità artistica si riscontrano spesso di questi errori. Il devoto di S. Nicola ha però un segno infallibile per capire se si tratta di S. Nicola o di uno fra questi altri santi. Un vescovo che ha in mano o ai suoi piedi tre palle d’oro è sicuramente S. Nicola, e non può essere in alcun modo un altro Santo. Le tre palle d’oro sono infatti una deformazione artistica dei sacchetti pieni di monete d’oro, che sono al centro di questa storia. L’episodio si svolge a Mira, città marittima ad un centinaio di chilometri da Patara, ove probabilmente Nicola con i suoi genitori si era trasferito. Secondo alcune versioni i suoi genitori erano morti ed egli era divenuto un giovane pieno di speranze e di mezzi. Secondo altre, i genitori erano ancora vivi e vegeti e Nicola dipendeva ancora da loro. Quale che sia la verità, alle sue orecchie giunse voce che una famiglia stava attraversando un brutto momento. Un signore, caduto in grave miseria, disperando di poter offrire alle figlie un decoroso Matrimonio, aveva loro insinuato l’idea di prostituirsi allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente al Matrimonio”. Alla notizia di un tale proposito, Nicola decise di intervenire, e di farlo secondo il consiglio evangelico: ‘non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra’. “In altre parole, voleva fare un’opera di carità, senza che la gente lo notasse e lo ammirasse. La sua virtù doveva essere nota solo a Dio, e non agli uomini, in quanto se fosse emersa e avesse avuto gli onori degli uomini, avrebbe perduto il merito della sua azione. Decise perciò di agire di notte. Avvolte delle monete d’oro in un panno, uscì di casa e raggiunse la dimora delle infelici fanciulle. Avvicinatosi alla finestra, passò la mano attraverso l’inferriata e lasciò cadere il sacchetto all’interno. Il rumore prese di sorpresa il padre delle fanciulle, che raccolse il denaro e con esso organizzò il Matrimonio della figlia maggiore. Vedendo che il padre aveva utilizzato bene il denaro da lui elargito, Nicola volle ripetere il gesto”. Si può ben immaginare la gioia che riempì il cuore del padre delle fanciulle. “Preso dalla curiosità aveva cercato invano, uscendo dalla casa, di individuare il benefattore. Con le monete d’oro, trovate nel sacchetto che Nicola aveva gettato attraverso la finestra, poté fare realizzare il sogno della seconda figlia di contrarre un felice Matrimonio”. Istituto e sacramento di Diritto divino oggi tremendamente offeso da certa politica politicante pagana in Europa! “Intuendo la possibilità di un terzo gesto di carità, nei giorni successivi il padre cercò di dormire con un occhio solo. Non volle che colui che aveva salvato il suo onore restasse per lui un perfetto sconosciuto. Una notte, mentre ancora si sforzava di rimanere sveglio, ecco il rumore del terzo sacchetto che, cadendo a terra, fece il classico rumore tintinnante delle monete. Nonostante che il giovane si allontanasse rapidamente, il padre si precipitò fuori riuscendo ad individuarne la sagoma. Avendolo rincorso, lo raggiunse e lo riconobbe come uno dei suoi vicini”. Nicola però gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessuno. “Il padre promise, ma a giudicare dagli avvenimenti successivi, con ogni probabilità non mantenne la promessa. E la fama di Nicola come uomo di grande carità si diffuse ancor più nella città di Mira. Intorno all’anno 300 dopo Cristo, anche se il cristianesimo non era stato legalizzato nell’Impero e non esistevano templi cristiani, le comunità che si richiamavano all’insegnamento evangelico erano già notevolmente organizzate. I cristiani si riunivano nelle case di aristocratici che avevano abbracciato la nuova fede, e quelle case venivano chiamate ‘domus ecclesiae’, casa della comunità. Per chiesa infatti si intendeva la comunità cristiana. E questa comunità partecipava attivamente all’elezione dei vescovi, cioè di quegli anziani addetti alla cura e all’incremento della comunità nella fede e nelle opere. Questi divenivano capi della comunità e la rappresentavano nei concili, cioè in quelle assemblee che avevano il compito di analizzare e risolvere i problemi, e quindi di varare norme che riuscissero utili ai cristiani di una o più province.
Solitamente erano eletti dei presbiteri (sacerdoti), laici che abbandonavano lo stato laicale per consacrarsi al bene della comunità. L’imposizione delle mani da parte dei vescovi dava loro la facoltà di celebrare l’eucarestia, e questo li distingueva dai laici. Non mancano però casi, e Nicola è uno di questi, in cui l’eletto non è un presbitero, ma un laico. Il che non significa che passava direttamente al grado episcopale, ma che in pochi giorni gli venivano conferiti i vari ordini sacri, fino al presbiterato che apriva appunto la via all’episcopato”. In questo contesto ebbe luogo l’elezione di Nicola, che lo scrittore sacro descrive in una cornice che ha del miracoloso. “Essendo morto il vescovo di Mira, i vescovi dei dintorni si erano riuniti in una domus ecclesiae per individuare il nuovo vescovo da dare alla città. Quella stessa notte uno di loro ebbe in sogno una rivelazione: avrebbero dovuto eleggere un giovane che per primo all’alba sarebbe entrato in chiesa. Il suo nome era Nicola. Ascoltando questa visione i vescovi compresero che l’eletto era destinato a grandi cose e, durante la notte, continuarono a pregare. All’alba la porta si aprì ed entrò Nicola. Il vescovo che aveva avuto la visione gli si avvicinò e chiestogli come si chiamasse, lo spinse al centro dell’assemblea e lo presentò agli astanti. Tutti furono concordi nell’eleggerlo e nel consacrarlo seduta stante vescovo di Mira. L’episodio forse avvenne diversamente, anche perché, come si è detto, all’elezione dei vescovi partecipava sempre il popolo”. Ma l’agiografo, vissuto in un’epoca in cui i vescovi avevano un potere più autonomo rispetto al laicato, narrando così l’episodio intendeva esprimere due concetti: Nicola fu fatto vescovo da laico e la sua elezione era il risultato non di accordi umani, ma soltanto della  volontà di Dio. “Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano mise fine alla sua politica di tolleranza verso i cristiani e scatenò una violenta persecuzione. Questa durò un decennio, anche se i momenti di crudeltà si alternarono con momenti di pausa. Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio a Milano si accordarono sulle sfere di competenza, prendendosi il primo l’Occidente, il secondo l’Oriente”. Essi emanarono anche il famoso Editto che dava libertà di culto ai cristiani. “Sei anni dopo (319) in contrasto con la politica costantiniana filocristiana, Licinio riaprì la persecuzione contro i cristiani. Nelle fonti nicolaiane antiche (anteriori al IX Secolo) non si trova alcun riferimento alla persecuzione. Considerando però che il vescovo di Patara, Metodio, affrontò coraggiosamente la morte, sembra probabile che anche il nostro Santo abbia dovuto patire il carcere ed altre sofferenze, non ultima quella di vedere il suo gregge subire tanti patimenti. Alcuni scrittori, come il Metafraste verso il 980 d.C., specificarono che Nicola aveva sofferto la persecuzione di Diocleziano, finendo in carcere. Qui, invece di abbattersi, il santo vescovo avrebbe sostenuto ed incoraggiato i fedeli a resistere nella fede ed a non incensare gli dèi. Il che avrebbe spinto il preside della provincia a mandarlo in esilio. Autori successivi hanno voluto posticipare la persecuzione patita da Nicola, individuandola in quella di Licinio, piuttosto che in quella di Diocleziano. Ciò per ovviare al fatto che durante la persecuzione Nicola era già vescovo e, secondo loro, sarebbe stato consacrato vescovo fra il 308 ed il 314. Lo storico bizantino Niceforo Callisto, per rendere più viva l’impressione di un Nicola vicino al martirio e con i segni delle torture ancora nelle carni, scriveva: ‘Al concilio di Nicea molti splendevano di doni apostolici. Non pochi, per essersi mantenuti costanti nel confessare la fede, portavano ancora nelle carni le cicatrici e i segni, e specialmente fra i vescovi, Nicola vescovo dei Miresi, Pafnuzio e altri’. L’imperatore Costantino, con la sua politica a favore dei cristiani, il 23 Giugno dell’anno 318 emanava un Editto col quale concedeva a coloro che erano stati condannati dalle normali magistrature di presentare appello al vescovo. Ma, mentre la Chiesa con simili provvedimenti si rafforzava nella società pagana, ecco che un’opinione intorno alla natura di Gesù Cristo come Figlio di Dio (se uguale o inferiore a quella del Padre) suscitò una polemica tale da spaccare l’Impero in due partiti contrapposti. A scatenare lo scisma fu il prete alessandrino Ario (256-336), coetaneo di S. Nicola. Per risolvere la questione e riportare la pace l’imperatore convocò la grande Assemblea (Concilio) a Nicea nel 325. Data l’ubicazione in Asia Minore ben pochi furono i vescovi occidentali che vi presero parte, mentre quelli orientali furono quasi tutti presenti. Qualcuno ha voluto mettere in dubbio la partecipazione di Nicola a questo primo ed importantissimo Concilio ecumenico. Ma se è vero che il suo nome (come quello di S. Pafnuzio) non compare in diverse liste, è anche vero che compare in quella redatta da Teodoro il Lettore verso il 515 d.C., ritenuta autentica dal massimo studioso di liste dei padri conciliari (Edward Schwartz). Una delle preghiere più note della liturgia orientale si rivolge a Nicola con queste parole: ‘O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede (kanòna pìsteos) e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore  per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima’. Quest’antica preghiera viene solitamente collegata proprio al ruolo svolto da Nicola al concilio di Nicea. Alla carenza di documentazione sulle sue azioni a Nicea suppliscono alcune leggende, la più nota delle quali (attribuita in verità anche a S. Spiridione) è quella del mattone. Dato che a provocare lo scisma era stato Ario, che non ammetteva l’uguaglianza di natura fra il Dio Creatore e Gesù Cristo, il problema consisteva nel dimostrare come fosse possibile la fede in un solo Dio se anche Cristo era Dio. Considerando poi che la formula battesimale inseriva anche lo Spirito Santo, Nicola si preoccupò di dimostrare la possibilità della coesistenza di tre Enti in Uno solo. Preso un mattone, ricordò agli astanti la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco. Il che stava a significare che la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non intaccava la Verità fondamentale che Dio è Uno. Mentre illustrava questa verità, ecco che una fiammella si levò dalle sue mani, alcune gocce caddero a terra e nelle sue mani restò soltanto terra secca. Ancor più nota a livello popolare è la leggenda dello schiaffo ad Ario, legata all’usanza dei pittori di raffigurare agli angoli in alto il Cristo e la Vergine in atto di dare l’uno il vangelo, l’altra la stola. Secondo questa leggenda Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie di Ario che si ostinava a negare la divinità di Cristo, levò la destra e gli diede uno schiaffo. Essendo stata riferita la cosa a Costantino, l’imperatore ne ordinò la carcerazione, mentre i vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. I carcerieri dal canto loro lo insultavano e beffeggiavano in vari modi. Uno di loro giunse anche a bruciargli la barba. Durante la notte Nicola ebbe la visita di Cristo e della Madonna che gli diedero il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o ‘omophorion’ (segno del ministero sacramentale). Quando andò per celebrare la messa, indotto da spirito di umiltà, Nicola evitò di indossare i paramenti vescovili, ma alle prime sue parole ecco scendere dal Cielo la Vergine con la stola e degli angeli con la mitra. Ed appena terminata la celebrazione ecco rispuntargli folta la barba che la notte precedente i carcerieri gli avevano bruciata”. Queste però sono tutte leggende posteriori, poiché, a parte la sua presenza in quell’Assemblea (sull’autorità di Teodoro il Lettore ed alcune liste del VII-VIII secolo) non si sa nulla di ciò che fece Nicola a quel Concilio. “Certo è che fu dalla parte di Atanasio e dell’ortodossia, altrimenti la liturgia non l’avrebbe chiamato regola di fede. Il silenzio degli antichi scrittori sul ruolo di Nicola a quel Concilio si spiega forse col fatto che Nicola ebbe un atteggiamento diverso da quello del capo del partito cattolico ortodosso, Atanasio di Alessandria. Pur avendo un carattere altrettanto energico, Nicola era più sensibile alla ricomposizione dell’armonia nella Chiesa. Non si fermava come Atanasio alla difesa ad oltranza delle fede, ma tentava anche tutte le vie per riportare gli erranti (eretici) nel grembo della Chiesa. Un atteggiamento che dovette apparire ad Atanasio come troppo incline al compromesso, e di conseguenza non degno di essere ricordato fra i difensori della fede. Questa “damnatio memoriae” da parte di Atanasio (che pure menziona molti vescovi) si spiega anche col fatto che quasi certamente Nicola militava politicamente nel “partito” opposto. Mentre infatti Atanasio parla di Ablavio, prefetto di Costantino, come “amato da Dio”, l’antico biografo di Nicola lo definisce “perverso e malvagio” (come ritiene anche il grande storico Eusebio di Cesarea e tutti gli storici pagani). Né la cosa deve sorprendere più di tanto. Anche oggi infatti persone degnissime militano politicamente su versanti opposti. Che in S. Nicola si incontrassero il grande amore per la retta fede col grande amore dell’armonia nella Chiesa, è testimone S. Andrea di Creta, il quale scrive: ‘Come raccontano, passando in rassegna i tralci della vera vite, incontrasti quel Teognide di santa memoria, allora vescovo della Chiesa dei Marcianisti. La disputa procedette in forma scritta fino a che non lo convertisti e riportasti all’ortodossia. Ma poiché fra voi due era forse intervenuta una sia pur minima asprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell’Apostolo  dicendo: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira”’. Nonostante il riferimento ai Marcianisti (talvolta è scritto Marcioniti) il vescovo Teognide è quasi certamente il vescovo di Nicea al tempo del Concilio di cui si è parlato. Simpatizzante dell’eretico Ario, Teognide si lasciò tuttavia convincere ed alla fine firmò gli atti del Concilio”. Quasi certamente Nicola si era messo in contatto con lui già in precedenza e dovette avere un certo ruolo nel farlo decidere a firmare gli atti. “In realtà Teognide successivamente non mutò atteggiamento verso Atanasio, che continuò ad avversare decisamente. Dopo un esilio di tre anni in Gallia, al ritorno continuò a criticare il termine “consustanziale” col quale Atanasio e la Chiesa definivano il rapporto fra Padre e Figlio. Nel 336 contribuì a fare esiliare S. Atanasio. Come si può vedere, l’antichità cristiana non fa eccezione. Anche all’interno di sostenitori della retta fede si formarono “partiti” diversi. Il che comportò persino giudizi contrapposti sul piano della spiritualità. È il caso di Teognide, da S. Andrea di Creta ritenuto di “santa memoria”, da altri pur sempre un eretico. Ed è il caso di Teodoreto (storico della Chiesa), dalla chiesa greca considerato un eresiarca, dalla russa un “beato” (blažennyj). Ed è pure il caso del patriarca Anastasio (729-752), dalla chiesa latina ritenuto un iconoclasta, da quella greca “di santa memoria” perché pentito, dopo essere stato salvato proprio da S. Nicola dall’annegamento”. Costantino aveva lasciato libertà di culto ai pagani, tuttavia è chiaro che almeno a partire dall’Anno Domini 318, coi poteri giurisdizionali ai vescovi, i cristiani ebbero uno spazio privilegiato all’interno dell’Impero. “Non pochi vescovi, e sembra che Nicola sia stato fra di essi, si impegnarono per quanto possibile a cancellare dalle loro città i segni della religione pagana fino ad abbattere alcuni templi. La tradizione ci fa vedere Nicola impegnato in tal senso. Andrea di Creta nel suo celebre Encomio di S. Nicola, rivolgendosi al nostro Santo esclama: ‘Hai dissodato, infatti,  i campi spirituali di tutta la provincia della Licia, estirpando le spine dell’incredulità. Con i tuoi insegnamenti hai abbattuto altari di idoli e luoghi di culto di dèmoni abominevoli e al loro posto hai eretto chiese a Cristo’. Pur rimanendo molto vicino al testo di Andrea, Michele Archimandrita, “concretizzava” l’opera di Nicola facendo riferimento non alle armi della parola e dell’insegnamento, ma a vere e proprie spranghe di ferro per abbattere il tempio di Diana, che si ergeva imponente. Era questo il maggiore di tutti i templi sia per altezza che per varietà di decorazioni, oltre che per presenza di dèmoni. Che Michele Archimandrita si fosse documentato su fonti miresi dirette è dimostrato proprio da queste sue parole. Se non avesse fatto ricorso a tali documenti difficilmente avrebbe potuto sapere di questo ruolo preminente del tempio di Diana. Dopo recenti scavi archeologici è risultato infatti che nel 141 questo tempio era stato restaurato ed ampliato dal mecenate licio Opramoas di Rodiapoli. Una conferma, questa, che quanto dice il monaco Michele riflette i racconti che si narravano a Mira nell’VIII Secolo. È probabile che la verità sia quella di Andrea di Creta, che ci mostra un Nicola che abbatte il paganesimo con le armi della parola. Tuttavia, a giudicare dal carattere energico del vescovo di Mira (dimostrato in altre occasioni), non è impossibile che sia avvenuto secondo il racconto dell’Archimandrita. Ciò che li accomuna, ed era una credenza molto diffusa a livello popolare, è il particolare dei dèmoni che abitavano in questi templi pagani, per cui quando questi venivano demoliti, i dèmoni venivano a trovarsi senza un tetto ed erano costretti a cercarsi altre dimore”. Il Santo vescovo era impegnato però non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. La parola della fede era seguita dalla messa in pratica della carità. “Al tempo del suo episcopato mirese scoppiò una grave carestia, che mise in ginocchio la popolazione. Pare che Nicola prendesse varie iniziative per sovvenire ai bisogni del suo gregge, e l’eco di queste attraversò i secoli, rimanendo nella memoria dei Miresi. Una leggenda lo vede apparire in sogno a dei mercanti della Sicilia, suggerendo loro un viaggio sino alla sua città per vendere il grano, ed aggiungendo che lasciava loro una caparra. Quando i mercanti si resero conto di aver avuto la stessa visione e trovarono effettivamente la caparra, subito fecero vela per Mira e rifornirono la popolazione di grano”. Ancor più noto è l’episodio delle navi che da Alessandria d’Egitto fecero sosta nel porto di Mira. “Nicola accorse e, salito su una delle navi, chiese al capitano di sbarcare una certa quantità di grano. Quello rispose che era impossibile, essendo quel grano destinato all’imperatore ed era stato misurato nel peso. Se fosse stato notato l’ammanco avrebbe potuto passare i guai suoi. Nicola gli rispose che si sarebbe addossato la responsabilità, e alla fine riuscì a convincerlo. Il frumento fu scaricato e la popolazione trovò grande sollievo, non solo perché si procurò il pane necessario, ma anche perché arò i terreni e seminò il grano che restava e poté raccoglierlo anche negli anni successivi. Quanto alle navi “alessandrine”, queste giunsero a Costantinopoli e, come il capitano aveva temuto, il tutto dovette passare per il controllo del peso. Quale non fu la sua gioia e meraviglia quando vide che il peso non era affatto diminuito, ma era risultato lo stesso della partenza delle navi da Alessandria”. Questo miracolo è all’origine non solo di tanti quadri che lo raffigurano, ma anche di tante tradizioni popolari legate al pane di S. Nicola. “A Bari, anche per facilitarne il trasporto nei paesi d’origine, ai pellegrini che giungono nel mese di Maggio vengono date “serte” di taralli, tenuti insieme da una funicella. Tutti gli episodi sinora narrati hanno subìto l’incuria del tempo. Essi venivano narrati dai Miresi e da nonni a nipoti giunsero fino all’VIII-IX secolo. Il lungo travaglio orale fece loro perdere i connotati della “storia” per apparire piuttosto come “tradizione” o come “leggenda”. I nomi dei protagonisti delle vicende si perdettero quasi del tutto. È vero che in tante Vite di S. Nicola si trovano i nomi dei genitori, dello zio archimandrita, del suo predecessore sulla cattedra di Mira, del nocchiero che l’avrebbe condotto in pellegrinaggio in Egitto e in Terra Santa, e così via. Ma si tratta di nomi che nulla hanno a che fare col nostro Nicola. Bisogna rassegnarsi alla realtà che, ad eccezione del Concilio di Nicea e del vescovo Teognide, nessun nome compare nella vita del nostro Santo prima della storia dei tre innocenti salvati dalla decapitazione”. Questa storia, insieme a quella successiva dei generali bizantini (‘Praxis de stratelatis’), è il pezzo forte di tutta la vicenda nicolaiana. “Nell’antichità, per esprimere il concetto che questa narrazione era la più importante di tutte quelle che riguardavano S. Nicola, spesso non veniva indicata come ‘Praxis de stratelatis’ (Racconto intorno ai generali) ma semplicemente come ‘Praxis tou agiou Nikolaou’ (Storia di S. Nicola) quasi che tutti gli altri racconti non rivestissero alcuna importanza a paragone con questa. In occasione della sosta di alcune navi militari nel porto di Mira, nel vicino mercato di Placoma scoppiarono dei tafferugli, in parte provocati proprio dalla soldataglia che sfogava così la tensione di una vita di asperità. In quei disordini le forze dell’ordine catturarono tre cittadini miresi, i quali dopo un processo sommario furono condannati a morte. Nicola si trovava in quel momento a colloquio con i generali dell’esercito Nepoziano, Urso ed Erpilio, i quali gli stavano dicendo della loro imminente missione militare contro i Taifali, una tribù gotica che stava suscitando una rivolta in Frigia. Invitati da S. Nicola, i generali riuscirono a fare riportare l’ordine. Ma ecco che alcuni cittadini accorsero dal vescovo, riferendogli che il preside Eustazio aveva condannato a morte quei tre innocenti. Seguito dai generali, Nicola prese il cammino per Mira. Giunto al luogo detto Leone, incontrò alcuni che gli dissero che i condannati erano nel luogo detto Dioscuri. Nicola procedette così fino alla chiesa dei Santi martiri Crescente e Dioscoride. Qui apprese che i condannati erano già stati portati a Berra, il luogo ove solitamente venivano messi a morte i condannati. Ben sapendo che solo lui, in quanto vescovo, avrebbe potuto fermare il carnefice, accelerò il passo e vi giunse, aprendosi la strada fra la folla che faceva da spettatrice. Il carnefice era già pronto, e i condannati stavano già col collo sui ceppi, quando Nicola si avvicinò e tolse la spada al carnefice. Avendo liberato gli innocenti dalla decapitazione, Nicola si recò al palazzo del preside Eustazio, entrandovi senza farsi annunciare. Giunto dinanzi al preside l’apostrofò accusandolo di ingiustizie, violenze e corruzione. Quando minacciò di riferire la cosa all’imperatore, Eustazio rispose che era stato indotto in errore da due notabili di Mira, Simonide ed Eudossio. Ma Nicola, senza contestare il particolare, gli rinfacciò nuovamente la corruzione e, giocando sulle parole, gli disse che non Simonide ed Eudossio, ma  Crisaffio (oro) e Argiro (argento) l’avevano corrotto”. Avendo così ristabilita la verità e la giustizia, Nicola non infierì ma perdonò al preside pentito. “Edificati dal comportamento del Santo vescovo,  i tre generali ripresero il mare e raggiunsero la Frigia, ove riuscirono a sottomettere le forze ribelli all’impero. Un po’ per il successo dell’impresa un po’ perché Nepoziano era parente dell’imperatore, il loro ritorno a Costantinopoli avvenne in un’atmosfera di vero e proprio trionfo”. Tuttavia la gloria e gli onori durarono poco, perché queste sono spesso accompagnate da gelosie ed invidie. “Gli agiografi parlano di malevoli suggerimenti del diavolo, certo è che ben presto si formò un partito avverso a Nepoziano e compagni. I componenti di questo partito riuscirono a coinvolgere il potente prefetto Ablavio, il quale convinse l’imperatore che i tre generali stavano complottando per rovesciarlo dal trono. Convinto o meno dell’attendibilità della notizia, Costantino preferì non correre rischi, e li fece mettere in prigione. Dopo alcuni mesi i seguaci di Nepoziano si stavano organizzando su come liberare i generali. Per cui i loro avversari, col denaro promesso a suo tempo, tornarono da Ablavio e lo convinsero a suggerire all’imperatore un provvedimento più drastico. Infatti, Costantino diede ordine di sopprimerli quella notte stessa. Appresa la notizia, il carceriere Ilarione corse ad avvertire i generali, che furono presi da grande angoscia. Sentendosi prossimo alla morte, Nepoziano si sovvenne dell’intervento in extremis del vescovo Nicola a favore dei tre innocenti. Allora levò al Signore questa preghiera: ‘Signore, Dio del tuo servo Nicola, abbi compassione di noi, grazie alla tua misericordia e all’intercessione del tuo servo Nicola. Come, per i suoi meriti, hai avuto compassione dei tre uomini condannati ingiustamente salvandoli da sicura morte, così ora ridà la vita anche a noi, mosso a misericordia dall’intercessione di questo Santo vescovo’. Il Signore esaudì la preghiera di Nepoziano, fatta propria dai compagni. Quella notte S. Nicola apparve in sogno all’imperatore minacciandolo: ‘Costantino, alzati e libera i tre generali che tieni in prigione, poiché vi furono rinchiusi ingiustamente. Se non fai come ho detto, conferirò con Cristo, il Re dei re, e susciterò una guerra e darò in pasto i tuoi resti a fiere ed avvoltoi’. Spaventato, Costantino chiese chi fosse: ‘Sono Nicola, vescovo peccatore, e risiedo a Mira, metropoli della Licia’. Nicola apparve minaccioso anche ad Ablavio, e quando l’imperatore lo mandò a chiamare, entrambi pensarono ad un’opera di magia. Mandarono a prendere i tre generali per chiedere spiegazioni. Il colloquio aveva preso il binario della “magia”, quando Costantino chiese a Nepoziano se conoscesse un tale di nome Nicola. Nepoziano si illuminò, accorgendosi che la sua preghiera era stata esaudita. E narrò tutto all’imperatore, che seduta stante ne ordinò la liberazione. Anzi, volle che andassero a Mira a ringraziare il Santo vescovo ed a portargli da parte sua preziosi doni, fra cui un Vangelo tutto decorato d’oro e candelieri ugualmente d’oro. Altri autori aggiungono che giunti a Mira si tagliarono i capelli in segno di gratitudine e di devozione verso il Santo”. È difficile dire quanto ci sia di vero e quanto sia stato il parto della fantasia di un popolo consapevole di aver avuto un progenitore ed un difensore. “Per i Miresi, Nicola era colui che aveva riportato la retta fede, la giustizia ed il benessere alla loro città. Non per nulla, secondo la testimonianza sia della Vita Nicolai Sionitae sia dell’Encomio di Andrea di Creta, essi istituirono la festa delle Rosalie del nostro progenitore S. Nicola. Fra le tante iniziative del Santo a favore della popolazione, intorno al VII Secolo si narrava il suo intervento per fare ridurre le tasse per i Miresi (‘Praxis de tributo’). È nota a diversi storici la tendenza di Costantino a gravare le popolazioni dell’impero con tasse esorbitanti. Ed anche se i cristiani cercavano delle attenuanti, i pagani come Zosimo ricordavano che Costantino era costretto a una pesante politica tributaria a causa della sua eccessiva prodigalità. L’anonimo scrittore che compose l’Epitome de Caesaribus descriveva così la sua politica tributaria: ‘Per dieci anni eccellente, nei dodici anni successivi predone, negli ultimi dieci fu chiamato pupillo per le eccessive prodigalità’. Quando anche la città di Mira si trovò a dover pagare tasse esorbitanti, i rappresentanti del popolo si rivolsero a Nicola affinché scrivesse all’imperatore”. Nicola fece di più. “Partì alla volta di Costantinopoli e chiese udienza. L’anonimo scrittore qui si lascia prendere la mano e, non tenendo conto che Nicola era vissuto al tempo di Costantino, immagina i vescovi della capitale che gli rendono omaggio riunendosi nel tempio della Madre di Dio alle Blacherne, chiedendogli la benedizione. A parte l’esagerazione di una simile accoglienza, quel tempio sarebbe stato costruito un secolo dopo la morte del Santo. L’abbellimento agiografico si nota anche al momento dell’arrivo di Costantino. Prima che cominciasse il colloquio, l’imperatore gettò il suo mantello ed ecco che questo, incrociando un raggio di Sole, rimase sospeso in aria. Il prodigio rese timoroso e benevolo l’imperatore. Quando Nicola gli riferì come i Miresi fossero oppressi dalle tasse, chiedendogli di apportare una sensibile riduzione, l’imperatore chiamò il notaio ed archivista Teodosio, e secondo il desiderio di Nicola operò una netta  riduzione a soli cento denari. Nicola prese la carta su cui era registrata questa concessione e legatala ad una canna, la gettò in mare. Per volere di Dio la canna giunse nel porto di Mira e pervenne nelle mani dei funzionari del fisco, i quali furono molto sorpresi ma si adeguarono. Intanto però a Costantinopoli i consiglieri di Costantino fecero notare all’imperatore che forse la concessione era stata un tantino esagerata. Per cui l’imperatore chiamò nuovamente Nicola per correggere la somma della tassa che i Miresi dovevano pagare. Il Santo gli rispose che da tre giorni la carta era pervenuta a Mira. Essendo ciò impossibile, Costantino promise che se le cose stavano veramente così avrebbe confermato la precedente concessione. I nunzi, da lui inviati per verificare quel che era accaduto, tornarono e riferirono che Nicola aveva detto la verità. Mantenendo la promessa, l’imperatore confermò la concessione”. Considerando la tradizione secondo la quale era già anziano al tempo del Concilio di Nicea, con ogni probabilità il nostro Santo morì in un anno molto prossimo al 335 dopo Cristo. “Come della sua nascita, anche della sua morte non si sa alcunché. Gli episodi e i particolari che si leggono in alcune Vite non riguardano il nostro Nicola, ma un santo monaco vissuto due secoli dopo nella stessa regione. Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari si impadronì delle spoglie di San Nicola, che nel 1089 vennero definitivamente poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore. L’idea di trafugare le sue spoglie venne ai Baresi nel contesto di un programma di rilancio dopo che la città, a causa della conquista normanna, aveva perduto il ruolo di residenza del Catepano e quindi di capitale dell’Italia bizantina”. In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un Santo importante era non solo una benedizione spirituale, ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico. A Babbo Natale hanno fatto di tutto in questi ultimi secoli. Lo hanno perfino reclutato per pubblicizzare una famosa multinazionale della bibita gassata ed interpretare i più assurdi ruoli in alcuni film anche horror! Ma il vero Babbo Natale, Santa Claus, è un Santo Vescovo, servo di quel Gesù Dio, Signore dell’Universo, che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi poveri esseri umani durante l’Impero Romano. Anche chi non crede, non può non provare timore reverenziale di fronte al Mistero del Bambinello che nasce nella grotta di Betlemme, immortalato nel film Nativity (Usa, 2006) di Catherine Hardwicke. Merry Christmas! Buon Natale!

 

© Nicola Facciolini