DEMIM: intervista a Mons. Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes

Questa intervista è la prima di una serie di approfondimenti tematici con i protagonisti della realizzazione di un’opera di grande rilevanza scientifica e culturale, il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (DEMIM), “… una vera e propria summa di un fenomeno che ha segnato indelebilmente la storia del nostro Paese. […]” ha tra l’altro […]

mons. Giancarlo PeregoQuesta intervista è la prima di una serie di approfondimenti tematici con i protagonisti della realizzazione di un’opera di grande rilevanza scientifica e culturale, il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (DEMIM), “… una vera e propria summa di un fenomeno che ha segnato indelebilmente la storia del nostro Paese. […]” ha tra l’altro scritto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Mons. Perego, ho il piacere di inaugurare con Lei lo “SPECIALE DEMIM” su un’opera alla cui realizzazione la Fondazione Migrantes ha collaborato scientificamente e finanziariamente con l’editrice SER ItaliAteneo. A tal proposito ricordo il grande contributo della dr. Delfina Licata come Coordinatore scientifico del Dizionario e del prof. Enzo Caffarelli come Direttore editoriale. Cosa ha maggiormente apprezzato di questo lavoro che Lei ha seguito con particolare attenzione nel suo impianto e sviluppo?

Di questa opera mi ha colpito in modo immediato la multidisciplinarietà, caratteristiche che negli studi e nelle ricerche che portiamo avanti in Fondazione Migrantes è diventata prerogativa fondamentale considerando la nostra esperienza di più di 25 anni dedicati al mondo della mobilità. Trattare l’emigrazione nel rispetto della sua ricchezza di sfaccettature e facendo riferimento all’ampio parterre di studiosi e conoscitori del fenomeno è il modo più corretto – e noi lo vediamo in modo particolare con il Rapporto Italiani nel Mondo – per affrontare questo tema.”

Chi può essere interessato a quest’opera enciclopedica?

Sono stati molti, a partire dai vescovi italiani a cui è stato inviato il Dizionario, i riscontri di interesse avuti dalla Migrantes verso quest’opera enciclopedica. L’opera è così ricca e poliforme che diventa essa stessa fruibile dal pubblico più vasto ovvero da chi è interessato all’argomento per i motivi più diversi: studiosi, giovani che si stanno formando, penso al mondo della scuola dell’obbligo, ma anche alle scuole superiori e alle università. Penso ai “curiosi” dell’Italia e degli italiani, agli amanti della storia e penso ai nuovi italiani ovvero ai 5 milioni di immigrati che vivono nel nostro Paese, sono curiosi della nostra storia e delle nuove pagine che stiamo scrivendo insieme a loro.”

Mons. Francesco Montenegro, Presidente della Fondazione Migrantes nonché Arcivescovo di Agrigento, nel suo saluto introduttivo al Dizionario Enciclopedico, pone l’accento sulla multiculturalità che fa parte della nostra realtà. “Noi italiani – osserva – siamo stati i primi a produrla e ad esserne portatori”. Può, secondo lei, un’opera così strutturata, che attraverso prospettive multidisciplinari focalizza una pagina fondativa della nostra Storia qual è stata la Grande Emigrazione, contribuire a sensibilizzare la coscienza individuale e collettiva sul nostro tempo contemporaneo, un tempo ad alto tasso di “nomadismo” transnazionale? Quale può essere, secondo lei, l’insegnamento dell’Emigrazione italiana rispetto all’oggi, all’Italia che è diventata Paese di (controversa) accoglienza?

Sicuramente lo studio, l’approfondimento, ma direi proprio la conoscenza sono indispensabili per una corretta e giusta conoscenza e informazione del mondo della mobilità e delle migrazioni oggi. Conoscenza e informazione sono due pilastri statutari per l’organizzazione di cui sono direttore generale. Oggi conoscere i fenomeni migratori è la base per una convivenza pacifica e lo strumento da utilizzare è la sensibilizzazione. Attraverso strumenti efficaci che possono essere libri, dizionari, ricerche si fa conoscere la società, i cambiamenti vissuti e la storia diventa aiuto per la comprensione della vita in Italia, che vede convivere emigrazione e immigrazione. Inoltre, c’è da aggiungere che per la Chiesa tra gli strumenti più idonei per una pastorale che legge la vita e la storia delle persone vi è sicuramente l’informazione e la ricerca. Da sempre, l’informazione è un mezzo fondamentale per una pastorale attenta e vicina alle persone, come ricorda anche Papa Francesco nel messaggio per la “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato” dello scorso anno e di quest’anno, aiutando una ‘cultura dell’incontro’ che aiuta a superare paure, diffidenza, scontro sociale. Nell’epoca dell’esubero informativo, infatti, produrre e indirizzare a una conoscenza corretta è una delle sfide più difficili da superare: e questo vale ancora di più quando al centro della riflessione vi è il tema del migrare e dei migranti, per il quale è necessario superare pregiudizi e precomprensioni.”

Lei, oltre che co-curatore del Dizionario, è autore di alcuni lemmi centrati sulla Spiritualità e la Devozione dei nostri connazionali all’estero e su alcune straordinarie figure della Chiesa, persone che hanno dedicato la propria vita a chi è emigrato tra ‘800 e ‘900. Ne parliamo?

Il Dizionario pone l’accento su alcune delle figure della Chiesa del passato legate alla mobilità italiana, descrivendole e attualizzandole, dando modo così al lettore di sentirne la modernità e la vitalità. Alcune figure, più di altre, del mondo ecclesiale italiano hanno saputo interpretare la sfida e il dramma dell’emigrazione italiana in questi 150 anni di storia. Due vescovi, innanzitutto, diversi per temperamento e storia personale, ma uniti nella scelta pastorale della cura dei migranti, iniziavano il loro impegno deciso per gli emigranti: Geremia Bonomelli e Giovanni Scalabrini. L’attenzione pastorale al fenomeno dell’emigrazione da parte di Geremia Bonomelli può essere collocata intorno agli anni 1880, dopo la visita pastorale e la considerazione dello spopolamento delle campagne cremonesi, ma anche in seguito a una o più richieste, provenienti da emigranti bresciani in America del Sud, in particolare dal Brasile, di sacerdoti che li seguissero spiritualmente nelle nuove terre. Si tratta di un’attenzione autonoma, rispetto al vicino vescovo di Piacenza Giovanni Scalabrini, ma che poi diverrà per i due presuli, proprio a partire da quegli anni – come testimonia il ricco epistolario -, un motivo comune di discussione e lavoro pastorale.

Dal carteggio Scalabrini-Bonomelli, soprattutto a partire dal 1887, emerge l’attenzione all’emigrazione che “pur nell’ambito di una medesima ispirazione, che è nello stesso tempo religiosa e patriottica – come scrive lo storico Fausto Fonzi – i due vescovi si volgono all’assistenza spirituale, ma pure sociale, degli emigranti con finalità e con mezzi che sono parzialmente diversi, confermando così quelle differenze tra i due amici che emergono soprattutto nell’ultimo decennio del secolo”. Bonomelli aveva intuito come negli anni stava crescendo notevolmente l’emigrazione italiana verso l’Europa: un forma di emigrazione che negli anni successivi alla prima guerra mondiale risulterà essere due o tre volte superiore a quella verso le Americhe. Ma la differente attenzione non era solo verso i mondi migranti, bensì anche di impostazione. Per Bonomelli l’emigrazione può diventare la “questione del giorno” che inaugura una collaborazione tra Stato e Chiesa. Per Scalabrini, l’emigrazione rimane una questione morale e sociale che la Chiesa affronta indipendentemente dallo Stato. La loro azione comune sarà così importante che saranno invitati all’Expo di Torino del 1898.

Al di là delle divergenze, il lavoro pastorale nel mondo dell’emigrazione europea e americana da parte dei due vescovi ebbe una rilevanza e un’efficacia che non può essere dimenticata, come non può essere dimenticata Francesca Saveria Cabrini, una santa moderna, per la capacità di contrastare la secolarizzazione tra gli emigranti, per uno stile nuovo di evangelizzazione in emigrazione, per la valorizzazione della comunicazione a tutela dei diritti dei migranti, soprattutto delle donne e dei minori, e contro ogni discriminazione, per la libertà nell’amministrazione dei beni a favore dei poveri emigranti, per la fedeltà alla Chiesa. Con lei, il secolo XIX, che ha visto un protagonismo nuovo della donna nella Chiesa e nella società, ha trovato sul suo finire una nuova straordinaria interprete. Madre Cabrini è anche la prima santa statunitense e la sua immagine è scolpita sul portale della cattedrale di S. Patrizio a New York accanto a quella di un’altra santa, canonizzata 30 anni dopo, Elisabeth Anna Bayley Seton (1774-1821). Il 13 novembre 1938 Pio XI proclamò madre Cabrini beata. Il 7 luglio 1946 Pio XII la canonizzò e nel 1950 la proclamò “patrona degli emigranti”.

È interessante come queste figure esemplari che abbiamo ricordato, incrociando il luogo storico dell’emigrazione, la storia degli emigranti, con la coniugazione stretta fra evangelizzazione e promozione umana, hanno contribuito, in 150 anni di storia italiana, a superare la distanza e la contrapposizione tra Stato e Chiesa e a preparare una leale collaborazione, quale oggi è stata raggiunta a tutela della dignità di ogni persona umana, anche in cammino.”

La migrazione, ieri come oggi, è un evento complesso e trasformativo per l’identità della persona – tra gli studiosi c’è chi lo definisce “evento catastrofico” e chi occasione di autorealizzazione, di ri-nascita, certo è una rottura significante nel continuum esistenziale dell’uomo – con tutte le complesse problematiche che l’andare verso l’altrove, l’ignoto, comporta. Nel Dizionario abbiamo affrontato il ruolo centrale della Chiesa Cattolica e l’assistenza ai migranti attraverso il prezioso lavoro di religiose e religiosi sparsi nel mondo. Illustriamolo nella valenza spirituale e sociale.

Oggi come ieri, al di là dei tanti cambiamenti che vi sono stati nella mobilità, un continuum resta con il passato: la ricerca delle radici, di quegli elementi di conforto e di un sentirsi, anche in territorio estraneo, parte di un gruppo, di una comunità. In questo, l’elemento religioso ha un ruolo fondamentale come importante condizione identitaria continuamente ricercata ma desiderata in forme nuove e diverse – rispetto a ciò che accade in Italia – perché differenti sono le condizioni sperimentate in emigrazione. A queste necessità, al tempo stesso, di ricordo e di legame con il passato e con i territori di partenza, di conoscenza e assunzione delle caratteristiche della nuova realtà in cui si vive, hanno risposto le Missioni Cattoliche Italiane che, da sempre, si sono occupate della vita religiosa e non solo, ma anche delle condizioni sociali dei connazionali all’estero: corsi di lingua, risoluzione delle pratiche burocratiche, spesso in contatto con le sedi dei consolati e dei patronati all’estero, tutela dei diritti, aiuti economici, ricerca della casa e del posto di lavoro oltre che luoghi di incontro e confronto. Le Missioni Cattoliche Italiane sono ora chiamate ad un rinnovamento per rispondere alle nuove forme di mobilità che sempre più spesso portano ad incontrare persone “temporanee” nei diversi luoghi e a conoscere la nuova condizione di migranti, perché è la stessa mobilità ad essere oggi continua, incostante, precaria. Oggi come in passato, tante e diverse sono le crisi e i momenti difficili che si presentano durante la fase migratoria e molti sono anche i progetti falliti, i rientri, gli spostamenti in altri luoghi, i progetti temporaneamente sospesi. Di questo sono testimoni i 615 operatori specificatamente in servizio per gli italiani (laici/laiche consacrati e non, sacerdoti diocesani e religiosi, suore, sacerdoti in pensione) presenti in 375 Missioni Cattoliche di Lingua Italiana distribuite in 41 nazioni nei 5 continenti (dati aggiornati al 2 settembre 2013, http://www.lemissioni.net). A questi si unisce il generale “mondo della missionarietà” stimato dalla Fondazione Missio – organismo pastorale della CEI – in circa 10 mila operatori tra presbiteri, consacrati e consacrate, laici/laiche.”

Molte sono le costanti tra migranti di ieri e di oggi che alcuni studiosi di psicologia delle migrazioni hanno approfondito nel Dizionario Enciclopedico, penso ad adattamento, disadattamento, asimmetria, coraggio, riscatto, identità migratorie, Madre-Terra, luoghi-simbolo, terzo spazio, radici, origini, lutto migratorio, nostalgia, memoria, sradicamento-spaesamento, resilienza. Ce n’è qualcuno che lei, dalla sua osservazione partecipata sul campo, “sente” particolarmente?

L’attenzione della Chiesa per i migranti si riferisce non solo alla evangelizzazione e amministrazione dei sacramenti né si limita a sollevare le sofferenze e i disagi con l’assistenza caritativa, ma comprende la promozione dei diritti umani e della giustizia verso ogni persona, di cui la cittadinanza è uno strumento. La cura pastorale della Chiesa per i diritti degli emigranti è radicata nella nota della cattolicità della Chiesa, che è un segno e strumento dell’unità della famiglia umana. Nella varietà delle tante realtà che la compongono vede esaltata la sua universalità, col superamento di ogni forma di etnocentrismo e la realizzazione della convivialità delle differenze, come ricorda l’Istruzione pontificia La carità di Cristo verso i migranti 2004 nn.16-17. Questo per dire che ogni singolo termine da lei enunciato nella sua domanda testimonia la ricchezza dell’uomo nei suoi aspetti positivi e negativi che vengono di volta in volta esaltati e la nostra esperienza di accompagnamento e promozione dei migranti non può che tenere presente questa ricchezza e farne riferimento costante.”

Riprendendo il pensiero del nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che ha voluto aprire il Dizionario con un suo personale saluto di cui lo ringraziamo – “… Non è possibile ignorare il decisivo contributo che milioni di emigranti hanno assicurato allo sviluppo dell’Italia e al suo prestigio nel mondo… Ovunque nel mondo, l’emigrazione italiana ha saputo distinguersi per i valori di cui è stata portatrice…”. Mons. Perego, se dovessimo riassumerli, quali sono i valori identitari che hanno saputo trasferire all’estero i 27 milioni di emigrati italiani che oggi si riverberano in 80 milioni di oriundi?

Io credo che l’italiano fuori dal suo Paese è stato ed è facilmente riconoscibile per tre elementi principalmente: il senso di famiglia, il rispetto per il lavoro e la sua religiosità. Tutti e tre questi elementi sono profondamente ancorati a una precisa immagine o se vogliamo identità che poi si sviluppa e si specifica a seconda dei contesti locali di partenza. Non dimentichiamo che gli italiani sono partiti da ogni singolo comune del Meridione, del Centro e del Nord Italia in ondate storiche diverse e che questa particolarità continua ancora a caratterizzare chi parte oggi.”

Il destino migrante fa parte della storia dell’umanità, ed oggi assistiamo a nuove forme di mobilità di cui naturalmente abbiamo trattato anche in questo Dizionario. Chi sono i giovani italiani che oggi decidono di andare all’estero e a cui la Fondazione Migrantes dedica particolare attenzione anche con l’annuale Rapporto Italiani nel Mondo?

Decidere di emigrare oggi non deve essere un allarme sociale, ma una valida opportunità di crescita data soprattutto ai più giovani o, comunque, a quelle persone che vogliono percorrere strade diverse e mettere alla prova se stessi. Il confronto con realtà europee o oltreoceano, per motivi di studio, lavoro o specializzazione, è per le persone coinvolte, ma anche per i Paesi in cui ciò avviene, un’opportunità di arricchire ed essere arricchiti dalla diversa provenienza culturale e dalla differente formazione. La messa in comune di competenze e conoscenze nell’ambito di una rotazione di figure più o meno specializzate potrebbe – se largamente condivisa – essere la condizione attualmente più favorevole alla globalizzazione.

Non si parla solamente di tecnici o di laureati, ma anche degli stessi disoccupati o di coloro che sono in cerca di prima occupazione dopo aver concluso gli studi in Italia perché la formazione avuta in Italia è potenziale “guadagno” per i luoghi di accoglienza di questi connazionali una volta giunti a destinazione. Tuttavia è fondamentale che la partenza sia una scelta e non un obbligo e quindi diventa importante da un lato il superamento di questo momento di forte recessione economica e dall’altro la messa in atto di politiche di agevolazione e tutela del lavoro sia a livello nazionale che internazionale intervenendo anche su modalità contrattuali che prevedano e tutelino lo spostamento e la bi-nazionalità, la variabilità continua dello “spazio” e del “tempo” di lavoro, nonché l’uso durante l’attività di strumenti in mobilità. L’Italia, da questo punto di vista, ha ancora molta strada da fare.

È inoltre importante considerare e cercare di limitare la rabbia con cui oggi molti degli italiani lasciano l’Italia, un sentimento talmente forte che provoca delusione nei confronti del territorio di partenza e un atteggiamento di rifiuto anche quando, all’estero, si trova una risposta positiva alle proprie aspettative. Tale rabbia inficia i rapporti, l’immagine dell’Italia all’estero e, riportando l’uomo al centro della riflessione, questo rancore produce problematiche sociali sempre più in espansione quando il migrante italiano, dopo aver vissuto il fallimento del suo progetto migratorio, rientra in Italia.

Occorre quindi considerare l’intera tipologia di migranti di oggi, perché parlare di “cervelli” solo nel caso dei laureati, dei dottori di ricerca o degli specializzati che vanno via dall’Italia non è eticamente corretto. La storia ci ha consegnato storie di self made man che senza saper leggere e scrivere hanno fondato, nell’Ottocento e nel Novecento, veri e propri imperi. Altrettanto vero è, però, che dal punto di vista economico, la partenza di un laureato e/o specializzato è molto più incisiva sul già precario equilibrio economico italiano che continua a “regalare” all’estero il suo capitale umano senza alcun investimento o politica di circolazione dalla quale avrebbe solo che da guadagnare.”

A seguito del dono da parte della Fondazione Migrantes di una copia Speciale di questo Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo a Sua Santità Papa Francesco – a cui ci sentiamo molto vicini anche nelle comuni origini italiane e al quale nell’Appendice Onomastica la studiosa Alda Rossebastiano ha dedicato un saggio sulla storia e l’etimologia del cognome astigiano Bergoglio – con una lettera dello scorso 20 agosto, Mons. Peter B. Wells l’ha voluta ringraziare direttamente dalla Segreteria di Stato vaticana. A lei, Mons. Perego,  il Santo Padre ha auspicato tra l’altro “ogni desiderato bene per Lei e quanti Ella rappresenta, per un sempre più proficuo lavoro culturale e pastorale”. Che significato ha per lei questo autorevole e significativo messaggio?

Da una parte è una lode per tutti coloro che mi hanno preceduto in questi anni nel lavoro alla Migrantes, direttori, operatori. E’ un invito a continuare come Fondazione Migrantes, dopo 25 anni, un lavoro pastorale e culturale con e per i migranti. Il nuovo Statuto della Migrantes, riformato dalla CEI a 25 anni dalla nascita della Fondazione, sottolinea ancora di più questa missio, a partire dalla considerazione che le migrazioni stanno cambiando i luoghi fondamentali della vita: il lavoro, la scuola, la famiglia, la chiesa.”

Tiziana Grassi

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